KARL OVE KNAUSGARD.
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LA MORTE DEL PADRE. 2014.
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Parte 1.
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Traduzione di: Margherita Podest Heir.
2014 Giangiacomo Feltrinelli Editore, MILANO.
Collana: I Narratori.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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"Quando si sa troppo poco,  come se questo poco non esistesse, ma anche quando si sa troppo,  come se questo troppo non ci fosse. Scrivere significa portare alla luce l'esistente facendolo emergere dalle ombre di ci che sappiamo. La scrittura  questo. Non quello che vi succede, non gli avvenimenti che vi si svolgono, ma l, in se stessa. L, risiede il luogo e l'obiettivo dello scrivere. Ma come si arriva a questo l? Era questa la domanda che mi ponevo mentre seduto su una panchina di quel quartiere di Stoccolma bevevo caff e i muscoli si stavano rattrappendo dal freddo e il fumo della sigaretta si dissolveva in quell'enorme spazio fatto d'aria che mi sovrastava. Per molti anni avevo cercato di scrivere di mio padre, ma senza riuscirci, sicuramente perch tutto questo era troppo vicino alla mia vita e quindi non era facile costringerlo in un'altra forma, che invece costituisce il presupposto base della letteratura.  la sua unica legge: tutto deve piegarsi alla forma. Ecco perch gli scrittori che posseggono uno stile marcato scrivono spesso libri deboli. Ecco perch quegli autori che si occupano di argomenti e temi forti scrivono libri deboli. La potenza insita nel tema e nello stile deve essere spezzata affinch possa nascere la letteratura.  questa demolizione che viene definita 'scrivere'. Lo scrivere riguarda pi il distruggere che il creare." 
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Parte 1.
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PER IL CUORE LA VITA  SEMPLICE: batte finch pu. Poi smette. Prima o poi, un giorno o l'altro, questo movimento, instancabile e ritmico come quello di una pressa, cessa in modo del tutto autonomo e il sangue prende a defluire verso il punto pi basso del corpo dove si raccoglie in una piccola cavit, visibile dall'esterno sotto forma di una macchia scura e cedevole al tatto che compare sull'epidermide sempre pi bianca. Tutto questo mentre la temperatura si abbassa, le membra si irrigidiscono e i visceri si svuotano. I cambiamenti intercorsi in queste prime ore avvengono cos lentamente e sono compiuti con tale sicurezza da avere in s qualcosa di rituale, come se la vita capitolasse seguendo regole precise, una specie di gentlemen's agreement, a cui si adeguano anche i rappresentanti della morte mentre attendono che la vita si ritragga per dare inizio all'invasione di questo nuovo scenario. Questo assalto  irrevocabile. Niente pu fermare gli enormi sciami di batteri che cominciano a diffondersi all'interno del corpo. Se ci avessero provato soltanto qualche ora prima, avrebbero incontrato resistenza, ma adesso che intorno a loro tutto  silenzioso e immobile, penetrano sempre pi profondamente in tutto quell'umido, in tutta quell'oscurit. Raggiungono i canali di Havers, le cripte di Lieberkhn, le isole di Langerhans. Raggiungono la capsula di Bowman del Rene, la colonna di Clarke del Midollo Spinale, la substantia nigra del Mesencefalo. E raggiungono il cuore. Ancora intatto, ma depredato del movimento, che condiziona tutta la sua architettura, ha in s una desolazione strana, come un cantiere che gli operai hanno dovuto abbandonare in fretta e furia, si potrebbe pensare, i macchinari immobili che brillano gialli tra l'oscurit dei boschi, le baracche deserte, le cabine cariche della teleferica che pendono una dopo l'altra mentre risalgono il fianco della montagna.
Nell'attimo stesso in cui la vita abbandona il corpo, il corpo appartiene al mondo dei morti e degli esseri inanimati. Le lampade, le valigie, i tappeti, le maniglie delle porte, le finestre. I campi, le paludi, i ruscelli, le montagne, le nuvole, il cielo. Niente di tutto questo ci  estraneo e sconosciuto. Siamo perennemente circondati dagli oggetti e dai fenomeni che fanno parte di questo mondo. Eppure sono poche le cose che risvegliano in noi un disagio maggiore di quello di vedere un essere umano intrappolato dentro di esso, almeno a giudicare dagli sforzi che facciamo per tenere i corpi morti lontani dalla nostra vista. Negli ospedali pi grandi non solo vengono occultati in camere apposite, inaccessibili: anche le vie per raggiungerle sono nascoste, hanno ascensori propri, corridoi sotterranei indipendenti, e anche se per caso qualcuno si dovesse perdere tra questi meandri, i cadaveri trasportati sulle barelle sono sempre coperti. Quando poi devono essere portati via dall'ospedale, questo avviene usufruendo di un'uscita autonoma, ricorrendo ad automobili dai vetri oscurati; nei cimiteri esiste una stanza apposita priva di finestre; durante la cerimonia funebre giacciono in bare sigillate fino al momento in cui verranno calati nella terra o bruciati in un forno.  difficile vedere quali scopi pratici possa avere questo modo di procedere. I corpi potrebbero essere trasportati per i corridoi dell'ospedale senza essere coperti, ed essere caricati su un normale taxi, senza che ci costituisca un rischio per nessuno. L'anziano che muore in una sala cinematografica durante la proiezione di un film potrebbe rimanere seduto nella sua poltroncina fino a quando  finito lo spettacolo, magari fino al termine di quello successivo. L'insegnante colpito da un ictus nel cortile della scuola non deve necessariamente essere portato via subito, non c' niente di deleterio se rimane l fino a quando il custode ha tempo di prendersi cura di lui, anche se magari questo non avviene prima del tardo pomeriggio o della sera. E se anche un uccello dovesse posarsi su di lui e beccarlo, che importanza avrebbe? Finch i morti non sono d'intralcio, non c' nessun motivo per avere fretta, tanto non possono morire una seconda volta. In tal senso i periodi invernali di grande freddo sarebbero ottimali. Senzatetto che muoiono assiderati sulle panchine e negli androni dei portoni, suicidi che si gettano da alti edifici e ponti, donne anziane che cadono lungo la tromba delle scale, vittime di incidenti stradali rimaste intrappolate tra le lamiere contorte delle loro auto, il giovane che, dopo aver trascorso la serata fuori, cade in mare mezzo ubriaco, la bambina che finisce stritolata sotto la ruota di un autobus, perch tutta questa fretta di portarli via e nasconderli? Pudore? Che cosa ci sarebbe di pi decoroso che permettere al padre e alla madre della piccola di vederla un'ora o due dopo la tragedia, mentre giace nella neve, accanto al luogo della disgrazia, con la testa fracassata, ben visibile come il resto del corpo, i capelli intrisi di sangue e la giacca a vento pulita? Aperta al mondo, senza segreti, cos rimarrebbe l distesa. Eppure persino quell'unica ora nella neve  impensabile. Una citt che non nasconde i propri morti alla vista dei viventi, ma dove  possibile osservarli riversi nelle vie e nei vicoli, nei parchi e nei parcheggi, non  una citt, ma un inferno. Che quest'inferno rispecchi le nostre condizioni di vita in modo pi realistico e autentico non ha nessuna importanza. Sappiamo che  cos, ma non vogliamo vederlo. Ecco allora che ne consegue l'atto di rimozione collettiva di cui l'occultamento dei morti  l'espressione.
Al contempo non  facile stabilire con precisione che cosa venga represso. Non pu essere la morte in s: la sua presenza nella societ  troppo vasta. Il numero di morti che al giorno viene sciorinato sui giornali o mostrato nei telegiornali varia leggermente in base alle circostanze, e dal momento che appare su cos tanti canali,  praticamente impossibile sottrarvisi. Eppure quella morte non sembra cos minacciosa. Al contrario  qualcosa che desideriamo, e per cui siamo disposti persino a pagare per poterla vedere. Se in aggiunta si prendono in considerazione le smisurate quantit di morte prodotte dalla fiction, il sistema preposto a tener lontano i morti dai nostri occhi appare ancora pi difficile da comprendere. Se la morte come fenomeno non ci spaventa, perch tutto questo disagio davanti a dei corpi privi di vita? Questo significa o che ci sono due tipi di morte o che esiste una contraddizione tra la nostra idea di morte e come essa si manifesta veramente, il che in sostanza implica quanto segue: l'elemento pregnante in questo contesto  che la nostra idea della morte  talmente ancorata nella nostra coscienza che non soltanto rimaniamo scossi quando vediamo che la realt se ne discosta completamente, ma tentiamo anche di nascondere questo fatto con tutti i mezzi. Ci non  il risultato di una riflessione consapevole, qualunque fosse la sua natura, come il caso ha voluto con i riti, per esempio quello del funerale, il cui contenuto e significato pu essere ai nostri giorni oggetto di trattativa, con il suo conseguente trasferimento dalla sfera dell'irrazionale a quella del razionale, da quella collettiva a quella individuale. No, il modo in cui ci sottraiamo ai morti non  mai stato tema di discussione,  sempre stato qualcosa che abbiamo fatto, partendo da una necessit che nessuno  in grado di motivare, ma che tutti conoscono: se una ventosa domenica d'autunno tuo padre muore sul prato di casa, lo porti dentro, se ne hai la possibilit, e se non puoi, lo copri almeno con una coperta. Ma questo non  l'unico impulso che proviamo nei confronti dei morti. Altrettanto sorprendente quanto il fatto che tutti i cadaveri vengono nascosti  quello per cui essi sono portati il pi in fretta che si pu a livello del suolo. Un ospedale che li sposta verso l'alto, che predispone le proprie sale per le autopsie e l'obitorio ai piani superiori della propria struttura,  pressoch impensabile. I morti sono conservati il pi possibile vicino al terreno. E lo stesso principio viene trasmesso anche agli istituti che se ne occupano: una societ di assicurazioni pu indubbiamente avere i propri uffici al settimo piano, ma non un'impresa di pompe funebri. Tutte le imprese di onoranze funebri li hanno il pi possibile vicino al livello della strada. Non  facile stabilire quale possa essere il motivo. Si sarebbe tentati di credere che dipenda da una vecchia convinzione basata su uno scopo pratico, per esempio che lo scantinato era freddo e per questo motivo particolarmente adatto a conservare i cadaveri, e che questo principio  stato mantenuto inalterato anche nella nostra epoca di frigoriferi e congelatori, se non fosse stato che il pensiero di trasportare i defunti ai piani pi alti degli edifici sembra contro natura, come se l'altezza e la morte si escludessero a vicenda. Come se noi possedessimo una specie d'istinto ctonio, qualcosa di cos profondamente radicato da spingerci a condurre i nostri morti gi, verso quella terra da cui siamo venuti.
Potrebbe dunque sembrare che la morte venga distribuita attraverso due sistemi differenti. Uno  connesso alla segretezza e alla pesantezza, alla terra e alle tenebre, l'altro all'apertura e alla leggerezza, all'etere e alla luce. Un padre e suo figlio vengono uccisi nel momento in cui il padre cerca di mettere in salvo il figlio durante uno scontro a fuoco in atto in una qualche citt del Medio Oriente, e l'immagine che li ritrae avvinghiati l'uno all'altro nell'istante in cui i proiettili penetrano nelle loro carni facendone sussultare i corpi viene catturata da una macchina fotografica, trasmessa a uno delle migliaia di satelliti che orbitano intorno alla Terra e diffusa attraverso le televisioni di tutto il mondo, per mezzo delle quali penetra nella nostra coscienza come l'ennesima rappresentazione di esseri morti o agonizzanti. Queste immagini non hanno n peso, n estensione, sono prive di tempo e luogo, non hanno neppure alcun legame con i corpi da cui provengono. La maggior parte di esse si limita a scivolare attraverso di noi per poi sparire, e le poche che per motivi diversi rimangono impresse dentro di noi, vivono un'esistenza propria celata nelle oscurit del nostro cervello. Una discesista cade, provocandosi la rottura dell'arteria femorale, il sangue che scorre a fiotti, lascia alle sue spalle una scia rossa sul pendio bianco, la sciatrice  gi morta prima che il suo corpo si fermi. Un aereo decolla, mentre prende quota le fiamme divampano dalle ali, il cielo sopra le case della periferia  azzurro, il velivolo esplode in una palla di fuoco sotto di esso. Una sera un peschereccio affonda al largo della costa settentrionale norvegese, l'equipaggio composto di sette uomini annega, il mattino dopo l'avvenimento viene riportato su tutti i giornali perch si tratta di un cosiddetto mistero, le condizioni atmosferiche erano buone e l'imbarcazione non aveva lanciato nessun segnale d'emergenza, era semplicemente scomparsa, dettaglio che viene sottolineato la sera stessa dalle redazioni televisive che, sorvolando il luogo della disgrazia a bordo di elicotteri, mostrano le immagini del mare deserto. Il cielo  coperto, le onde grigiastre, calme e pesanti, paiono possedere un temperamento diverso dalle creste repentine, bianche e spumeggianti che si levano qua e l. Sto guardando tutto questo da solo,  un giorno di primavera, probabilmente, perch mio padre sta lavorando in giardino. Fisso la superficie del mare senza ascoltare le parole del reporter, quando di colpo emerge sulle acque la sagoma di un volto. Non so per quanto tempo, qualche secondo, forse, ma abbastanza da rimanerne colpito. Nell'attimo in cui il viso scompare, mi alzo per andare a cercare qualcuno a cui raccontarlo. Mia madre ha il turno di sera, mio fratello  alla partita, e gli altri bambini del vicinato non mi starebbero a sentire, cos rimane pap, penso, e dopo aver sceso rapidamente le scale, infilo i piedi nelle scarpe e le braccia nella giacca, apro la porta e corro intorno alla casa. Non ci  permesso correre sulla nostra propriet, cos un istante prima di entrare nel suo campo visivo, rallento e mi metto a camminare. Pap  sul retro, nell'avvallamento sottostante che diventer un orto, sta sgretolando una roccia con la mazza. Anche se il dislivello  di pochi metri, il terriccio scuro, vangato di recente, e il boschetto di sorbi selvatici che cresce fitto dietro il muretto di pietra alle sue spalle permettono alla luce del crepuscolo di arrivare fin laggi e di illuminare pi a lungo quella parte. Quando pap si gira verso di me dopo essersi raddrizzato, il suo volto  quasi avvolto dalle tenebre.
Eppure ho elementi sufficienti per stabilire di che umore sia. Non lo capisco dall'espressione del suo viso, ma dall'atteggiamento del corpo, e queste deduzioni non le si leggono con il pensiero, ma grazie all'intuizione.
Posa la mazza, si toglie i guanti.
Che c'? dice.
Ho appena visto alla tv una faccia comparire in mare, esordisco fermandomi sul prato che si trova sopra di lui. Quel pomeriggio il vicino ha abbattuto un abete e l'aria  satura dell'odore pungente della resina che emanano i ciocchi di legna accatastati dall'altra parte del muretto.
Un sommozzatore? chiede pap. Sa che ho un debole per i sub e per lui sarebbe quasi impensabile che per me esistesse qualcos'altro di cos interessante da uscire a raccontarglielo.
Scuoto la testa.
Non era un essere umano. Era una specie di immagine in mare".
Una specie di immagine, ma senti, commenta prima di estrarre il pacchetto di sigarette dal taschino della camicia.
Annuisco e mi giro per tornare in casa.
Aspetta un attimo, esclama pap.
Dopo aver sfregato un cerino, china appena la testa in avanti per accendersi la sigaretta. La fiammella scava una piccola cavit di luce nel chiarore grigio del crepuscolo.
Allora, riprende.
Dopo aver inalato profondamente, appoggia un piede sulla roccia prima di guardare in direzione del bosco che si trova sul lato opposto della strada. O forse sta fissando il cielo sopra gli alberi.
Era l'immagine di Ges quella che hai visto? dice posando lo sguardo su di me. Se non fosse stato per quella voce amichevole e la lunga pausa prima della domanda, avrei pensato che mi stesse prendendo in giro. Trova un po' imbarazzante che io sia cristiano: tutto quello che vuole da me  che io non mi distingua dagli altri bambini, e di tutti quelli di cui pullula questa zona residenziale, non c' nessun altro a parte suo figlio pi piccolo ad affermare di essere cristiano.
Questa cosa gli d molto da pensare.
Provo una breve ventata di gioia perch in fondo lui si preoccupa di me, anche se al contempo rimango un po' ferito per il fatto che mi sottovaluti a tal punto.
Scuoto la testa.
Non era Ges, spiego.
Mi fa quasi piacere sentirtelo dire, replica pap sorridendo. Da un punto del pendio sopra di noi proviene il debole ronzio di gomme di bicicletta che avanzano sull'asfalto. Il suono cresce velocemente d'intensit e nel quartiere il silenzio  tale che le note basse, quasi simili a una melodia, che si formano in tutto quel fruscio, riecheggiano nitidamente quando subito dopo la bici ci supera sfrecciando lungo la via che si snoda davanti a noi.
Pap fa un altro tiro prima di buttare la sigaretta fumata a met al di l del muretto e dopo aver tossito alcune volte si infila di nuovo i guanti e afferra la mazza.
Non pensarci pi, conclude alzando lo sguardo verso di me.
Quella sera io avevo otto anni, mio padre trentadue. Bench io non possa ancora affermare di capirlo n di sapere che tipo di persona fosse, adesso che ho sette anni in pi di quanti lui ne avesse all'epoca, riesco a comprendere alcune cose con maggior facilit. Per esempio l'enorme differenza esistente tra le nostre giornate. Mentre le mie erano colme di significato, dove ogni passo apriva a nuove possibilit e ogni possibilit mi riempiva totalmente in un modo che ora mi risulta inspiegabile, il senso delle sue non si concentrava su singoli avvenimenti, ma si dilatava espandendosi su superfici cos grandi che era impossibile coglierle se non ricorrendo a concetti astratti. Uno era famiglia, l'altro carriera. Nel corso delle sue giornate poche o nulle erano le opportunit impreviste che gli si potevano presentare, lui deve aver sempre saputo a grandi linee che cosa gli avrebbero portato e come ci si sarebbe dovuto rapportare a esse. Era sposato da dodici anni, otto dei quali trascorsi come insegnante di scuola media, aveva due figli, casa e macchina. Era stato eletto nel Consiglio comunale e faceva parte della giunta in qualit di rappresentante del partito socioliberale Venstre. Durante il semestre invernale si occupava di filatelia, e non senza successo, visto che nel giro di poco tempo era diventato uno dei pi eminenti collezionisti di francobolli della regione, mentre in quello estivo era il giardinaggio a impegnare il tempo libero che aveva a disposizione. A che cosa stesse pensando in quella sera primaverile non lo so, neppure che immagine avesse di se stesso mentre si raddrizzava nella semioscurit con la mazza tra le mani, ma sono alquanto certo che in lui albergasse la sensazione di capire piuttosto bene il mondo che lo circondava. Sapeva chi erano tutti i vicini che abitavano nel suo stesso quartiere residenziale e quale fosse la loro posizione sociale rispetto alla sua. Probabilmente conosceva in parte anche quello che loro credevano di tenere nascosto sia perch insegnava ai loro figli sia perch aveva un occhio clinico per le debolezze altrui. Come membro della nuova, istruita classe media era anche ben informato su quanto accadeva nel mondo, notizie che gli giungevano quotidianamente grazie ai giornali, alla radio e alla televisione. Era abbastanza ferrato in botanica e zoologia, materie per cui aveva mostrato un certo interesse in giovent, e anche se non era versato per le altre materie scientifiche, conosceva almeno i loro fondamenti dai tempi del liceo. Era pi preparato in storia, che aveva studiato all'universit insieme a norvegese e inglese. In altre parole non era specializzato in nessuna materia, fatta forse eccezione per la pedagogia, anche se in effetti sapeva un po' di tutto. Sotto questo punto di vista era un tipico insegnante di scuola media, si noti bene, ai tempi in cui questa professione godeva ancora di un certo prestigio sociale. Il vicino che abitava dall'altra parte del muretto in pietra, Prestbakmo, insegnava nella stessa scuola, analogamente a Olsen, che viveva in cima al pendio coperto di vegetazione dietro casa, mentre Knudsen, la cui abitazione si trovava all'altro capo della circonvallazione, era ispettore scolastico in un altro istituto di pari grado. Quindi, quando quella sera di primavera a met degli anni settanta mio padre alz la mazza sopra la testa prima di lasciarla cadere sulla roccia, lo fece in un mondo che conosceva e con cui aveva familiarit. Soltanto quando anch'io ebbi raggiunto la sua et, mi resi conto che questo aveva un prezzo. Quando la comprensione del mondo aumenta, non solo diminuisce il dolore da essa causato, ma anche il senso. Capire il mondo significa porsi a una distanza precisa da esso. Ci che risulta troppo piccolo a occhio nudo, come le molecole e gli atomi, lo ingrandiamo, ci che  troppo grande, come le formazioni nuvolose, i delta dei fiumi, le costellazioni, lo rimpiccioliamo. E quando abbiamo ricondotto ogni cosa entro il raggio d'azione dei nostri sensi, lo ancoriamo. Questo fissare le nostre conoscenze lo chiamiamo sapere. Per tutta l'infanzia e la giovent ci sforziamo di stabilire la giusta distanza dalle cose e dai fenomeni. Leggiamo, impariamo, facciamo esperienze, correggiamo. Poi un giorno arriva per ognuno il momento in cui sono state definite tutte le distanze necessarie, sono stati stabiliti tutti i sistemi fondamentali.  proprio allora che il tempo comincia a fluire pi rapidamente. Non incontra pi nessun ostacolo, tutto  fissato, il tempo inonda impetuoso le nostre vite, i giorni scompaiono a gran velocit e, prima che ce ne rendiamo conto, abbiamo quaranta, cinquanta, sessant'anni... Il senso ha bisogno di pienezza, la pienezza ha bisogno di tempo, il tempo ha bisogno di opposizione. Il sapere  distanza,  immobilit,  nemico del senso. In altre parole, l'immagine che ho di mio padre quella sera del 1976  duplice: da un lato lo vedo come lo vedevo allora, con gli occhi di un bambino di otto anni, imprevedibile e pauroso, dall'altro come un coetaneo, attraverso la cui esistenza il tempo soffia portandosi via brandelli sempre pi grandi di senso.
Il rumore della mazza sulla roccia riecheggi nel vicinato. Una macchina che dalla strada principale stava salendo lungo il leggero pendio pass con i fari accesi. La porta del vicino si apr. Fermatosi sul pianerottolo, Prestbakmo si infil i guanti da lavoro mentre fiutava l'aria tersa della sera, prima di afferrare la carriola e spingerla davanti a s lungo il prato. Si sentiva l'odore, simile a quello della polvere da sparo, della roccia che mio padre stava spaccando, di pino proveniente dai ciocchi di legna posti dietro il muretto di pietra, di terra appena smossa, di bosco, e nella leggera brezza che soffiava da nord di aroma di sale. Pensai al volto che avevo visto emergere dal mare. Anche se erano passati soltanto un paio di minuti dall'ultima volta che ci avevo riflettuto sopra, era completamente cambiato. Adesso quello che vedevo era il viso di mio padre.
Nell'avvallamento continuava a sferrare colpi.
Sei ancora l, ragazzo?
Annuii.
Vedi di andare dentro".
Mi avviai.
Ehi! esclam.
Mi fermai girando la testa con espressione interrogativa.
E questa volta senza correre".
Lo fissai. Come faceva a sapere che avevo corso?
E non startene l cos a bocca aperta, continu. Sembri deficiente".
Obbedii e, dopo averla chiusa, camminai lentamente intorno alla casa. Quando giunsi davanti all'ingresso, la via era piena di bambini. I pi grandi facevano capannello con le loro biciclette, che nel crepuscolo parevano quasi un prolungamento dei loro corpi. I pi piccoli giocavano a calciare il barattolo. Quelli che erano stati catturati stavano dentro un cerchio disegnato con il gesso sul marciapiede, gli altri erano acquattati nel bosco che si trovava in fondo alla strada, invisibili a chi aveva fatto la conta, ma non a me.
Le luci provenienti dai piloni del ponte scintillavano rosse sopra le cime nere degli alberi. Un'altra macchina stava risalendo il pendio. Illuminati dal bagliore dei fari, furono visibili prima i ciclisti, un breve attimo di catarifrangenti, metallo, giacche a vento, occhi neri e volti bianchi, poi i bambini che giocavano, che si erano spostati giusto lo stretto necessario per permettere all'automobile di passare, e che adesso, simili a spettri, la stavano fissando.
Erano i Trollnes, i genitori di Sverre, un mio compagno di classe. A quanto pareva, lui non c'era.
Mi voltai per seguire con lo sguardo le luci posteriori rosse fino a quando scomparvero al di l del pendio. Poi entrai in casa. Per un po' cercai di leggere a letto, ma visto che non riuscivo a calmarmi, mi recai in camera di Yngve, da dove potevo studiare pap dalla finestra. Osservandolo ero in grado di sapere quale fosse il suo umore del momento, e in un certo senso questa certezza era la cosa pi importante. Conoscevo i suoi stati d'animo e da tempo avevo imparato a prevederli con l'aiuto di una specie di sistema inconscio di categorizzazione, ho poi pensato, in cui la relazione esistente tra poche grandezze fisse era sufficiente per stabilire che cosa mi aspettava, cos da potermi preparare. Una forma di meteorologia della mente... La velocit della macchina quando saliva il lieve pendio che portava alla casa, il modo di afferrare le sue cose quando scendeva, come si guardava intorno quando chiudeva a chiave la portiera, le sfumature emesse dai diversi suoni che si levavano dal corridoio quando si toglieva il giaccone - tutto era un segno, tutto poteva essere interpretato. A questo si aggiungevano forse le informazioni su dove era stato, per quanto tempo era rimasto fuori e in compagnia di chi, tutto questo prima di trarre le conclusioni, che rappresentavano l'unica parte del processo che io conoscevo. Per questo ci che temevo di pi era quando lui semplicemente arrivava... Quando per qualche motivo io ero stato disattento...
Come diavolo faceva a sapere che avevo corso?
Non era la prima volta che mi scopriva in maniera inspiegabile. Una sera di quello stesso autunno, per esempio, avevo nascosto un sacchetto di dolciumi sotto il piumone del letto, proprio perch intuivo che sarebbe entrato in camera mia, e che mai e poi mai avrebbe creduto alla mia spiegazione su come avevo fatto a racimolare i soldi per comprarli. Quando in effetti entr, mi fiss per qualche secondo.
Che cos' che hai nascosto nel letto? domand.
Come faceva a saperlo?
Fuori Prestbakmo accese la potente lampada montata sul lastricato in legno su cui era solito lavorare. Quella nuova isola di luce che emerse dall'oscurit era piena di oggetti di ogni tipo che lui rimase a fissare perfettamente immobile. Pile di barattoli di vernice, contenitori di vetro colmi di pennelli, ciocchi di legna da ardere, resti di assi, teli impermeabili ripiegati, pneumatici, il telaio di una bicicletta, alcune cassette porta attrezzi, scatole di chiodi e viti di ogni tipo e misura, contenitori per piantine riempiti con cartoni del latte da cui spuntavano fiori appena germogliati, sacchi di calce, un tubo per innaffiare attorcigliato e appoggiato alla parete, un pannello su cui si stagliavano tutti gli attrezzi possibili e immaginabili, probabilmente pensato per la stanza degli hobby nel seminterrato della casa.
Quando sbirciai nuovamente in direzione di pap, stava attraversando il prato con la mazza in una mano e una pala nell'altra. Arretrai velocemente di qualche passo. In quello stesso istante si apr la porta d'ingresso. Era Yngve. Guardai l'orologio. Le otto e ventotto. Quando subito dopo sal le scale con quella falcata caratteristica, quasi a scatti, simile all'andatura di una papera, che avevamo elaborato per muoverci velocemente per casa senza far rumore, aveva il fiatone e le guance rosse.
Dov' pap? chiese dopo essere entrato in camera.
Fuori in giardino, risposi. Ma non sei in ritardo. Guarda, adesso sono le otto e mezzo".
Tesi il braccio per mostrargli l'orologio.
Mi pass davanti e prese la sedia dalla scrivania. Aveva ancora lo stesso odore che si sentiva all'esterno. Aria fredda, bosco, ghiaia, asfalto.
Hai toccato le mie cassette? domand.
No".
E allora che cosa ci fai nella mia stanza?
Niente, dissi.
E non lo puoi fare in camera tua?
Sotto di noi la porta d'ingresso si apr nuovamente. Questa volta erano i passi pesanti di pap che si muovevano al pianterreno. Si era tolto gli stivali prima di entrare, come faceva sempre, e stava andando in lavanderia per cambiarsi.
Al telegiornale ho visto una faccia in mare, dissi. Ne hai sentito parlare? Sai se c' qualcun altro che l'ha vista?
Yngve mi guard con un'espressione in parte interrogativa, in parte ostile.
Che cosa stai farneticando?
Hai sentito del peschereccio che  affondato?
Annu appena.
Quando al telegiornale hanno fatto vedere il punto dove  successo, ho visto un volto spuntare in mare".
Un cadavere?
No, non era una faccia vera. Era il mare che ha preso la forma di una specie di volto".
Per un attimo mi fiss senza dire niente, poi fece ruotare l'indice all'altezza della tempia.
Non mi credi?  vero".
Quello che  vero  che sei uno zero".
Quando in quello stesso istante pap apr il rubinetto dell'acqua, pensai che fosse meglio andare subito in camera mia per non rischiare di incontrarlo nel corridoio. Al contempo non volevo che Yngve avesse l'ultima parola.
Sei tu che sei uno zero, esclamai.
Non si prese neppure la briga di rispondere. Si limit a girare il capo verso di me e dopo aver scoperto l'arcata superiore dei denti, si mise a soffiare imitando un coniglio. Quel gesto alludeva ai miei, che erano sporgenti. Voltai la testa e lasciai la stanza prima che potesse vedere che mi ero messo a piangere. Finch ero da solo, non mi importava se scoppiavo in lacrime. E questa volta me l'ero cavata, no? Perch lui non se n'era accorto, vero?
Mi fermai sulla porta della mia camera meditando per un istante se fosse il caso di andare in bagno, dove avrei potuto sciacquarmi la faccia con l'acqua fredda e cancellare le tracce. Ma pap stava salendo, cos mi accontentai di asciugarmi gli occhi sulla manica della maglia. Lo strato sottile di liquido che la stoffa asciutta distribu sulla superficie dell'occhio fece tremare le pareti e i colori della stanza, come se, sprofondata all'improvviso, adesso si trovasse sott'acqua, e quell'immagine era cos suggestiva che sollevai le braccia e mi misi a nuotare mentre mi dirigevo lentamente verso la scrivania. Nella mia mente indossavo l'elmo metallico dello scafandro usato un tempo dai palombari, quando perlustravano i fondali marini armati di scarponi di piombo e spesse tute impermeabili simili alla pelle di un elefante, con un tubo per l'ossigeno fissato alla testa come una specie di proboscide. Mentre respiravo dalla bocca emettendo dei piccoli sibili, presi a muovermi per la stanza con gli stessi movimenti impacciati e pesanti dei sommozzatori di una volta, fino a quando il terrore, verso cui sconfinava quella rappresentazione, lentamente prese a infiltrarsi dentro di essa come acqua fredda.
Alcuni mesi prima avevo visto la serie televisiva L'isola misteriosa, tratta dal romanzo di Jules Verne, e la storia di quegli uomini che naufragano con un pallone a gas su un'isola deserta dell'Atlantico mi aveva molto impressionato fin dalla prima scena. Tutto era carico di tensione e suspense. La mongolfiera, la tempesta, gli uomini vestiti secondo la moda dell'Ottocento, l'isola arida e battuta dalle intemperie su cui erano finiti, gli avvenimenti misteriosi e inspiegabili che continuavano ad accadere intorno a loro... Ma allora chi erano gli altri esseri che vi abitavano? La risposta giunse improvvisa verso la fine di un episodio. C'era qualcuno nelle grotte sottomarine... creature dalle sembianze umane... al bagliore delle torce che tenevano in mano, si intravedevano teste lisce, nascoste da maschere... pinne... assomigliavano a lucertoloni, ma camminavano eretti... sulla schiena avevano delle specie di bombole... uno di loro si gir, non aveva gli occhi...
Non urlai quando vidi quella scena, ma il terrore che mi provocarono quelle immagini non se ne and pi via: persino in pieno giorno mi attanagliava quando ripensavo agli uomini rana presenti nella grotta. E adesso i miei pensieri stavano per trasformarmi in uno di loro. Il mio sibilare era il loro sibilare, i miei passi i loro passi, le mie braccia le loro braccia, e quando chiudevo gli occhi, ci che vedevo davanti a me era il loro volto senza occhi. La grotta... l'acqua nera... quella serie di uomini rana con le torce in mano... La mia immedesimazione era tale che non serviva a nulla aprire gli occhi. Bench mi trovassi in camera mia, circondato dagli oggetti a me familiari, la paura non mi abbandonava. Osavo a malapena battere le palpebre per timore che succedesse qualcosa. Mi sedetti rigido sul letto e dopo aver agguantato lo zainetto senza neanche guardarlo, diedi un'occhiata al calendario delle lezioni, trovai il mercoled e lessi quello che c'era scritto, matematica, scienze, storia e geografia, musica. Dopo averlo sollevato, appoggiai lo zainetto sulle gambe prima di passare meccanicamente in rassegna i volumi che c'erano dentro. Quando ebbi finito, presi il libro che si trovava aperto sul cuscino, mi appoggiai con la schiena alla parete e mi misi a leggere. I secondi che intercorrevano ogni volta che alzavo lo sguardo si trasformarono a poco a poco in minuti, e quando pap grid che era ora dello spuntino serale, alle nove in punto, non era pi la paura a farla da padrona, ma il libro. Anche da quello fui costretto a staccarmi a fatica.
Non ci era permesso di tagliare da soli il pane, n di usare i fornelli, quindi erano sempre mamma e pap a prepararci lo spuntino serale. Se la mamma aveva il turno di sera, faceva tutto pap: quando ci presentavamo in cucina, ci aspettavano due bicchieri di latte e due piatti con quattro fette di pane gi imburrate. Quasi sempre erano state preparate prima e poi conservate in frigo, e il fatto che fossero fredde le rendeva difficili da mandare gi, anche quando avevano sopra qualcosa che mi piaceva. Quando la mamma era a casa, i vari tipi di companatico venivano messi in tavola, o da lei o da noi, e questo piccolo gesto, che ci permetteva di scegliere cosa portare in tavola e cosa mettere sul pane, oltre al dettaglio che le fette erano a temperatura ambiente, era sufficiente a far scaturire in noi una certa sensazione di libert: se potevamo aprire l'anta degli armadietti, prendere i piatti che tintinnavano sempre lievemente quando sbattevano uno contro l'altro, e disporli sul tavolo, mettere i bicchieri, aprire il frigorifero, prendere il latte e versarlo, allora potevamo veramente aprire bocca e parlare. Era come se una cosa tirasse l'altra quando mangiavamo la sera con la mamma. Parlavamo a ruota libera di tutto quello che ci passava per la testa, lei era interessata a ci che dicevamo, e se per sbaglio ci capitava di rovesciare del latte o distrattamente appoggiavamo la bustina usata del t sulla tovaglia (ogni tanto ce lo preparava), non era un grosso problema. Ma se il nostro coinvolgimento personale alla riuscita di quello spuntino era l'elemento chiave che apriva quella chiusa che regolava la nostra libert, il grado di presenza paterna ne determinava le dimensioni. Se era all'esterno o gi nel suo studio, parlavamo liberamente, a voce alta e gesticolando quanto volevamo. Se stava salendo le scale, abbassavamo automaticamente il tono di voce e cambiavamo argomento qualora stessimo discutendo di qualcosa che a nostro dire lui poteva giudicare inopportuno. Se entrava in cucina, smettevamo di parlare, restando seduti rigidi e impalati, come se tutta la nostra attenzione fosse concentrata sul cibo. Se invece era in soggiorno, continuavamo a chiacchierare, ma in modo pi smorzato e circospetto.
Quella sera, quando arrivammo in cucina, c'erano i due piatti con le quattro fette di pane pronte in tavola ad aspettarci. Una con il formaggio marrone e dolciastro di latte di capra, una con il formaggio a pasta gialla, una con le sardine al pomodoro, una con il formaggio al cumino. Non mi piacevano le sardine e quindi cominciai con quella. Il pesce mi ripugnava, mi nauseava il merluzzo bollito, che mangiavamo almeno una volta alla settimana, e lo stesso valeva sia per i vapori provenienti dalla pentola in cui veniva cotto, sia per il sapore e la consistenza. Ovviamente provavo repulsione anche per il pollack bollito, il merluzzo nero bollito, l'aringa bollita, l'eglefino bollito, la sogliola bollita, lo sgombro bollito e lo scorfano bollito. Con le sardine la cosa peggiore non era il sapore, potevo ingoiare il pomodoro pensando che fosse una specie di ketchup, ma la consistenza, soprattutto la coda piccola e liscia. Era ripugnante. Per ridurre al minimo il contatto, prima le staccavo con un morso, le appoggiavo su un angolo del piatto, spingevo un po' di quella salsa di pomodoro verso la crosta che delimitava un lato della fetta di pane, infilavo le code nel mezzo di quella poltiglia e poi richiudevo la crosta a met. In quel modo riuscivo a masticare un paio di bocconi senza entrare in contatto con le code, poi buttavo gi tutto con il latte. Se pap non c'era, come quella sera, era invece possibile infilare le code nella tasca dei pantaloni.
Quando lo facevo, Yngve inarcava le sopracciglia e scuoteva la testa. Poi sorrideva. Io gli ricambiavo il sorriso.
In soggiorno pap si mosse sulla poltrona. Si sent il fruscio di una scatola di cerini. Un attimo dopo riecheggiarono il breve crepitio della capocchia di zolfo che veniva sfregata sulla superficie ruvida, e il suono scoppiettante quando prese fuoco, che in un certo senso andarono a fondersi perfettamente con il silenzio successivo della fiammella. Quando pochi secondi dopo l'odore di sigaretta penetr in cucina, Yngve si chin in avanti per aprire la finestra, cercando di fare il pi silenziosamente possibile. I suoni che provenivano dall'oscurit cambiarono del tutto l'atmosfera in cucina, che di colpo divenne parte del paesaggio esterno.  come essere seduti su uno strapiombo, pensai. Il pensiero mi fece rizzare i peli dell'avambraccio. Il vento, che soffiando avanzava tra il bosco, si insinu frusciando sopra i cespugli e gli alberi del prato che si trovavano sotto di noi. In lontananza, all'incrocio, riecheggiavano le voci dei bambini che stavano ancora chiacchierando, appoggiati alle loro biciclette. Sulla salita che portava al ponte una moto cambi la marcia. E a distanza, come al di sopra di tutto il resto, si diffuse il ronzio di un'imbarcazione a motore che stava rientrando dallo stretto.
Era ovvio, mi aveva sentito! I passi quando correvo sulla ghiaia!
Ti va il mio? mi chiese Yngve a voce bassa indicando la fetta di pane con il formaggio al cumino.
Per me va bene, risposi. Sollevato per aver risolto il mistero, mandai gi l'ultimo boccone con le sardine insieme a un goccio di latte prima di passare a quella che Yngve aveva messo sul mio piatto. Bisognava stare attenti a centellinare il latte prima di arrivare all'ultima fetta, perch se non ce n'era pi, era impossibile ingoiarla. Naturalmente la soluzione ottimale era lasciarne un po' fino a quando uno aveva finito di mangiare tutte le fette perch il latte non era mai cos buono come quando non doveva svolgere nessuna funzione particolare, ma scorreva semplicemente gi per la gola, puro e senza essere mescolato a nient'altro. A me la cosa non riusciva quasi mai: i bisogni contingenti trionfavano sempre sulle promesse future, indipendentemente da quanto potessero risultare allettanti.
Invece Yngve ci riusciva. Era un maestro nell'arte del mettere da parte.
Su da Prestbakmo tacchi di stivali risuonarono sul lastricato di legno. Poi tre brevi grida squarciarono la sera.
Geir! - Geir! - Geir!
La risposta che giunse dal cortile antistante la casa dove abitava John Beck arriv in ritardo e con un tono di voce tale che tutti quelli che la sentirono dovevano aver capito che era stata frutto di una certa riflessione.
S, arrivo! disse.
Poco dopo si sentirono i passi dell'interessato che correva. Nel momento in cui i due ebbero raggiunto il muro di Gustavsen, pap si alz in soggiorno. Qualcosa nel suo modo di attraversare la stanza mi costrinse ad abbassare la testa. Yngve fece lo stesso. Entrato in cucina, pap si diresse verso il tavolo e dopo essersi chinato in avanti senza dire una parola richiuse con forza la finestra.
Di sera teniamo la finestra chiusa, disse.
Yngve annu.
Pap ci guard.
Sbrigatevi a finire".
Soltanto dopo che si era rimesso a sedere in soggiorno, io e Yngve ci scambiammo un'occhiata.
Ah, ah, sussurrai.
Ah, ah? bisbigli di rimando. Guarda che ce l'aveva anche con te".
Era avanti di quasi due fette e poco dopo pot alzarsi e sparire nella sua stanza, mentre io rimasi seduto ancora per qualche minuto a masticare. Il piano era andare in soggiorno da pap dopo aver finito di mangiare per dirgli che durante il notiziario della sera avrebbero trasmesso sicuramente il servizio con la faccia in mare, ma date le circostanze forse sarebbe stato meglio lasciar stare.
O no?
Decisi di sondare il terreno. Quando uscivo dalla cucina, di solito mi giravo verso il soggiorno per augurargli la buonanotte. Se il suo tono di voce fosse risultato neutro, o, nel migliore dei casi, disponibile, allora avrei tirato fuori l'argomento. Altrimenti no.
Purtroppo si era seduto sul divano, che si trovava in fondo al soggiorno, e non in una delle due poltrone in pelle davanti al televisore, come faceva di norma. Quindi per stabilire un contatto con pap non potevo semplicemente voltarmi verso di lui e augurargli la buonanotte come un gesto di passaggio (cosa che invece mi era possibile quando sedeva in una delle poltrone), ma ero costretto a entrare e a compiere qualche passo nella stanza. Ovviamente questo gli avrebbe fatto capire che volevo qualcosa, pertanto sarebbe andata in fumo tutta l'idea di ascoltare e valutare il suo tono di voce perch a quel punto sarei stato costretto a spiattellare tutto indipendentemente dal modo in cui mi avrebbe risposto.
Feci quella scoperta soltanto dopo essere uscito dalla cucina e dal momento che mi bloccai in preda all'indecisione, di colpo non ebbi pi scelta, perch ovviamente pap aveva sentito che mi ero fermato di punto in bianco e quindi doveva aver subito dedotto che io volevo qualcosa. Feci i quattro passi che mancavano per entrare nel suo campo visivo.
Sedeva con le gambe accavallate, il gomito appoggiato allo schienale del divano, la testa leggermente reclinata all'indietro, poggiata sulla mano. Lo sguardo, che sembrava osservare di sbieco il soffitto, si diresse su di me.
Buonanotte, pap, esordii.
Buonanotte, rispose.
Mostreranno sicuramente la stessa immagine al notiziario della sera, dissi. Volevo solo dirtelo. Cos tu e la mamma la potete vedere".
Quale immagine? chiese.
Quella della faccia, spiegai.
La faccia?
Dovevo essere rimasto con la bocca aperta perch improvvisamente rilasci la mascella inferiore assumendo un'espressione che voleva imitare la mia.
Quella di cui ti ho parlato, continuai.
Richiusa la bocca, si raddrizz senza togliermi gli occhi di dosso.
Adesso basta con questa faccia".
S".
Nel momento in cui mi girai e mentre percorrevo il corridoio, percepii come la sua attenzione su di me avesse finalmente mollato la presa. Mi lavai i denti, mi svestii e mi infilai il pigiama, accesi la luce sopra il letto prima di spegnere quella del soffitto e mi misi a leggere.
A dire il vero mi era consentito farlo soltanto per una mezzora, fino alle dieci, ma di solito continuavo finch la mamma non era rientrata, verso le dieci e mezzo. Fu cos anche quella sera. Quando sentii il Maggiolino risalire il pendio dalla strada principale, appoggiai il libro per terra e spensi la luce per rimanere ad ascoltare al buio i rumori che produceva: la portiera che veniva richiusa, i passi sulla ghiaia, la porta d'ingresso che si apriva, il giaccone che veniva tolto, i passi sulle scale... In quei momenti, quando c'era lei, la casa sembrava diversa, e la cosa strana era che ero in grado di notarlo: per esempio, se mi ero addormentato prima del suo arrivo e mi svegliavo durante la notte, avvertivo dentro di me la sua presenza. L'atmosfera era cambiata senza che io riuscissi a spiegare esattamente in che modo, eppure la sentivo di colpo rassicurante. Lo stesso valeva per le volte in cui ritornava prima del previsto mentre ero fuori: nell'attimo in cui mettevo piede nell'ingresso, sapevo che la mamma era in casa.
Naturalmente avrei voluto parlarle, lei avrebbe capito meglio di chiunque altro questa questione del volto, ma non la sentivo come una necessit vera e propria. La cosa pi importante era che lei ci fosse. La sentii appoggiare il mazzo di chiavi sul tavolino del telefono quando arriv in cima alle scale, spingere la porta scorrevole, dire qualcosa a pap che sedeva l dentro, e richiuderla alle sue spalle. Ogni tanto, soprattutto dopo i turni serali del fine settimana, lui preparava da mangiare per loro due per quando rientrava. Allora capitava che mettessero dei dischi. Qualche rara volta c'era anche una bottiglia di vino che poi lasciavano sul ripiano della cucina, sempre la stessa marca di vino rosso comprato al monopolio di stato, e di rado della birra, due o tre pils prodotte dal birrificio di Arendal, dalle bottiglie marroni da 0,7 litri con il logo giallo raffigurante un veliero.
Ma non quella sera. Ne ero felice. Infatti quando mangiavano insieme, non guardavano la televisione, e invece dovevano farlo se volevo portare a termine il mio piano, che era tanto semplice quanto audace: quando mancava una manciata di secondi alle undici, sarei sgusciato dal letto, sarei andato di soppiatto in corridoio, avrei socchiuso la porta scorrevole e mi sarei visto il notiziario della sera dalla televisione del soggiorno. Non avevo mai tentato qualcosa di simile, tantomeno preso in considerazione. Non facevo quello che mi era vietato. Mai. Neanche una volta mi ero permesso di fare qualcosa che mio padre mi aveva proibito. Non di proposito, almeno. Ma stavolta era diverso, poich non si trattava di me, ma di loro. Io avevo gi visto l'immagine di quel volto in mare, e non avevo bisogno di rivederla. Volevo soltanto scoprire se loro avrebbero visto la stessa cosa che avevo notato io.
Me ne stavo cos, sdraiato a letto, a pensare mentre al buio seguivo con lo sguardo le lancette verdognole della sveglia. Adesso che regnava il silenzio, ero in grado di sentire il rumore delle macchine che passavano sulla strada principale. Un tragitto acustico che iniziava quando arrivavano in cima al pendio, all'altezza del nuovo supermercato B-Max, proseguivano fino al bivio di Holtet, superavano l'entrata che portava a Gamle Tybakken e imboccavano la salita fino al ponte, dove quel percorso sonoro svaniva senza lasciare tracce con la stessa rapidit con cui era iniziato trenta secondi prima.
Alle dieci e cinquantuno si apr la porta della casa che si trovava sull'altro lato della via, un po' pi in su rispetto alla nostra abitazione. Dopo essermi messo in ginocchio sul letto, sbirciai fuori dalla finestra. Era la signora Gustavsen, stava percorrendo il vialetto d'ingresso con in mano un sacchetto dell'immondizia.
Solo quando la vidi, mi resi conto che si trattava di una visione insolita. In effetti la signora Gustavsen non metteva mai il naso fuori: la si vedeva dentro casa o seduta a fianco del conducente nella loro Ford Taunus blu, eppure, per quanto lo sapessi, non ci avevo mai pensato. Ma adesso, quando si ferm davanti al bidone della spazzatura, ne sollev il coperchio e ci infil dentro il sacchetto prima di richiuderlo con quella grazia indolente che possiedono spesso le donne grasse, quel particolare mi colp: non la si vedeva mai fuori.
Il lampione che si trovava davanti alla nostra siepe gettava su di lei una luce cruda, ma a differenza delle cose che la circondavano - il bidone, le pareti bianche della roulotte, le mattonelle dei muri, l'asfalto - che riflettevano la luce in modo freddo e tagliente, la sua figura sembrava modularla e assorbirla. Le braccia nude risplendevano debolmente, la stoffa della maglia bianca brillava, i capelli folti e grigiastri parevano quasi dorati.
Rimase per un po' immobile a guardarsi in giro: diresse prima lo sguardo verso i Prestbakmo, poi lo alz verso gli Hansen, infine lo abbass verso il bosco che si ergeva sul lato opposto della strada.
Un gatto, che si stava avvicinando tutto impettito, si ferm per un attimo a guardarla. La donna si strofin pi volte il braccio con la mano, prima di girarsi e rientrare in casa.
Guardai nuovamente l'orologio. Le dieci e cinquantasei. Avevo un po' freddo e per un istante presi in considerazione l'ipotesi di infilarmi un maglione, ma poi giunsi alla conclusione che, se mi avessero scoperto, quel dettaglio avrebbe rivelato che ogni cosa era stata premeditata. E in fondo si trattava soltanto di pochi minuti.
Mi avvicinai con cautela alla porta e ci appoggiai l'orecchio. L'unico fattore di rischio era rappresentato dal fatto che il gabinetto si trovava da questo lato della porta scorrevole. Se mi fossi piazzato proprio in quel punto, avrei potuto tenerli sotto controllo e avere la possibilit di ritirarmi qualora si fossero alzati in soggiorno, ma ora che la porta scorrevole era chiusa, se si fossero diretti in quella direzione, lo avrei scoperto quando sarebbe stato gi troppo tardi.
Ma in tal caso avrei sempre potuto fare finta di dover andare in bagno!
Rinfrancato da quella soluzione, aprii con circospezione la porta prima di scivolare nel corridoio. Regnava il silenzio pi assoluto. Mentre percorrevo furtivamente il corridoio, avvertii la moquette ruvida sotto la pianta sudata dei piedi, mi fermai davanti alla porta e, visto che non sentii nessun rumore, la feci scorrere leggermente prima di sbirciare dalla fessura.
Il televisore era acceso in un angolo della stanza. Le due poltrone erano vuote.
Quindi tutti e due erano seduti sul divano.
Perfetto.
Sullo schermo apparve il globo terrestre circondato dalla lettera N del notiziario. Scongiurai Dio che trasmettessero lo stesso servizio, in modo che mamma e pap potessero vedere quello che avevo visto io.
Il conduttore apr l'edizione serale parlando del peschereccio scomparso e il cuore cominci a martellarmi forte nel petto. Ma il reportage che mostrarono era un altro: invece delle immagini che inquadravano il mare deserto, furono fatte vedere quelle del responsabile della polizia locale che veniva intervistato su un molo, a cui seguirono quelle di una donna con in braccio un bambino piccolo, a cui seguirono quelle dell'inviato che parlava e che aveva come sfondo il mare mosso.
Quando il servizio fin, si sent prima la voce di mio padre, poi delle risate. La sensazione di vergogna che mi pervase era cos forte che non riuscivo a pensare. Era come se dentro di me tutto fosse sbiancato. La forza devastante di quella vergogna improvvisa fu l'unico sentimento della mia infanzia che poteva paragonarsi per intensit alla paura, a cui si aggiunse la rabbia repentina che provai in quel momento. Tutte e tre avevano in comune il fatto che ero io a venire in un certo senso annientato. Quella era l'unica sensazione che contava. Cos, quando mi voltai per tornare in camera mia, lo feci senza essere in grado di rendermi conto di nulla. So che la finestra delle scale doveva essere cos buia da riflettere l'immagine del corridoio. So che la porta della stanza di Yngve doveva essere chiusa come quella della camera da letto di mamma e pap e quella del bagno. So che il mazzo di chiavi della mamma doveva trovarsi sparpagliato sul tavolo del telefono, simile a una specie di animaletto fiabesco che stava dormendo, con la testa di cuoio e una miriade di zampette di metallo. So che il vaso di ceramica, alto fino al ginocchio e contenente fiori secchi e giunchi, doveva trovarsi sul pavimento l accanto e che faceva quasi a pugni con la stoffa sintetica della moquette. Ma io non vedevo nulla, non sentivo nulla, non pensavo a nulla. Entrato in camera, mi sdraiai sul letto e spensi la luce, e quando il buio mi avvilupp, inspirai cos profondamente che cominci a tremarmi il respiro mentre gli addominali si contraevano e spingevano in superficie dei gemiti cos acuti che fui costretto a soffocarli dentro la stoffa morbida, e presto fradicia, del cuscino. Mi fu d'aiuto, quasi come quando vomitare serve per combattere la nausea. Rimasi sdraiato a singhiozzare molto tempo dopo che erano cessate le lacrime. Mi fece bene. Quando anche quella forma di sollievo ebbe fine, mi distesi a pancia in gi, appoggiai la testa sul braccio e chiusi gli occhi per dormire.
ADESSO CHE SONO QUI SEDUTO A SCRIVERE QUESTE COSE, sono passati pi di trent'anni. Sulla finestra davanti a me intravedo il riflesso del mio viso. A parte l'occhio, che brilla, e la parte immediatamente sottostante, che riflette opaca un po' di luce, tutto il lato sinistro rimane in ombra. Due rughe profonde solcano la fronte, altre due scendono lungo le guance, ma tutte paiono colme di oscurit, e quando gli occhi fissano immobili e seri, e gli angoli della bocca sono incurvati leggermente verso il basso,  impossibile non pensare che questo sia un volto cupo.
Che cosa lo ha segnato cos profondamente?
Oggi  il 27 febbraio 2008. Sono le 23,43. L'autore di queste parole sono io, Karl Ove Knausgrd. Sono nato nel dicembre del 1968, dunque, mentre scrivo, ho trentanove anni. Ho tre figli, Vanja, Heidi e John, e sono sposato in seconde nozze con Linda Bostrm Knausgrd. Tutti e quattro stanno dormendo nelle stanze che mi circondano, in un appartamento a Malm, dove abitiamo da un anno e mezzo. A parte i genitori di qualche compagno di asilo di Vanja e Heidi, qui non conosciamo nessuno. Non  una grande mancanza, almeno per me, tanto non ricavo niente dalla vita sociale. Non dico mai quello che penso per davvero, non esprimo mai le mie vere opinioni, ma mi adeguo costantemente al mio interlocutore, facendo finta che quello che dice mi interessi, tranne quando bevo perch in quel caso esagero in senso opposto per poi risvegliarmi in preda all'ansia di aver ecceduto, sensazione che con il passare degli anni si  acuita sempre pi e che adesso pu durare settimane. Quando bevo, soffro anche di black-out e perdo completamente il controllo delle mie azioni, che nella maggior parte dei casi diventano disperate e idiote, ma a volte anche disperate e pericolose. Per questo motivo non bevo pi. Non voglio che nessuno penetri nel mio io, non voglio che nessuno mi veda per quello che sono e cos : nessuno penetra nel mio io e nessuno mi vede.  questo che deve aver plasmato il mio viso,  questo che deve averlo reso cos rigido e cos simile a una maschera che  quasi impossibile ricollegarlo a me stesso quando per caso mi imbatto per strada nella sua immagine riflessa in una vetrina.

L'unica parte del viso che non invecchia sono gli occhi. Sono luminosi e trasparenti il giorno in cui nasciamo come in quello in cui moriamo. I capillari che li irrorano possono scoppiare e il cristallino si pu opacizzare, ma la luce che li contraddistingue non muta mai. C' un quadro che vado a vedere tutte le volte che sono a Londra, e che mi commuove sempre allo stesso modo. Si tratta di un autoritratto tardivo di Rembrandt. Le sue ultime opere sono normalmente caratterizzate da una brutalit quasi incredibile, dove tutto viene subordinato all'espressione di un unico istante, splendente e sacro, espressione rimasta tuttora ineguagliata nell'arte - fatta forse eccezione per quella raggiunta da Hlderlin nelle sue ultime poesie, per quanto difficilmente paragonabile, perch laddove la luce di Hlderlin, evocata attraverso il linguaggio,  eterica e celestiale, quella di Rembrandt  sublimata attraverso il colore, della terra, del metallo e della stoffa. Eppure questo quadro, che si trova nella National Gallery,  dipinto ispirandosi a un pacato realismo classico e a una velata aderenza alla realt, che si avvicinano di pi all'espressione pittorica del giovane Rembrandt anche se l'opera vuole rappresentare la vecchiaia. Incarnare la senilit. Sono visibili tutti i dettagli del volto, sono ripercorribili tutte le tracce che l'esistenza vi ha lasciato impresse. Il viso  raggrinzito, solcato da rughe, flaccido, devastato dal tempo. Ma gli occhi sono luminosi e trasparenti, anche se non pi giovani, cos avulsi dal tempo che ne plasma invece il volto.  come se a guardarci fosse un altro, da un luogo presente all'interno di quel viso, dove tutto  diverso.  difficile avvicinarsi ulteriormente all'anima di un essere umano, poich tutto ci che concerne la persona di Rembrandt, le sue abitudini, belle e brutte che fossero, gli odori e i suoni emessi dal suo corpo, la sua voce e il suo lessico, i suoi pensieri e opinioni, i suoi modi di atteggiarsi, i difetti e le imperfezioni del suo corpo, tutto ci che per gli altri costituisce una persona  stato annullato, il quadro ha pi di quattrocento anni, e Rembrandt lo esegu nello stesso anno in cui mor, quindi ci che  stato ritratto in quest'opera, quello che lui ha dipinto,  l'essere stesso, l'esistenza stessa di quest'essere umano, quello verso cui si svegliava ogni mattina e che assorbiva subito i suoi pensieri, bench non fossero pensieri, quello che assorbiva subito le sue sensazioni e i suoi sentimenti, per quanto non fossero sensazioni e sentimenti, e quello da cui si staccava ogni sera durante il sonno, alla fine in eterno. Ci che costituisce l'essenza di un uomo che il tempo non pu intaccare e da cui scaturisce la luce emanata dagli occhi. La diversit tra quest'opera e quelle che Rembrandt dipinse nell'ultimo periodo risiede nella differenza tra vedere ed essere visto. In altre parole, in questo quadro lui vede se stesso mentre guarda, e al contempo viene guardato, e soltanto nel Barocco, con la sua predisposizione verso i giochi dello specchio nello specchio, play within the play, le sue messe in scena e la sua convinzione che ogni cosa fosse correlata, dove l'abilit artigianale raggiunse livelli che mai nessuno  riuscito a eguagliare n prima n dopo, fu possibile la creazione di un quadro simile. Ma  nel nostro tempo che esso esiste,  per noi che guarda.

La notte in cui nacque, Vanja rimase a fissarci per molte ore. I suoi occhi erano come due fari neri. Il suo corpo era sanguinolento, i capelli erano lunghi e appiccicati alla testa, e quando si muoveva, strisciava con le movenze lente dei rettili. Sembrava una creatura della foresta mentre ci guardava sdraiata sulla pancia di Linda. Non eravamo mai sazi di lei e del suo sguardo. Ma che cosa si racchiudeva in esso? Calma, seriet, oscurit. Tirai fuori la lingua, pass un minuto, e lei fece lo stesso. Non c' mai stato cos tanto futuro nella mia vita come in quel momento, mai gioia pi grande. Adesso ha quattro anni e tutto  cambiato. I suoi occhi sono svegli, si riempiono altrettanto velocemente di gelosia, come di felicit, di dolore come di rabbia,  gi scafata, e sa essere cos insolente da farmi perdere le staffe a tal punto da costringermi a urlare, o scuoterla fino a quando si mette a piangere. Spesso invece si limita a ridere. L'ultima volta che  successo ed ero cos arrabbiato che ho cominciato a scrollarla e lei rideva, preso da un impulso improvviso, le ho appoggiato una mano sul petto.
Il suo cuore batteva all'impazzata. Oh, come martellava.

Sono passate da pochi minuti le otto di mattina.  il 4 marzo 2008. Circondato da libri, che riempiono le pareti della stanza dal pavimento al soffitto, sono seduto nello studio e sto ascoltando il gruppo svedese dei Dungen mentre penso a quello che ho scritto e a dove mi porter. Linda e John stanno dormendo nella camera accanto, Vanja e Heidi sono all'asilo, dove le ho portate mezz'ora fa. Nell'enorme Hotel Hilton, ancora immerso nell'ombra e che si trova qui di fronte, gli ascensori scivolano su e gi in continuazione dentro le tre torrette di vetro poste sulla facciata. Accanto all'albergo c' una costruzione in muratura che, a giudicare da tutti i bovindi, archi e volte, deve risalire alla fine dell'Ottocento o ai primi del Novecento. A fianco si intravede un piccolo lembo del Magistrat-parken, con i suoi alberi spogli e l'erba verde, dove una casa in stile anni settanta dai muri screziati di grigio blocca la visuale, costringendo lo sguardo a dirigersi verso il cielo, che per la prima volta da parecchie settimane  terso e azzurro.
Dopo aver abitato qui per un anno e mezzo, conosco questo panorama e tutte le connotazioni che assume nel corso dei giorni e dell'anno, ma non sono legato a esso. Niente di quello che vedo qui ha per me significato. Forse ero alla ricerca proprio di questo, perch c' assolutamente qualcosa che mi piace in questa mancanza di legami, magari ne ho addirittura bisogno, comunque non si  trattato di una scelta consapevole. Sei anni fa era Bergen la citt dove ero seduto a scrivere, e anche se non pensavo di abitarci per il resto della mia vita, non avevo nessun piano di abbandonare n la Norvegia n colei con cui allora ero sposato. Al contrario, progettavamo di avere figli e magari di trasferirci a Oslo, dove avrei scritto altri romanzi e lei avrebbe continuato a lavorare per la radio e la televisione. Ma il futuro che avevamo davanti a noi, che in realt era soltanto un prolungamento di quello che era allora il presente, con le sue routine quotidiane e le sue cene con amici e conoscenti, i suoi viaggi durante le ferie e le sue visite a genitori e suoceri, tutto arricchito dai bambini che pensavamo di avere, non si realizz mai. Avvenne qualcosa e da un giorno all'altro me ne andai a Stoccolma, inizialmente per starmene lontano qualche settimana, e poi quella divent di colpo la mia vita. Non solo ci determin il cambiamento di citt e nazione, anche di tutte le persone. E se  strano che io l'abbia fatto, lo  ancora di pi che io non ci pensi quasi mai. Come sono finito qui? Perch  andata cos?
Quando arrivai a Stoccolma, conoscevo soltanto due persone, nessuna delle due bene: Geir, che avevo incontrato a Bergen per qualche settimana nella primavera del 1990, quindi dodici anni prima, e Linda, che avevo conosciuto nel corso di un seminario per scrittori esordienti a Biskops-rno per qualche giorno nella primavera del 1999. Avevo mandato una mail a Geir chiedendogli se potevo abitare da lui fino a quando non mi fossi procurato un alloggio, potevo, a quel punto telefonai a due giornali svedesi per mettere un'inserzione in modo da trovare una casa in affitto. Ricevetti pi di quaranta risposte, e tra queste ne selezionai due. Un'abitazione era in Bastugatan, l'altra in Brnnkyrkagatan. Dopo averle visionate entrambe, optai per l'ultima, fino a quando sul pianerottolo mi cadde l'occhio sull'elenco degli inquilini, tra cui figurava il nome di Linda. Quante erano le possibilit che potesse succedere una cosa simile? A Stoccolma abitano pi di un milione e mezzo di persone. Se l'appartamento mi fosse capitato tra le mani grazie ad amici e conoscenti, non sarebbe stato cos strano, visto che tutti gli ambienti letterari sono relativamente piccoli, a prescindere dalle dimensioni delle citt, ma ci ero arrivato tramite un annuncio anonimo, letto da centinaia di migliaia di persone, e la donna che aveva risposto all'inserzione non conosceva ovviamente n me n Linda. Di punto in bianco cambiai idea, la cosa migliore era prendere l'altro appartamento, perch se avessi affittato quello, Linda avrebbe potuto credere che la stessi perseguitando. Per era un segno. Che si rivel gravido di conseguenze, perch adesso sono sposato con Linda e lei  la madre dei miei tre figli.  con lei che adesso condivido la mia vita. L'unica traccia rimasta di quella precedente sono i libri e i dischi che mi sono portato via. Tutto il resto l'ho lasciato dov'era. E mentre allora trascorrevo molto tempo a pensare al passato, una quantit di tempo quasi morbosa, me ne rendo conto ora, in cui non soltanto mi limitavo a leggere Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, ma quasi lo bevevo, ora il passato non  quasi pi presente nei miei pensieri. La causa principale  rappresentata dai nostri tre figli, credo, adesso la vita con loro occupa ogni spazio. Loro sono in grado di cancellare dalla mia mente anche il passato pi recente: chiedetemi che cosa ho fatto tre giorni fa e io non me lo ricordo. Chiedetemi com'era Vanja due anni fa, Heidi due mesi fa, John due settimane fa, non me lo ricordo. Succedono molte cose nella piccola vita di tutti i giorni, ma ci che accade, avviene sempre dentro gli stessi schemi, ed  soprattutto questo che ha modificato la mia immagine del tempo. Mentre prima lo vedevo come una distanza da percorrere, con il futuro come una prospettiva lontana, preferibilmente luminosa, o perlomeno mai noiosa, ora esso si intreccia in modo totalmente diverso alla vita che si svolge qui e adesso. Se dovessi illustrarlo con un'immagine, sarebbe quella di una barca in una chiusa: in modo altrettanto lento e inderogabile la vita viene sollevata dal tempo che in maniera costante scorre penetrando da tutti i lati. A parte i dettagli, tutto  sempre uguale a se stesso. E per ogni giorno che passa, cresce l'anelito verso il momento in cui la vita raggiunge il culmine, il momento in cui la chiusa si apre e finalmente la vita riprende a scorrere in avanti. Al contempo mi rendo conto che proprio questa ripetitivit, questo essere rinchiusi, questa immutabilit sono necessari, mi proteggono, perch le poche volte che abbandono tutto ci, riemergono tutti i tormenti e le ferite del passato. All'improvviso mi ritrovo invaso da ogni tipo di pensiero su cosa era stato detto, visto, pensato, mi sento quasi catapultato in quello spazio incontrollabile, sterile, spesso degradante e alla lunga distruttivo in cui ho vissuto per cos tanti anni. Il desiderio di fuggire  altrettanto forte l come qua, ma la differenza  che lo scopo di questo desiderio l  realizzabile, qua no. Qui devo trovare altri obiettivi, e farmeli bastare. L'arte di vivere,  di questo che parlo. Sulla carta non ci sono problemi, posso evocare con la massima facilit un'immagine di Heidi, per esempio, mentre scavalca le sbarre del lettino alle cinque di mattina e avanza incerta al buio, per poi accendere la luce un secondo dopo, piazzarsi davanti a me, che la guardo mezzo addormentato, ed esclamare in svedese: Cucina!. Il suo linguaggio  ancora idiosincratico, dove le parole sono usate con un significato diverso da quello reale, e cucina sta a indicare per lei il muesli con latte acido al sapore di mirtillo. Analogamente la candela si chiama Tanti auguri a te!. Heidi ha due occhi grandi, una bocca grande e un grande appetito, ed  sotto tutti gli aspetti una bimba vorace, eppure quella gioia robusta e invulnerabile che ha contraddistinto il suo primo anno e mezzo di vita, quest'autunno, a partire dalla nascita di John,  stata messa in ombra dall'esternazione di sentimenti fino a quel momento sconosciuti. Durante i primi mesi coglieva quasi ogni occasione che le si presentava, per cercare di fargli male. I graffi sul viso di John erano diventati una regola, pi che un'eccezione. Quando quest'autunno tornai a casa dopo un viaggio di quattro giorni a Francoforte, sembrava che il piccolo fosse stato in guerra. Era difficile, perch non volevamo tenerla lontana da lui, quindi ci sforzavamo di interpretare il suo stato d'animo e, in base a quello, stabilire se poteva avvicinarsi al fratellino. Ma anche quando era di ottimo umore, la sua mano era capace di allungarsi fulminea per picchiarlo o graffiarlo. Parallelamente a questo suo comportamento cominci anche ad avere veri e propri attacchi di rabbia, di una intensit tale di cui non l'avrei mai creduta capace soltanto due mesi prima, e al contempo emerse in lei una vulnerabilit altrettanto insospettata: se nella mia voce o nel mio comportamento trapelava il bench minimo accenno di durezza, abbassava la testa, si girava e scoppiava a piangere, come se l'ira fosse qualcosa che intendeva mostrarci, la sensibilit qualcosa da nascondere. Mentre scrivo queste cose, mi sento colmare di tenerezza per lei. Ma questo succede sulla carta. Nella realt, quando questo conta veramente, ed  in piedi davanti a me, cos presto la mattina che le strade sono deserte e ancore avvolte nel silenzio e in casa non si sente un rumore, raggiante di felicit al pensiero di affrontare un nuovo giorno, mentre io, con uno sforzo di volont, mi alzo, indosso i vestiti del giorno prima e senza provare nessuna tenerezza la seguo in cucina, dove l'aspettano il tanto agognato latte acido al sapore di mirtilli e il muesli senza zucchero, e se lei oltrepassa i limiti, per esempio insistendo in continuazione nel voler vedere un film, o tentando di intrufolarsi nella stanza dove dorme John, in breve, ogni volta che non capisce che un no  un no, ma non cede tirandola per le lunghe, capita non di rado che la mia irritazione si trasformi in rabbia e quando le parlo in modo duro, e cominciano a spuntarle le lacrime, e china la testa e si gira con le spalle curve, penso che se la sia cercata. Il pensiero che lei ha soltanto due anni mi sovviene se non a sera, quando dormono, mentre io ancora sveglio medito su che cosa ci faccia davvero qui. Ma in quel momento ne sono fuori. Quando ci sono dentro, non ho chance. Quando mi ci trovo dentro, si tratta solo di superare incolume la mattina, le tre ore di pannolini da cambiare, i vestiti da infilare, la colazione da servire, le facce da lavare, i capelli da pettinare e raccogliere, i denti da lavare, i bisticci da prevenire, le botte da sventare, tute e stivali da indossare, prima che io, con il passeggino doppio ripiegabile in una mano e spingendo davanti a me le due bambine con l'altra, salga in ascensore, che non di rado si riempie di spintoni e urla mentre scendiamo, poi nel pianerottolo le metto nel passeggino, infilo loro cappello e guanti, esco per strada, gi piena di persone che vanno al lavoro, per lasciarle infine all'asilo dieci minuti dopo. Da quel momento ho quasi cinque ore libere per lavorare, prima che ricominci la routine imposta dalle esigenze dei bambini.
Ho sempre avuto un grande bisogno di stare da solo, la necessit di ampi spazi di solitudine, e quando non  cos, come  avvenuto negli ultimi cinque anni, la frustrazione pu trasformarsi in panico o aggressivit. E quando ci che mi ha spinto ad andare avanti per tutta la mia vita adulta, l'ambizione di scrivere un giorno qualcosa di unico, viene minacciato in questo modo, l'unico pensiero che mi rode dentro come un tarlo  fare in modo di andarmene. Sento che il tempo mi sfugge, mi scivola tra le dita come granelli di sabbia mentre io faccio... s, che cosa? Ramazzo i pavimenti, faccio il bucato, preparo la cena, lavo i piatti, faccio la spesa, gioco con i bambini al parco, li riporto a casa, li svesto, gli faccio il bagno, sto con loro fino a quando non  venuta l'ora di andare a dormire, li metto a letto, stendo i panni ad asciugare, li piego e li ripongo nell'armadio, metto a posto, sparecchio, pulisco le sedie e rassetto la cucina.  una lotta e anche se non  eroica,  contro qualcosa di superiore, di dominante perch per quanto mi affanni a tenere linda e in ordine la casa, le stanze traboccano di disordine e sporcizia, e i bambini, che vengono accuditi ogni minuto della giornata da quando sono svegli, sono pi capricciosi e ribelli di altri che ho avuto modo di vedere, e ci sono periodi dove la nostra casa sembra un manicomio, forse perch non siamo mai riusciti a raggiungere l'equilibrio necessario tra distanza e vicinanza, che  tanto pi importante quanto pi  in azione il temperamento di ognuno. Quando Vanja aveva pressappoco otto mesi, cominci ad avere forti esplosioni emotive, a volte simili a veri e propri attacchi, che per un po' di tempo la rendevano inavvicinabile: non faceva altro che urlare. L'unica cosa che potevamo fare era stringerla fino a quando non le era passato. Non  facile dire da che cosa dipendessero, ma spesso accadevano quando aveva accumulato troppe impressioni, come per esempio quando eravamo andati dalla nonna in campagna, fuori Stoccolma, quando aveva trascorso molto tempo con altri bambini, o quando eravamo stati in citt tutto il giorno. In quei momenti, completamente fuori di s, era capace di urlare con tutte le sue forze ed era inconsolabile. La sensibilit e la forza di volont non sono una combinazione semplice. Per lei la situazione non divenne pi facile quando nacque Heidi. Mi sarebbe piaciuto poter affermare di essermi comportato in quei momenti in modo misurato e ragionevole, ma purtroppo non era cos, perch anche la mia rabbia e i miei sentimenti venivano coinvolti durante quelle esplosioni che raggiungevano di conseguenza l'apice, spesso in pubblico:  capitato che in preda alla collera la sollevassi di peso da terra in uno dei centri commerciali di Stoccolma e che dopo essermela buttata sulle spalle come un sacco di patate, la portassi in giro per la citt mentre lei scalciava, picchiava e urlava come un'ossessa. Succedeva anche che rispondessi alle sue urla mettendomi a gridare a mia volta, che la scagliassi sul letto e la tenessi ferma fino a quando quello che si impossessava di lei le era passato. Non era ancora grande quando scopr con esattezza cosa mi faceva uscire dai gangheri, e cio un determinato tipo di urla, non pianti, singhiozzi o crisi isteriche, ma urla gratuite, mirate e aggressive, che erano in grado di farmi perdere il controllo, mi obbligavano ad alzarmi e ad andare verso quella povera bambina, che aggredivo con le mie grida o che mi mettevo a scrollare fino a quando le sue urla si trasformavano in pianto e il suo corpo si ammorbidiva, permettendole finalmente di essere consolata.
Quando rivedo tutto ci,  palese come lei, che aveva compiuto a malapena due anni, fosse capace di influenzare tutta la nostra vita in quel modo. Perch cos stavano le cose, per un certo periodo di tempo si trattava soltanto di questo. Ovviamente ci non dice nulla di lei, ma tutto di noi. Sia Linda che io viviamo sulla soglia del caos, o della sensazione di caos, da un momento all'altro ogni cosa pu sfuggirci di mano e siamo costretti ad accollarci e affrontare quanto richiede una vita con dei bambini piccoli. Non sappiamo cosa significhi pianificare. Che dobbiamo fare la spesa per la cena ci sorprende ogni giorno come se fosse una novit. Che le bollette vanno pagate ogni fine mese, pure. Se non fosse stato per qualche istanza che a intervalli irregolari versa dei soldi sul mio conto, per esempio l'onorario relativo a diritti d'autore prolungati, il ricavato dalla vendita dei miei romanzi a opera di vari Club dei Libri o qualche spicciolo per l'edizione di un libro scolastico, o, come quest'autunno, la seconda rata dei proventi esteri di cui mi ero completamente dimenticato, sarebbe finita male. Eppure questa improvvisazione continua aumenta il valore del momento, che di rimando diventa estremamente vitale, dato che niente risulta scontato, e se in quella circostanza l'esistenza viene percepita come luminosa, cosa che in effetti la rende cos, la vicinanza e la presenza aumentano, e la felicit che ne deriva si rafforza. E allora siamo radiosi. I bambini sono pieni di vita, e naturalmente sono protesi verso la gioia, quindi se si hanno un po' di energie supplementari e se li si prende per il verso giusto, nel giro di pochi minuti dimenticano la fase di opposizione che stanno attraversando, o la rabbia. Quello che mi snerva e mi consuma  sapere che basterebbe prenderli con le buone, ma questa consapevolezza non mi aiuta minimamente quando mi trovo in quella situazione, quando mi sento tirato dentro una palude di lacrime e frustrazione. E quando mi trovo in questa palude, ogni nuova azione porta soltanto alla sensazione di sprofondare ancora di pi, e io mi sento come una vite che viene girata e risucchiata verso il basso per l'ennesima volta. E altrettanto frustrante  essere consapevole del fatto che ho a che fare con dei bambini. C' qualcosa di profondamente umiliante in questo. In tali situazioni sono il pi lontano possibile dalla persona che vorrei essere. Non immaginavo niente di tutto questo prima di avere figli. Allora pensavo che tutto sarebbe filato liscio se soltanto fossi stato buono con loro. E in fondo  anche vero, ma niente di ci che avevo visto fino a quel momento mi aveva messo in guardia dall'irruzione che i bambini avrebbero compiuto nella mia vita. Quella vicinanza incredibile che si instaura con loro, il modo in cui il proprio temperamento e umore si intrecciano con il loro a tal punto che tutti i lati peggiori di una persona non sono pi qualcosa che uno pu tenere per s, nascosti, ma sembrano prendere forma materializzandosi all'esterno per poi venirci ributtati addosso. Lo stesso vale naturalmente per i lati migliori. Comunque, fatta eccezione per i periodi pi stressanti, quando sono nati prima Heidi e poi John, e la vita emotiva di coloro che l'hanno vissuta in prima persona  stata dirottata verso modalit che non saprei meglio descrivere se non con la parola crisi, la vita per i nostri figli  tutto sommato stabile e sicura, e se a volte mi arrabbio con loro, sanno di poter fare affidamento su di me e cercano la mia presenza ogni volta che ne hanno bisogno. Non c' niente che amino di pi di quando tutta la famiglia esce per fare qualcosa insieme, a loro bastano le cose pi semplici, che ai loro occhi sono magiche e avventurose: una gita a Vstra Hamnen in una bella giornata di sole, prima attraversando il parco, dove una catasta di tronchi  sufficiente a tenerli occupati una mezz'ora, poi camminando davanti alle barche a vela ormeggiate nel porto, verso cui mostrano grande interesse, poi il pranzo seduti sui gradini di una delle scalinate sul mare, dove ognuno si gusta il proprio panino, acquistato al caff italiano che si trova l vicino, visto che ovviamente non abbiamo pensato a portarci da casa la merenda al sacco, e poi per un'ora non fanno altro che correre, giocare e ridere, Vanja con il suo modo di correre dondolante, che la caratterizza da quando aveva un anno e mezzo, Heidi con i suoi passi incerti, ma intraprendenti, sempre due metri dietro la sorella maggiore, pronta a ricevere da lei i rari doni di considerazione e appartenenza che le vengono concessi, per poi tornare tutti quanti a casa ripercorrendo la stessa strada. Se Heidi si  addormentata nel passeggino, ci fermiamo in un caff con Vanja, che adora i momenti in cui pu stare sola con noi e che, seduta davanti alla sua limonata, parla di continuo facendoci le domande pi disparate: se il cielo  rimasto incastrato, o se qualcuno pu fermare l'autunno, o se le scimmie hanno lo scheletro. Bench la sensazione di gioia che avverto in quegli istanti non sia propriamente travolgente, ma si avvicini di pi all'appagamento o alla tranquillit, si tratta pur sempre di gioia. Forse, in alcuni momenti precisi, di felicit. Non  sufficiente? Non  abbastanza? S, se la felicit fosse stato l'obiettivo, sarebbe bastato. Ma la felicit non  il mio fine, non lo  mai stato, che cosa me ne faccio? Neppure la famiglia  il mio scopo. Se lo fosse stato, e avessi potuto impiegarci tutto il tempo e tutte le energie supplementari che ho a disposizione, saremmo stati benissimo, ne sono sicuro. Avremmo potuto abitare in Norvegia, sciare e pattinare in inverno, con la merenda e il thermos nello zaino, andare in barca d'estate, fare il bagno, pescare, andare in campeggio, trascorrere le vacanze all'estero insieme ad altre famiglie che hanno figli, avere la casa in ordine, passare del tempo a preparare manicaretti, stare insieme agli amici, felici e contenti. Oh, sembra una caricatura, ma tutti i giorni vedo famiglie che hanno prole, capaci di far funzionare la propria vita in questo modo. I bambini sono puliti, hanno dei bei vestiti, i genitori sono appagati e, se qualche volta alzano la voce, non si mettono a urlare come dei deficienti. Nei fine settimana fanno escursioni, in estate affittano una casa in Normandia e i loro frigoriferi non sono mai vuoti. Lavorano in banca o all'ospedale, in aziende informatiche o nelle amministrazioni comunali, a teatro o all'universit. Perch il fatto che io scriva dovrebbe escludermi da quel mondo? Perch il fatto che io scriva, dovrebbe far s che i nostri passeggini sembrino ripescati da una discarica? Perch il fatto che io scriva dovrebbe sottintendere che io mi presenti all'asilo con gli occhi da pazzo e la faccia irrigidita in una maschera grottesca di frustrazione? Perch il fatto che io scriva deve implicare che i bambini pensino solo al loro volere, indipendentemente dalle conseguenze? Da dove arriva tutto il caos che c' nella nostra vita? So di essere in grado di farlo sparire, so che anche noi possiamo diventare una famiglia cos, ma in quel caso io devo volerlo e se cos fosse, la vita riguarderebbe soltanto questo. E io non voglio. Per la famiglia faccio tutto quello che mi compete,  il mio dovere. L'unica cosa che ho imparato dalla vita  tenere duro, non porre mai domande al riguardo e immolare attraverso la scrittura l'anelito e la mancanza che si generano. Da dove giunga questo ideale non lo so, e quando me lo vedo davanti, nero su bianco, sembra quasi perverso: perch il dovere prima della felicit? La domanda sulla felicit  banale, ma non quella che ne consegue, quella riguardante il senso. Mi vengono le lacrime agli occhi quando osservo un bel dipinto, ma non quando guardo i miei figli. Questo non significa che io non li ami, perch voglio loro un bene dell'anima, significa soltanto che il senso che danno non  in grado di colmare una vita. Perlomeno non la mia. Presto avr quarant'anni, e quando ne avr quaranta, presto diventeranno cinquanta. Quando ne avr cinquanta, presto diventeranno sessanta. Quando ne avr sessanta, presto diventeranno settanta. E poi sar finita. Il mio epitaffio potrebbe suonare cos: Qui riposa uno che imperterrito ha resistito. Alla fine proprio per questo  rimasto stecchito.
O magari:
Qui riposa un uomo che accondiscendente si mostr
e che met della sua vita inutilmente sciup
L'ultima cosa che disse prima che arrivasse la sua ora,
quando fin tra le braccia della nera Signora,
fu: Oh, qui il gelo  cos opprimente,
mi mandereste il sale della vita, ma immediatamente?
O piuttosto:
Qui riposa uno scrittore,
un brav'uomo in verit,
ma era estraneo al buonumore
n conosceva la felicit.
Un tempo la sua bocca era colma di parole
ora  la terra a riempirla e a farne ci che vuole.
Venite vermi, venite insetti,
portatevi via questi resti negletti
Spolpate pure un occhio,
tanto che importa
 da tempo ormai che questa carne era morta.
Ma se mi restassero ancora trent'anni di vita, non  scontato che rimarrei lo stesso. Qualcosa quindi di questo tipo?
Da parte di tutti noi, Nostro Signore,
eccolo a Te, in tutto il suo fulgore,
Karl Ove Knausgrd finalmente ci ha lasciato
troppo a lungo del nostro pane a sbafo si  cibato
Senza scrupolo i suoi amici un giorno ha abbandonato
per scrivere il suo libro, quel povero depravato,
si masturbava e scriveva, ma gli mancava il talento
era privo di stile, un vero tormento
Allora mangi un dolcetto, e poi un altro ancora
abbuffandosi di patate e aringhe, come mai finora.
Prese un maiale intero e arrosto lo cucin
Se lo papp tutto, e ruttando Sieg Heil! soddisfatto esclam
Nazista io non sono, ma il marrone  un portento
Ora cambio alfabeto e con le rune mi cimento!
Gli editori lo rifiutarono e l'uomo ne usc pazzo
mangiava e ruttava senza essere mai sazio
la pancia che cresceva, il grasso trasudava
gli occhi erano cattivi, la lingua che bruciava:
volevo solo dire la verit! la povera gridava.
Il grasso si accumulava nelle arterie e intorno al cuore
finch un giorno l'uomo url dal gran dolore:
Aiuto, aiuto, il mio cuore ha ceduto,
datemene uno nuovo, magari di un morto che con l'auto ha sbattuto!
Ma il medico disse no: Il tuo libro non ho dimenticato,
morirai come un pesce, a un amo infilzato.
Senti il dolore, lo avverti forte?
Quella fitta al cuore, amico mio, quella  la morte!.
O forse, se sono fortunato, qualcosa di un po' meno personale?
Qui riposano un uomo che a letto fum,
e sua moglie, che con lui nell'incendio bruci
In altre parole,
loro non son questi,
ma un po' di cenere trovata sul prato insieme a tutti gli altri resti.
QUANDO AVEVA LA STESSA ET DI QUELLA CHE HO ADESSO IO, mio padre diede un taglio netto alla sua vecchia vita con l'intenzione di cominciarne una nuova. All'epoca avevo sedici anni e frequentavo il primo anno di liceo alla Katedralskole di Kristiansand. All'inizio dell'anno scolastico i miei genitori erano ancora sposati e, anche se avevano problemi, non c'era niente nel loro comportamento che mi facesse presagire la svolta che avrebbe preso la loro relazione. A quel tempo abitavamo a Tveit, a venti chilometri da Kristiansand, in una vecchia casa alla periferia del centro abitato, che era invece concentrato nella valle sottostante. L'abitazione era situata su un'altura, con il bosco sul retro e la vista sul fiume sul davanti. Facevano parte della propriet anche un grande fienile e una rimessa. Quando ci trasferimmo l, l'estate in cui avevo tredici anni, i miei avevano comprato delle galline: credo che rimasero in tutto sei mesi prima di scomparire. In un piccolo appezzamento di terreno accanto al prato mio padre coltivava le patate, mentre poco pi sotto teneva il concime organico, che aveva cominciato a produrre e a usare. Uno dei tanti mestieri che diceva di voler intraprendere era quello di giardiniere, e in effetti aveva gi mostrato di possedere un certo talento - il giardino intorno alla casa del quartiere residenziale dove abitavamo prima era lussureggiante e non privo di qualche tocco esotico, come il pesco che mio padre aveva piantato nella parte pi soleggiata, e di cui era cos orgoglioso quando dava frutti - quindi il nostro trasferimento in aperta campagna fu visto all'epoca come un'iniziativa carica di ottimismo e futuro, a cui in modo lento ma inesorabile cominci a mescolarsi anche l'ironia, perch una delle poche cose concrete che io ricordo della vita di mio padre in quegli anni  una battuta con cui se ne usc una sera d'estate mentre eravamo seduti a tavola in giardino e facevamo il barbecue, lui, la mamma e io.
Questa s che  vita!
L'ironia era chiara, la colsi persino io, ma allo stesso tempo complessa perch non ne capivo il motivo. Per me una sera come quella era davvero vita. I sottintesi impliciti in quella battuta scorsero come una corrente sotterranea per tutto il resto dell'estate: facevamo il bagno nel fiume fin dalle prime ore del mattino, giocavamo a calcio nei campi immersi nell'ombra, andavamo in bicicletta fino al campeggio di Hamresanden per fare il bagno e guardare le ragazze e a luglio ci recammo a Oslo per prendere parte alla Norway Cup, il torneo internazionale di calcio, dove mi ubriacai per la prima volta. Qualcuno conosceva qualcun altro che aveva un appartamento, qualcuno conosceva qualcun altro che ci poteva comprare la birra, e fu cos che un pomeriggio d'estate mi ritrovai a bere in un soggiorno sconosciuto, per me fu come un'esplosione di gioia, non esisteva pi niente di pericoloso o per cui valesse la pena preoccuparsi, non facevo altro che ridere, e in mezzo a tutto questo, i mobili sconosciuti, le ragazze sconosciute, il giardino sconosciuto all'esterno, pensai che fosse cos che volevo vivere. Esattamente cos. Ridere e basta, fare tutto quello che mi passava per la testa. Ci sono due mie foto di quella sera, in una sono sdraiato tra un mucchio di corpi stesi sul pavimento, in una mano tengo un teschio mentre la testa, distorta in una specie di sorriso di gioia, sembra scollegata dalle mani e dai piedi che spuntano all'altra estremit. Nella seconda ci sono soltanto io, sono sdraiato su un letto, in una mano ho una bottiglia di birra, con l'altra tengo il teschio sopra l'inguine, ho indosso gli occhiali da sole, la bocca  spalancata in una risata. Era l'estate del 1984, avevo quindici anni e avevo fatto una scoperta: bere era una cosa meravigliosa.
Nelle settimane successive la mia vita di bambino continu come prima, ci sdraiavamo a sonnecchiare sulle rocce sotto la cascata, ci tuffavamo ogni tanto nel gorgo del fiume, il sabato mattina prendevamo l'autobus per andare in citt, dove compravamo dolciumi e passavamo dal negozio di dischi, mentre percepivo costantemente in sottofondo le aspettative legate all'inizio imminente del liceo. Non fu l'unico cambiamento che coinvolse la mia famiglia: mia madre aveva ottenuto dalla scuola per infermieri un permesso dal lavoro per studiare quell'anno a Bergen, dove viveva gi Yngve. L'idea era che io e mio padre avremmo abitato da soli, e per i primi mesi fu cos, ma a un certo punto lui mi propose, probabilmente perch mi togliessi dai piedi, di trasferirmi nella casa che i miei nonni paterni possedevano in Elvegaten, dove il nonno aveva avuto per tanti anni il suo studio di revisore legale. Tutti i miei amici vivevano a Tveit, e dal momento che non mi sentivo di conoscere abbastanza i miei nuovi compagni di liceo da poterli frequentare anche dopo la scuola, quando non mi allenavo, cosa che all'epoca facevo cinque volte alla settimana, me ne stavo da solo da basso in soggiorno a guardare la tv, facevo i compiti seduto al tavolo che c'era in soffitta o leggevo sdraiato sul letto mentre ascoltavo musica. Ogni tanto mi recavo su a Sannes, che era il nome della localit dove abitavamo, per andare a prendere vestiti o libri o cassette, a volte rimanevo anche a dormire, ma preferivo la stanza che occupavo dai nonni: sulla nostra casa incombeva una sensazione di freddo, probabilmente perch non si svolgeva pi nessuna attivit, mio padre mangiava quasi sempre fuori e sbrigava soltanto le faccende domestiche indispensabili. Tutto questo aveva impregnato l'aura della casa, che, quando si stava avvicinando il Natale, aveva un'aria abbandonata. Sul divano davanti al televisore al primo piano c'erano resti rinsecchiti di escrementi di gatto, sul ripiano della cucina si erano accumulati piatti da lavare, il riscaldamento, a eccezione della stufa elettrica che mio padre spostava nella stanza in cui avrebbe soggiornato, era spento. La sua anima era dilaniata. Una sera che ero andato l, doveva essere all'inizio di dicembre, e avevo appoggiato il borsone in camera mia, che era ghiacciata, mi imbattei in lui nel corridoio, arrivava dal fienile, dove il seminterrato era stato arredato a mo' di appartamento, aveva i capelli in disordine e i suoi occhi erano neri.
Non possiamo accendere il riscaldamento? chiesi. Qua dentro si gela".
Viscaldamento? disse. Qui dentvo non accendiamo nessun viscaldamento del cazzo".
Non riuscivo a pronunciare la erre, non ne ero mai stato capace, per me era uno dei traumi ancora ricorrenti nell'ultima fase della mia infanzia. Mio padre era solito scimmiottarmi, in parte quando voleva attirare la mia attenzione sul fatto che non la sapessi dire, nel vano tentativo di costringermi a darmi una regolata e a pronunciare quella consonante come fanno i veri norvegesi della costa meridionale, in parte quando provava nei miei confronti una sorta di repulsione, come in quel momento.
Mi limitai a girarmi e a risalire le scale. Non volevo concedergli la soddisfazione di vedere i miei occhi lucidi. La vergogna di essere sul punto di scoppiare in lacrime quando avevo quindici anni, quasi sedici, era pi forte della mortificazione che provavo quando mi sbeffeggiava. Anche se di solito non piangevo pi, mio padre conservava su di me un potere a cui non riuscivo a sottrarmi. Per ostentare una reazione, quello s. Salii in camera e dopo aver agguantato velocemente delle cassette nuove e averle infilate nel borsone, lo afferrai e scesi nella stanza accanto al corridoio, dove c'erano gli armadi con i vestiti, ci misi qualche maglione, andai nell'ingresso, mi vestii e, dopo essermelo gettato sulle spalle, uscii in cortile. C'era un sottile strato di ghiaccio, le lanterne sopra il garage si rispecchiavano nella neve lucente, che proprio sotto le lampade era completamente gialla. Anche il prato che digradava verso la strada splendeva perch il cielo era stellato e la luna quasi piena si stagliava sopra le colline che si ergevano al di l del fiume. Cominciai a incamminarmi. I passi scricchiolavano dentro i solchi lasciati dagli pneumatici. Giunto in fondo alla discesa, mi fermai accanto alla cassetta delle lettere. Forse avrei dovuto avvertire che me ne andavo. D'altro canto il mio gesto non avrebbe pi avuto alcun senso. Lo scopo era proprio quello di indurlo a riflettere su quello che aveva fatto.
Chiss che ore erano.
Mi sfilai quasi per met la muffola sinistra, sollevai leggermente la manica del giaccone e guardai. Le sette e quaranta. Sarebbe arrivato un autobus tra mezz'ora. Avrei avuto il tempo di passare di nuovo da casa.
Ma no. Che cazzo.
Buttai di nuovo il borsone sulle spalle e proseguii lungo la discesa. Quando alzai lo sguardo per lanciare un'ultima occhiata in direzione della casa, vidi che il fumo saliva dal comignolo. Probabilmente pensava che fossi ancora in camera mia. Quindi si era pentito, era andato a prendere la legna e aveva acceso il camino.
Il ghiaccio che copriva il fiume si mise a scricchiolare. Il suono sembr propagarsi in lontananza per poi risalire lungo i morbidi fianchi della vallata.
Poi si sent un rimbombo.
Un brivido mi percorse la schiena. Quel rumore mi aveva sempre riempito di gioia. Alzai gli occhi verso la miriade di stelle. La luna che si stagliava sopra la collina. I fari delle macchine sull'altro lato del fiume che ritagliavano squarci di luce nell'oscurit. Gli alberi neri e silenziosi, ma senza essere ostili, si ergevano lungo la riva del fiume. Le due porte da calcio che si trovavano sulla piana bianca che il fiume ricopriva in autunno, e adesso che la portata d'acqua era scarsa, giaceva spoglia e luccicante.
Aveva acceso il camino. Era un modo per mostrare che provava rimorso. Andarsene via da l senza dirglielo, adesso non aveva pi senso.
Mi girai e tornai indietro. Entrato, presi a slacciarmi gli scarponcini. Dal soggiorno giunse il rumore dei suoi passi e mi raddrizzai. Apr la porta, con la mano sulla maniglia, mi guard.
Te ne vai gi? disse.
Era impossibile spiegargli che me ne ero gi andato, ma che adesso ero tornato, cos mi limitai ad annuire.
S. Domani mattina comincio presto".
Certo, certo, comment. Avevo pensato di fare un salto nel tardo pomeriggio. Cos ti sai regolare".
Okay".
Mi guard per qualche secondo. Poi, richiusa la porta, torn in soggiorno.
Io la aprii.
Pap? dissi.
Si gir e mi fiss senza dire niente.
Domani a scuola c' il colloquio con gli insegnanti. Alle sei".
Ah s? Be', allora ci devo andare".
Si volt e prosegu dentro il soggiorno, io richiusi la porta, mi allacciai gli scarponcini, mi rimisi il borsone sulle spalle e mi incamminai verso la fermata dell'autobus, che raggiunsi dieci minuti dopo. L sotto c'era la cascata, che si era congelata formando grossi archi e arterie di ghiaccio, fiocamente rischiarata dalla luce che proveniva dalla fabbrica di parquet. Dietro di essa e dietro di me, con la loro presenza cupa e quasi inumana, si ergevano le colline che circondavano le case rade, ma illuminate che sorgevano nella valle in cui scorreva il fiume. Le stelle sembravano giacere sul fondo di un mare ghiacciato.
L'autobus arriv con i suoi fari che parevano dragare l'oscurit. Dopo aver mostrato l'abbonamento all'autista, andai a sedermi nel penultimo sedile a sinistra, come facevo sempre quando era libero. C'era poco traffico, sfrecciammo attraverso Solsletta, Ryensletta, proseguendo lungo la spiaggia di Hamresanden, attraversammo il bosco in direzione di Timenes, sbucammo sulla E18, superammo il ponte di Varoddbrua, passammo davanti al liceo a Gimle prima di entrare in citt.
La casa si trovava in fondo, sul lato del fiume. Appena entrati, sulla sinistra, c'era lo studio del nonno. A destra l'appartamento. Due salotti, una cucina e un piccolo bagno. Anche il primo piano era suddiviso in due parti, da un lato c'era una soffitta enorme, dall'altro la stanza dove abitavo io. Aveva un letto, una scrivania, un piccolo divano e un tavolino, un mangianastri, un mobiletto verticale per metterci le cassette, una pila di libri di scuola, alcune riviste e giornali dedicati esclusivamente alla musica e, nell'armadio, un mucchio di vestiti.
La casa era vecchia, un tempo apparteneva alla nonna di pap, la mia bisnonna, che era morta l. Da quanto avevo capito, durante la sua infanzia mio padre era molto legato a lei e aveva trascorso parecchio tempo in quell'abitazione. Per me lei era una specie di figura mitologica, forte, autoritaria, decisa, madre di tre figli maschi, di cui uno era mio nonno. Nelle foto che avevo visto e che la ritraevano, indossava sempre abiti neri e molto accollati. Negli ultimi anni della sua vita, che era iniziata negli anni settanta dell'Ottocento e si era protratta per quasi un secolo, aveva cominciato a dare segni di demenza senile o, come si dice nella nostra famiglia, a rimbecillire. Di lei non sapevo altro.
Dopo essermi tolto gli scarponcini, salii le scale, ripide come quelle a pioli, ed entrai nella mia stanza. Faceva freddo, quindi misi in funzione la stufetta elettrica. Accesi il mangianastri. Echo and the Bunnymen, Heaven Up Here. Mi sdraiai sul letto e cominciai a leggere. Si trattava di Dracula di Bram Stoker. Avevo gi letto quel libro un anno prima, ma anche adesso lo trovavo altrettanto coinvolgente e fantastico. La citt all'esterno, con il ronzio monotono delle sue macchine e i suoi edifici, scomparve dalla sfera della mia consapevolezza per riaffiorarvi di tanto in tanto, come se io fossi in movimento. Invece non lo ero, rimasi perfettamente immobile, immerso nella lettura, fino a quando scoccarono le undici e mezzo, quando mi lavai i denti, mi spogliai e andai a dormire.
Era una sensazione particolare svegliarsi l la mattina, tutto solo in un appartamento, era come se il vuoto non solo mi avvolgesse, ma fosse anche dentro di me. Fino al momento in cui non avevo cominciato a frequentare il liceo, mi ero sempre svegliato in una casa, dove mamma e pap erano gi in piedi e pronti per recarsi al lavoro, con tutto ci che questo implicava, il fumo di sigaretta, bere il caff, ascoltare la radio, fare colazione, le macchine gi accese per scaldare il motore. Questo era qualcosa di diverso, e io lo adoravo. Amavo anche percorrere a piedi quel chilometro scarso che mi separava dal liceo e passare attraverso il vecchio quartiere residenziale, quella passeggiata mi colmava sempre di pensieri piacevoli, per esempio che ero qualcuno. La maggior parte degli studenti del liceo veniva dalla citt o da aree limitrofe, soltanto io e pochi altri arrivavamo dalla campagna, ed era un grande svantaggio. Questo voleva dire che gli altri si conoscevano da prima e si vedevano dopo la scuola, riunendosi in compagnie diverse. Questi gruppetti continuavano a esistere anche a scuola, e non ci si poteva aggregare a uno di essi come se niente fosse, quindi ogni volta che c'era un intervallo si riproponeva sempre lo stesso dilemma: dove mettermi? Dove stare? Potevo sedermi in biblioteca a leggere, o rimanere in classe facendo finta di riguardare i compiti, ma questo equivaleva a dire che io ero uno degli esclusi, e alla lunga la cosa non poteva continuare, quindi a ottobre di quell'anno avevo cominciato a fumare. Non perch mi piacesse, o facesse fico, semplicemente perch cos avevo un posto dove stare: ogni volta che c'era una pausa mi piazzavo fuori con gli altri che fumavano, senza che nessuno facesse domande. Dopo la scuola, quando tornavo nella mia stanza, il problema non si poneva pi. Innanzitutto perch il pi delle volte andavo a Tveit ad allenarmi o per incontrarmi con Jan Vidar, il mio miglior amico dai tempi delle medie, e poi perch, dal momento che non mi vedeva nessuno, nessuno poteva sapere che trascorrevo tutta la sera in casa da solo, le volte in cui me ne stavo rintanato l dentro.
Durante le lezioni era diverso. Ero in classe con altri tre ragazzi e ventisei ragazze. L avevo un ruolo, avevo un posto, l potevo parlare, rispondere alle domande, discutere, svolgere gli esercizi, essere qualcuno. Ero stato condotto in quel luogo insieme agli altri, lo erano stati anche loro, non mi ci ero intrufolato con la forza e nessuno poteva avere niente da ridire sul fatto che ci fossi anch'io. Sedevo in fondo, in un angolo, accanto a me c'era Bassen, davanti a me Molle, molto pi avanti, nella stessa fila, sedeva Pl, per il resto l'aula era occupata da femmine. Ventisei ragazzine sedicenni. Alcune mi piacevano pi di altre, ma nessuna a tal punto da innamorarmene. C'era Monica, i cui genitori erano ebrei ungheresi, era molto acuta, colta e difendeva sempre Israele in modo caparbio e iroso quando discutevamo del conflitto palestinese, cosa che io non riuscivo a capire, era cos ovvio, Israele era uno stato militare, la Palestina una vittima. C'era Hanne, una bella ragazza del quartiere di Vgsbygd che cantava in un coro, era cristiana e alquanto ingenua, ma una persona che uno vedeva con gioia e con cui era molto piacevole stare nella stessa stanza. C'era Siv, bionda, abbronzata e longilinea, che uno dei primi giorni aveva detto che la zona compresa tra il liceo e l'Istituto tecnico commerciale assomigliava a un campus americano, dettaglio che la mise subito in luce ai miei occhi, perch gi allora era a conoscenza di cose che io non sapevo e che riguardavano un mondo di cui avrei voluto far parte. Negli ultimi anni aveva vissuto in Ghana, e si vantava troppo, rideva in maniera sguaiata. C'era Benedicte, dai lineamenti del viso affilati, un po' anni cinquanta, i capelli ricci, i vestiti che avevano quel tocco di chi appartiene ai ceti alti. C'era Tone, dalle movenze cos graziose, i capelli scuri e seria, disegnava e sembrava pi indipendente delle altre. C'era Anne, che aveva l'apparecchio ai denti e con cui avevo pomiciato nella sedia da parrucchiera della mamma di Bassen durante una festa di classe che avevamo organizzato quell'autunno. C'era Hilde, con i capelli biondi e rubiconda, decisa nel suo modo di agire, eppure in un certo senso anonima, che spesso si girava rivolgendosi a me, c'era Irene, il punto di riferimento delle ragazze, la cui bellezza era di quelle appariscenti, che per svaniva nello stesso istante in cui l'avevi notata, c'era Nina, dalla costituzione robusta e molto mascolina, ma che al contempo aveva in s qualcosa di fragile e focoso. C'era Mette, piccola, ossuta e intrigante. Era a lei che piaceva Bruce Springsteen e che era sempre vestita in jeans, era lei a essere cos minuta e a ridere sempre, era lei che indossava abiti che erano allo stesso tempo trasgressivi e da tamarro, e puzzavano sempre di fumo, era lei che sfoderava sempre le gengive quando rideva, bella a parte questo, ma la sua risata, una specie di ridacchiare che ogni volta accompagnava le sue parole, oltre a tutte le scemenze che riusciva a propinare e al fatto che fosse blesa, intaccavano in un certo modo la sua bellezza o ne sminuivano il valore. Ero circondato da una marea di ragazze, una fiumana di corpi, un oceano di seni e cosce. Che io le vedessi soltanto in circostanze formali, dietro i loro banchi, esaltava ancora di pi la loro presenza. Quel particolare dava un certo senso alle mie giornate, non vedevo l'ora di entrare in classe e sedermi dove avevo il diritto di farlo, insieme a tutte quelle ragazze.
Quella mattina passai prima dalla mensa, dove mi comprai una pasta alla crema e una coca-cola, poi dopo essermi seduto al mio banco mi misi a mangiare mentre sfogliavo un libro e l'aula si riempiva a poco a poco di studenti, che entravano con movimenti lenti e l'aria ancora assonnata. Scambiai qualche parola con Molle, abitava a Hamresanden e alle medie eravamo nella stessa classe. Poi arriv l'insegnante, era Berg, con indosso una camicia di cotone grezzo e il collo alla coreana, avevamo norvegese. Insieme a storia era la materia in cui andavo meglio, oscillavo tra il sette e mezzo e l'otto, ma non riuscivo a migliorare ulteriormente quel voto, anche se mi ero prefissato di farlo per la fine dell'anno. Il mio punto debole erano le materie scientifiche, in matematica avevo quattro, non studiavo e quindi non riuscivo a seguire le lezioni. I professori che avevamo di matematica e scienze erano della vecchia scuola. In matematica avevamo Vestby, era pieno di tic, con un braccio che si piegava e si torceva tutto il tempo. Seduto con i piedi sul banco, durante le sue ore chiacchieravo con Bassen fino a quando Vestby, il cui viso compatto e carnoso era diventato paonazzo, urlava con voce stridula il mio nome. Allora tiravo gi i piedi, aspettavo che si voltasse nuovamente verso la lavagna e mi rimettevo a parlare. L'insegnante di scienze, Nygaard, un uomo piccolo e gracile, quasi rattrappito, dal sorriso diabolico e dai gesti infantili, aveva quasi raggiunto l'et della pensione. Anche lui aveva una serie di tic, strizzava sempre un occhio, stringeva a scatti le spalle, buttava indietro la testa, era quasi la parodia di un insegnante afflitto da tormenti di ogni genere. Durante il semestre estivo indossava sempre un abito chiaro, in quello invernale uno scuro e una volta lo avevo visto usare il compasso da lavagna come un'arma: eravamo chini su un compito in classe e mentre ci fissava aveva richiuso il compasso e, dopo esserselo messo sulla spalla, con una serie di scatti ce lo aveva puntato contro con sorrisetto maligno. Non credevo ai miei occhi, gli aveva dato di volta il cervello? Anche durante le sue ore continuavo a chiacchierare, a tal punto che mi prendevo sempre la colpa, anche quando non ero io: Knausgrd, diceva quando sentiva un mormorio levarsi nella classe prima di alzare il palmo della mano. Quel gesto significava che dovevo starmene in piedi accanto al banco fino alla fine della lezione. Lo facevo con gioia perch dentro di me avvertivo un nascente spirito di ribellione, non vedevo l'ora di mandare affanculo tutto quanto, di cominciare a marinare la scuola, bere, fare lo spaccone e intimidire la gente. Ero anarchico, ateista e divenni sempre pi antiborghese con il passare dei giorni. Meditavo di mettermi l'orecchino, rasarmi i capelli a zero. Scienze, che me ne facevo? Matematica, a che mi serviva? Volevo suonare in una band, essere libero, vivere come volevo, non come dovevo.
Non c'era nessuno al mio fianco a condividere questa mia visione, ero solo, per il momento sarebbe rimasto qualcosa di irrealizzato, che apparteneva al mio avvenire, ed era informe come lo  tutto ci che riguarda il futuro.
Non fare i compiti, non seguire durante le lezioni, tutto faceva parte della stessa cosa. Ero sempre stato uno dei migliori in tutte le materie, mi era sempre piaciuto dimostrarlo, ma adesso non pi, adesso c'era quasi da vergognarsi a prendere dei bei voti, voleva dire che uno se ne stava rinchiuso in casa a studiare, era un secchione, un perdente. Ma con il norvegese era diverso, lo collegavo agli scrittori e a un'esistenza da bohme, inoltre non era una cosa che si poteva imparare sui libri, si trattava di qualcosa di diverso, di feeling, di inclinazione e abilit, di personalit.
Facevo passare le ore scarabocchiando, nell'intervallo fumavo davanti all'ingresso principale della scuola e con questo ritmo, mentre il cielo e il paesaggio sottostante lentamente si aprivano, passava la giornata fino a quando la campanella suonava un'ultima volta alle due e mezzo per segnalare la fine delle lezioni, e io mi avviavo verso casa. Era il cinque di dicembre, il giorno prima del mio compleanno, compivo sedici anni e la mamma sarebbe tornata a casa da Bergen. Non vedevo l'ora. Per certi versi era bello stare da solo con pap, nel senso che lui se ne stava il pi possibile alla larga, abitava a Sannes quando io vivevo in citt e viceversa. Con l'arrivo della mamma tutto sarebbe finito, saremmo stati tutti insieme fino a dopo Capodanno, ma l'inconveniente di dover vedere pap tutti i giorni veniva quasi completamente ricompensato dalla presenza della mamma. Con lei potevo parlare. Con lei potevo conversare di tutto. A pap non potevo dire niente. No, niente, tranne ci che riguardava questioni puramente pratiche, per esempio dove andavo e quando sarei tornato.
Quando arrivai davanti all'appartamento, la sua macchina era parcheggiata l fuori. Entrai, l'ingresso e il corridoio erano impregnati di fumo di cottura, dalla cucina si sent uno sferragliare di padelle e il suono di una radio.
Mi affacciai.
Ciao, dissi.
Ciao, rispose. Hai fame?
S, abbastanza. Cosa stai preparando?
Braciole di maiale. Siediti, sono pronte".
Mi sedetti al tavolo da pranzo rotondo. Era vecchio, supposi che fosse appartenuto a sua nonna paterna.
Pap mise nel mio piatto due braciole, tre patate bollite e un mucchietto di cipolla fritta. Si sedette e si serv.
Be'? Qualche novit a scuola?
Scossi la testa.
Non hai imparato niente oggi?
No".
Ah, no?
Continuammo a mangiare in silenzio.
Non volevo ferirlo, non volevo che pensasse che tutto quanto fosse un fallimento, che questo valeva anche per il rapporto che aveva con suo figlio, cos cercai di concentrarmi su quello che avrei potuto dirgli. Non mi venne in mente niente.
Non era di cattivo umore. Non era arrabbiato. Soltanto assente.
Sei passato ultimamente dai nonni? gli domandai.
Mi guard.
S, certo, rispose. Ho fatto un salto ieri pomeriggio. Perch me lo chiedi?
Cos, dissi mentre avvertivo un leggero rossore imporporarmi le guance. Tanto per sapere".
Con il coltello avevo tagliato via tutta la carne che potevo. Presi l'osso, me lo portai alla bocca e cominciai a rosicchiarlo. Pap fece lo stesso. Quando ebbi finito, lo posai sul piatto e trangugiai tutta l'acqua che avevo nel bicchiere.
Grazie per aver preparato da mangiare, dissi alzandomi.
La riunione era alle sei, giusto?
S".
Rimani qui? mi domand.
Pensavo di s".
Allora dopo torno a prenderti, cos possiamo andare su a Sannes. Va bene?
S".
Stavo scrivendo un tema sulla pubblicit di una bibita sportiva quando torn. La porta che si apriva, il brusio crescente della citt, i passi che risuonavano pesanti nell'ingresso. La sua voce.
Karl Ove? Sei pronto? Andiamo via subito".
Avevo gi messo nel borsone e nello zaino tutto quello che mi serviva, erano strapieni, il mese successivo avrei abitato lass e non sapevo esattamente che cosa mi potesse servire.
Mi osserv mentre scendevo le scale. Scosse la testa. Ma non era arrabbiato. C'era qualcos'altro.
Come  andata? dissi senza incrociare il suo sguardo, anche se era la cosa che odiava di pi.
Come  andata? Be', adesso te lo dico. Sono stato insultato dal tuo insegnante di matematica. Ecco quello che  successo. Vestby,  cos che si chiama, no?
S".
Perch non mi avevi detto niente? Ero all'oscuro di tutto. Sono stato colto alla sprovvista".
E che cosa ti ha detto? chiesi mentre mi vestivo, infinitamente felice che pap continuasse a mantenere la calma.
Mi ha detto che durante le sue ore metti i piedi sul banco, che sei un ribelle, e pure insolente, che chiacchieri e che non studi e non fai i compiti. E che se continuerai cos, ti boccia. Ecco quello che mi ha detto.  vero?
In un certo senso, s, dissi raddrizzandomi, pronto per uscire.
Ha dato la colpa a me. Mi ha rimproverato di aver cresciuto un poco di buono di figlio".
Mi contorsi.
E tu che cosa hai detto?
Ho risposto pan per focaccia. Come ti comporti a scuola  responsabilit sua. Non mia. Comunque non  stata una situazione molto piacevole. Questo lo capisci".
Capisco. Scusa".
Tanto non serve. Quella era l'ultima riunione a cui ho partecipato. Che sia chiaro. Andiamo?
Uscimmo in strada e ci dirigemmo verso la macchina. Pap sal, poi si allung sul sedile accanto per aprirmi la portiera.
Puoi aprire dietro? dissi.
Non rispose, ma esegu. Infilati il borsone e lo zaino nel bagagliaio, lo richiusi con cautela per non scatenare la sua collera, mi sedetti accanto a lui, mi passai la cintura di sicurezza sopra il petto, l'agganciai.
 stato davvero imbarazzante, comment mio padre mentre accendeva la macchina. Il cruscotto si illumin. Cos come l'auto davanti a noi e un tratto della scarpata che scendeva verso il fiume. Ma questo Vestby, com' come insegnante?
Scarso. Ha problemi a mantenere la disciplina. Tutti se ne fregano di lui. E poi non sa neanche insegnare".
 uscito dall'universit con una delle votazioni pi alte in assoluto, lo sapevi?
No".
Fece qualche metro in retromarcia prima di immettersi sulla strada, poi, fatta inversione, si allontan dal centro. Si sentiva il brusio della ventola del riscaldamento, dei chiodi degli pneumatici da neve che battevano sull'asfalto producendo un suono monotono, ronzante. Guidava velocemente come sempre. Una mano sul volante, una appoggiata sul sedile accanto alla leva del cambio. Sentii un formicolio allo stomaco, piccoli sprazzi di gioia che esplodevano dentro il mio corpo perch questo non era mai successo prima. Pap non aveva mai preso le mie difese. Non aveva mai voluto sorvolare su qualche mio comportamento discutibile. Mostrargli la pagella prima dell'estate e del Natale era sempre un evento che mi metteva in ansia gi settimane prima. La pi piccola annotazione e mi investiva con la sua collera. Lo stesso con le riunioni con gli insegnanti. Il bench minimo commento sul fatto che chiacchierassi troppo o che fossi disordinato bastava per farlo tornare a casa inviperito. Per non parlare delle poche volte in cui mi avevano dato una nota sul diario. Era la fine del mondo. Era l'inferno.
Era perch stavo diventando adulto che adesso si comportava cos nei miei confronti?
Stavo per diventare suo pari?
Avrei voluto girarmi a guardarlo mentre aveva gli occhi fissi sulla strada che sfrecciava sotto di noi. Ma non ci riuscii, avrei dovuto dirgli qualcosa, e non ce l'avevo.
Mezz'ora pi tardi, dopo aver risalito l'ultimo pendio, sbucammo nel cortile davanti a casa. Con il motore acceso pap scese per aprire il garage. Io mi diressi verso la porta d'ingresso e l'aprii. In quel momento mi venne in mente che mi ero dimenticato il bagaglio, cos tornai indietro mentre pap spegneva la macchina. Le luci posteriori rosse si smorzarono.
Non apri dietro? dissi.
Annu, infil la chiave e la gir. La portiera del bagagliaio si alz facendomi pensare alla coda di una balena. Quando misi piede in casa, mi resi subito conto che aveva pulito. Si sentiva il profumo di sapone verde, le stanze erano in ordine e i pavimenti lucidi. E gli escrementi di gatto rinsecchiti sul divano al primo piano erano spariti.
Ovviamente aveva pulito tutto perch doveva tornare la mamma. Ma anche se c'era un motivo concreto e non l'aveva fatto di propria iniziativa, visto che fino a quel momento la casa era stata incredibilmente sudicia e sgradevole, mi sentii sollevato. In qualche modo era stato ristabilito un ordine. Non che quel disordine mi avesse allarmato o turbato, ma mi dava fastidio, soprattutto perch non era arrivato da solo. Quell'autunno qualcosa in lui era cambiato. Probabilmente dipendeva dal modo in cui vivevamo, che fossimo soltanto io e lui, e spesso neanche questo, e la cosa era evidente. Non aveva mai avuto amici, nessuno andava mai a trovarlo, a parte la famiglia. Le uniche persone che conosceva erano i colleghi di lavoro e i vicini. O meglio: a Tromya era cos, qui non sapeva neanche chi fossero i vicini. Per, poche settimane dopo che la mamma si era trasferita a Bergen per studiare, aveva riunito alcuni colleghi nella casa di Sannes, avrebbero fatto una festicciola e per l'occasione mi aveva chiesto se potevo rimanere in citt per quella sera. Se mi fossi sentito solo, sarei sempre potuto andare dai nonni, se volevo. Ma l'ultima cosa di cui avevo paura era starmene da solo. Era passato da me in mattinata per portarmi una pizza surgelata, coca-cola e patatine, che io avevo mangiato davanti alla televisione.
La mattina dopo presi l'autobus per recarmi da Jan Vidar, passai qualche ora con lui, poi ripresi l'autobus per andare a casa nostra. La porta era chiusa a chiave. Aprii il garage per controllare se fosse uscito a fare due passi o se avesse preso la macchina. Era vuoto. Tornai sui miei passi e aprii la porta di casa. Sul tavolo del soggiorno c'erano alcune bottiglie di vino, i posaceneri erano pieni, ma il disordine non era eccessivo, quindi pensai che si fosse trattata soltanto di una piccola festa. Di solito lo stereo era nel fienile, ma adesso l'aveva piazzato su un tavolino accanto alla stufa. Mi inginocchiai davanti allo sparuto numero di dischi, che in parte erano appoggiati alla gamba di una sedia, in parte erano sparpagliati l vicino sul pavimento. Erano vinili che ascoltava da quando ero in grado di ricordare. Pink Floyd. Joe Dassin. Arja Saijonmaa. Johnny Cash. Elvis Presley. Bach. Vivaldi. Gli ultimi due doveva averli messi prima che la festa cominciasse, o forse quella mattina stessa. Comunque neanche gli altri dischi erano particolarmente adatti a una festa. Mi alzai e andai in cucina, dove nel lavello c'erano alcuni piatti e bicchieri sporchi. Aprii il frigorifero, che a parte un paio di bottiglie di vino bianco e di birra era praticamente vuoto, poi salii al primo piano. La porta della camera da letto di pap era aperta. Diedi un'occhiata. Il letto, che si trovava in camera della mamma, era stato spostato l dentro, e messo accanto a quello di pap, al centro della stanza. Dovevano aver fatto le ore piccole, e dal momento che avevano bevuto, e la casa si trovava talmente isolata che prendere un taxi per il centro o Vennesla, dove lavorava pap, sarebbe costato troppo, qualcuno si era fermato a dormire. La mia stanza non era stata toccata, cos presi quello che mi serviva e anche se avevo progettato di pernottare l, ritornai gi in citt. Qualcosa di estraneo avvolgeva ogni cosa.
Una volta ero andato a casa senza avvisare, era sera e non avevo voglia di tornare in centro dopo l'allenamento, Tom, un compagno di squadra, mi aveva dato uno strappo. La cucina era illuminata e io vidi pap seduto con la testa appoggiata a una mano e una bottiglia di vino davanti a lui. Anche quella era una novit, non aveva mai bevuto prima, almeno da quando ero nato, e in ogni caso non da solo. Lo vedevo adesso e anche se non volevo saperne niente, non potevo andarmene, cos mi misi a sbattere con forza i piedi per terra per ripulirli della neve, spalancai la porta di scatto, la richiusi con violenza e per non lasciargli alcun dubbio su dove stavo andando, aprii tutti e due i rubinetti del bagno prima di sedermi sul water e aspettare qualche minuto. Quando entrai in cucina, non c'era nessuno. Il bicchiere sul ripiano era vuoto, cos anche la bottiglia, che ora era nell'armadietto sotto il lavello, pap era nell'appartamento sotto il fienile. Come se quell'episodio non fosse gi abbastanza misterioso, un pomeriggio presto lo vidi passare in macchina davanti al negozio a Solsletta, avevo marinato le ultime tre ore di lezione ed ero passato a trovare Jan Vidar prima dell'allenamento serale nell'impianto sportivo di Kjevik. In quel momento ero seduto sulla panchina davanti al negozio e stavo fumando quando vidi arrivare l'Opel Ascona di pap, era impossibile sbagliarsi, tra l'altro per via del colore, un verdino quasi fluorescente. Buttai via la sigaretta, ma non c'era nessun motivo per nascondermi, quindi mi misi a fissare la macchina che passava, alzai addirittura la mano per salutarlo. Invece non mi vide neppure, c'era qualcuno seduto accanto a lui, con cui stava parlando. Il giorno dopo, quando pass in centro da me, gli accennai la cosa, si trattava di un collega, stavano lavorando insieme a un progetto e avevano continuato a casa nostra per qualche ora dopo la scuola.
A quanto pareva, in quel periodo si vedeva molto con i colleghi. Un fine settimana era stato a Hovden con loro per un seminario, e andava a molte pi feste di quanto non avesse mai fatto prima. Sicuramente perch si annoiava, o non gli piaceva stare cos tanto da solo, io ne ero felice, a quel tempo avevo cominciato a vederlo sotto un'altra luce, non pi con gli occhi di un bambino, ma con quelli di uno che stava diventando adulto, e in quel momento ero contento che frequentasse amici e colleghi, come facevano le altre persone. Al contempo non mi piaceva quel cambiamento, lo rendeva imprevedibile.
Il fatto stesso che mi avesse difeso durante il colloquio con i professori rientrava in quest'ottica. S, forse era la prova pi lampante.
Tolti i vestiti dal borsone, li misi nell'armadio, infilai una per una le cassette nell'apposito contenitore che tenevo sulla scrivania, impilai i libri di scuola. La casa era della met dell'Ottocento, i pavimenti scricchiolavano, i rumori filtravano attraverso le pareti, quindi non solo sapevo che pap si trovava in soggiorno, proprio sotto di me, ma anche che era seduto sul divano. Avevo pensato di finire di leggere Dracula, ma sentivo di non poterlo fare prima di aver chiarito la nostra situazione. Cio, che lui sapesse che cosa avrei fatto io e io sapessi che cosa avrebbe fatto lui. Allo stesso tempo non potevo semplicemente scendere e dirglielo. Ciao pap, sono su che leggo". Perch me lo dici, mi avrebbe chiesto, o almeno pensato. Ma quello squilibrio andava rettificato, cos, scese le scale, feci un salto in cucina, magari qualcosa da mettere sotto i denti?, prima di entrare in soggiorno, dove era seduto con in mano uno dei miei vecchi fumetti.
Mangi qualcosa prima di andare a letto? esordii.
Alz per un attimo lo sguardo.
Mangia tu, rispose.
Okay. Poi vado su in camera mia a leggere".
Non rispose, si immerse nuovamente nel suo Agent X9 sotto la luce della lampada che si trovava accanto al divano. Tagliai un grosso pezzo di salsiccia affumicata, che sbocconcellai seduto alla scrivania. Non mi aveva neanche comprato un regalo di compleanno, mi venne in mente in quel momento, sicuramente la mamma me ne avrebbe portato uno da Bergen. Ma non doveva occuparsi lui della torta? Ci aveva pensato?
Quando il giorno dopo tornai a casa da scuola, c'era la mamma. Pap era andato a prenderla all'aeroporto, quando arrivai, sedevano al tavolo della cucina, in forno stava cuocendo un arrosto, cenammo a lume di candela, mi diedero cinquecento corone e una camicia che la mamma aveva comprato a Bergen. Non avevo cuore di dirle che non me la sarei mai messa, in fondo aveva girato i negozi di Bergen in cerca di un regalo per me, aveva trovato qualcosa che secondo lei era bello e che pensava mi sarebbe piaciuto.
Me la misi, mangiammo la torta e bevemmo il caff in soggiorno. La mamma era contenta, ripet pi volte che era bello essere a casa. Yngve aveva telefonato per farmi gli auguri, probabilmente non sarebbe tornato prima della vigilia di Natale, mi accenn, e mi avrebbe dato allora il suo regalo. Andai all'allenamento, quando rientrai verso le nove si erano ritirati nell'appartamento nel fienile.
Avrei voluto parlare da solo con la mamma, ma a quanto pareva non era possibile, cos dopo aver aspettato per un po' me ne andai a dormire. Il giorno dopo avevo l'ultima verifica prima di Natale, quella pi importante, le due ultime settimane ne avevamo una sfilza, me ne andavo sempre prima che finisse il tempo che avevamo a disposizione, in centro girovagavo per i negozi di dischi o mi sedevo in un caff, a volte insieme a Bassen, a volte con qualcuna delle mie compagne di classe, se succedeva per caso e in modo che nessuno potesse pensare che mi fossi aggregato a forza. Ma con Bassen andava bene, avevamo cominciato a frequentarci un po', una sera ero stato a casa sua, non avevamo fatto altro che ascoltare dischi nella sua stanza, ma io sprizzavo gioia, mi ero fatto un nuovo amico. Non un tamarro, n un amante dell'heavy metal, ma uno a cui piacevano i Talk Talk e gli U2, i Waterboys e i Talking Heads. Bussen, o Reid, quello era il suo vero nome, era un bel ragazzo dai capelli scuri, che faceva impazzire le ragazze, senza che apparentemente questo gli avesse dato alla testa, infatti non c'era niente di appariscente nel suo modo di fare, nessuna boria, stava sempre al suo posto, ma non era timido, piuttosto c'era una componente pi riflessiva e introversa del suo carattere che in parte lo tratteneva. Non si concedeva mai fino in fondo. Non so se perch non volesse, o non potesse, spesso si tratta di due facce della stessa medaglia. Ma quello che mi colpiva maggiormente di lui, era che fosse in grado di farsi un'opinione tutta sua. Mentre io ero legato a un sistema di pensiero alquanto schematico, per esempio in politica, dove prendere posizione conduceva automaticamente a punti di vista scontati, o nelle questioni di gusto, dove se ti piaceva una band, questo valeva anche per quelle simili, o sul piano umano, dove non riuscivo mai a liberarmi dai miei atteggiamenti predeterminati quando si trattava degli altri, lui pensava invece in modo autonomo, partendo da valutazioni proprie, pi o meno idiosincratiche. Non ostentava neanche questo, al contrario bisognava conoscerlo da un po' tempo prima che emergesse questa sua caratteristica. Non era un qualcosa di artefatto, lui era cos. Che io fossi orgoglioso di potermi definire amico di Bassen non era soltanto per via delle sue numerose qualit, non era dovuto soltanto all'amicizia in s, ma anche, e non da meno, all'idea che anch'io avrei goduto di riflesso della considerazione che gli altri nutrivano per lui. Non che lo percepissi in modo consapevole, ma adesso che ci ripenso, era assolutamente palese: se sei tagliato fuori, bisogna trovare qualcuno che ti permetta di entrare, perlomeno quando hai sedici anni. In questo caso il sentirsi escluso non era metaforico, ma letterale e concreto. Ero circondato da centinaia di ragazzi e ragazze della mia et, ma non riuscivo mai a inserirmi nel contesto che aveva importanza per loro. Ogni luned temevo la domanda che tutti ponevano, e cio che cosa hai fatto nel fine settimana?. Una volta potevi rispondere sono rimasto a casa tutto il tempo a guardare la tv, un'altra sono stato da un amico ad ascoltare dei dischi, ma poi dovevi uscirtene possibilmente con qualche cosa di meglio, se non volevi rimanere tagliato fuori. Qualcuno veniva escluso fin dal primo momento, e continuava a esserlo per tutti gli anni del liceo, ma per nulla al mondo avrei voluto essere come loro, io volevo essere uno di quelli intorno a cui ruotavano tutti gli eventi, volevo essere invitato alle loro feste, uscire con loro, vivere la loro vita.
La grande prova, la festa pi importante dell'anno, era quella di Capodanno. Nelle ultime settimane se ne parlava ovunque. Bassen sarebbe andato da qualcuno che conosceva a Justvik, non c'era nessuna possibilit di imbucarsi, e quando cominciarono le vacanze di Natale, io non ero stato invitato da nessuna parte. Insieme a Jan Vidar, che abitava a Solsletta, in una strada a quattro chilometri di distanza da noi, e che quell'autunno aveva cominciato a frequentare un istituto professionale per diventare pasticcere, trascorsi tutto il periodo di Natale a discutere quali possibilit avevamo. Volevamo andare a una festa, e volevamo ubriacarci. Per quanto riguardava l'ultima questione, non ci sarebbero dovuti essere problemi: io giocavo nella squadra juniores e il portiere, Tom, era uno sempre disponibile a risolvere ogni genere di difficolt e non avrebbe avuto niente in contrario a comprarci della birra. La festa, invece... A quanto pareva, un gruppetto di ragazzi che frequentava la nona, appartenente alla categoria dei mezzi criminali, e destinati ad abbandonare gli studi, avrebbe festeggiato in un'abitazione nei paraggi, ma per me quella alternativa era assolutamente improponibile, piuttosto me ne sarei rimasto a casa. C'era anche una compagnia che conoscevamo bene, ma di cui non facevamo parte, che si ritrovava di solito a Hamresanden ed era formata da ragazzi con cui o eravamo andati a scuola insieme o avevamo giocato a pallone, ma non eravamo stati invitati, e anche se avremmo potuto intrufolarci in qualche modo, non godevano abbastanza della mia stima. Abitavano a Tveit, frequentavano le scuole professionali o lavoravano, e quelli che possedevano una macchina, avevano i sedili foderati di pelliccia e l'Arbre Magique che penzolava dallo specchietto retrovisore. Altre alternative non ce n'erano. Bisognava essere invitati alle feste di Capodanno. D'altro canto la gente usciva verso mezzanotte, si riuniva nelle piazze e agli incroci per lanciare i petardi e dare il benvenuto al nuovo anno tra urla e schiamazzi. Non c'era bisogno d'invito per partecipare. Molti compagni di scuola avrebbero festeggiato nella zona di Sm, questo lo sapevo, perch non andarci anche noi? A Jan Vidar venne in mente che il batterista della nostra band, a cui eravamo ricorsi soltanto perch ne avevamo un disperato bisogno, uno che andava in ottava e abitava a Hnes, aveva detto che a Capodanno sarebbe andato a Sm.
Due telefonate dopo ed era tutto a posto. Tom ci avrebbe comprato la birra, noi saremmo rimasti con quelli della ottava e della nona nella loro taverna fino a quasi mezzanotte, poi ci saremmo recati all'incrocio dove si sarebbe riunita la gente, avremmo beccato qualcuno che conoscevamo della scuola e ci saremmo uniti a loro per il resto della serata. Era un buon piano. Quando quel pomeriggio tornai a casa, accennai di sfuggita a mamma e pap che ero stato invitato per l'ultimo dell'anno, alcuni dei miei compagni di classe facevano una festa a Sm, e se potevo andarci. A casa nostra sarebbero venuti i nonni e il fratello di mio padre, Gunnar, con la sua famiglia, ma n mamma n pap avevano nulla da ridire se preferivo uscire.
Che bello! comment la mamma.
Va bene, acconsent pap. Ma devi essere a casa per l'una".
Ma  Capodanno, obiettai. Non possiamo fare le due?
E va bene. Ma che siano le due, non le due e mezzo. Intesi?
La mattina dell'ultimo dell'anno andammo in bicicletta fino al negozio di Ryensletta, dove ci aspettava Tom, lo pagammo e in cambio ci diede due sacchetti con dentro dieci bottiglie di birra l'uno. Jan Vidar li nascose nel giardino davanti alla sua abitazione, e io tornai a casa, dove i miei erano tutti indaffarati a pulire e a riordinare per la festa. Tirava un forte vento. Rimasi per un po' affacciato alla finestra della mia stanza a osservare il turbinare della neve, il cielo grigio che sembrava incombere tra gli alberi neri del bosco. Misi un disco, presi il libro che stavo leggendo e mi sdraiai sul letto. Dopo un po' la mamma buss alla porta.
C' Jan Vidar al telefono, mi comunic.
Il telefono era di sotto, nella stanza guardaroba. Scesi al pianterreno, chiusi la porta e afferrai la cornetta.
Be'?
 successo un disastro, esord Jan Vidar. Quel bastardo di Leif Reidar...
Leif Reidar era suo fratello. Aveva poco pi di vent'anni, guidava una Opel Ascona truccata e lavorava alla ditta di parquet Boen. La sua vita non era orientata a sudovest, verso la citt, come lo era la mia e quella di quasi tutti gli altri, ma a nordest, verso Birkeland e Lillesand. Oltre all'et, questo dettaglio faceva s che io non fossi mai riuscito a capirlo, a sapere chi fosse, a cosa pensasse. Aveva i baffi e portava spesso gli occhiali da sole da pilota, ma non era il tipico tamarro, c'era qualcosa di autentico e corretto nel suo modo di vestire e di comportarsi, che indicava in un'altra direzione.
Cosa ha fatto? chiesi.
Ha trovato i sacchetti con la birra in giardino. E non si  lasciato scappare l'occasione, merda. Quella testa di cazzo. Quella lingua biforcuta. Mi ha fatto un pippone, lui, figurati. Che avevo soltanto sedici anni bla, bla, bla. Non solo, mi ha anche detto che dovevo spifferare il nome di chi ci aveva comprato la birra. Ovviamente mi sono rifiutato. Non sono cazzi suoi. Allora mi ha minacciato di raccontare tutto a pap se non glielo dicevo. Quell'ipocrita di merda. Quel... fanculo. Ho dovuto dirglielo. E sai che cosa ha fatto? Sai che cosa ha fatto quello stronzo?
Cosa?
La neve pareva un velo che scendeva dal tetto del fienile tra le folate di vento. La luce che proveniva dalle finestre del seminterrato, diffondeva un bagliore ovattato, quasi misterioso nel crepuscolo che avanzava lentamente. Intravidi un movimento all'interno, doveva essere pap, pensai, e in effetti avevo ragione, un secondo dopo il suo volto prese forma dietro il vetro della finestra, guard dritto verso di me. Abbassai lo sguardo e girai la testa di lato.
Mi ha costretto a salire in macchina e mi ha portato da Tom con i sacchetti".
Ma davvero?
Cazzo,  proprio uno stronzo. Ci gode. Gongolava tutto, merda. Di colpo era diventato un santo. Lui. Porca puttana, quanto mi fa incazzare".
E poi che cosa  successo?
Quando sbirciai di nuovo verso le finestre, il viso era scomparso.
Cosa  successo? Secondo te? Ha fatto un culo cos a Tom, poi ha preteso che io gli restituissi la birra. Ho dovuto farlo. E ha aggiunto che Tom doveva ridarmi i soldi. Come se io fossi un moccioso di merda. Come se anche lui non faceva lo stesso quando aveva sedici anni. Porca puttana. Come ci godeva nel farmi incazzare, si  divertito un mondo a portarmi da Tom e a trattarlo di merda".
E adesso? Andiamo senza birra? Figuriamoci".
Mentre ce ne stavamo andando, ho fatto l'occhiolino a Tom. Che ha capito subito. Gli ho telefonato appena sono tornato a casa per chiedergli scusa. Non se l'era presa, cos siamo rimasti d'accordo che ti porta la birra, ma prima mi carica strada facendo, cos lo pago".
Venite qui?
S, arriva tra dieci minuti. Siamo da te tra un quarto d'ora".
Fammici pensare un attimo, dissi.
Soltanto in quel momento mi accorsi che il gatto era accoccolato sulla sedia accanto al tavolino del telefono. Mi fiss, poi prese a leccarsi una zampa. In soggiorno qualcuno cominci a passare l'aspirapolvere. Il gatto gir di scatto la testa in direzione del rumore. Un attimo dopo torn a rilassarsi. Mi chinai in avanti per grattargli il petto.
Non potete venire fin quass con la macchina.  fuori discussione. Ma possiamo lasciare i sacchetti lungo il ciglio della strada. Tanto l non li trover nessuno".
In fondo alla discesa, magari?
Sotto casa mia?
S".
In fondo alla discesa sotto casa mia tra quindici minuti?
S".
Perfetto. Di' a Tom di non fare marcia indietro da noi, e neanche dove ci sono le cassette della posta. C' una piazzola un po' pi su dove pu girare. Digli di usare quella".
Va bene. A tra poco".
Dopo aver riagganciato, andai in soggiorno dalla mamma, che spense l'aspirapolvere quando mi vide.
Faccio un salto gi da Per, le dissi. Giusto per fargli gli auguri di buon anno".
Va bene, rispose la mamma. Se vedi i suoi genitori, salutali da parte nostra".
Per aveva un anno meno di me, e abitava nella casa vicina, a circa duecento metri sotto la nostra. Era con lui che avevo trascorso la maggior parte del mio tempo negli anni che abbiamo abitato qui. Giocavamo a pallone il pi spesso possibile, dopo la scuola, il sabato e la domenica, durante le vacanze, e una delle cose pi importanti era quella di riuscire a riunire abbastanza gente da organizzare delle partite come si deve, ma quando non era possibile giocavamo soltanto due contro due per ore, e se non c'era proprio nessuno, io contro Per. Io calciavo per fare gol a lui, lui calciava per fare gol a me, io gli passavo la palla, lui me la restituiva, oppure giocavamo a due, come dicevamo. Ci davamo dentro tutti i giorni, anche dopo che avevo cominciato il liceo. O facevamo il bagno, sotto la cascata, nel punto in cui l'acqua era pi profonda ed era possibile tuffarsi da una roccia, o gi all'altezza delle rapide, dove venivamo spazzati via da valanghe d'acqua. Quando era troppo brutto per fare qualcosa all'aperto, guardavamo delle videocassette nella loro taverna oppure ce ne stavamo in garage a chiacchierare. Mi piaceva stare da lui, la sua famiglia era cordiale e generosa e, anche se suo padre non mi sopportava, ero sempre il benvenuto. Ma, bench Per fosse la persona con cui trascorressi la maggior parte del tempo, non lo consideravo un amico, non lo nominavo mai in nessun contesto, soltanto perch era pi giovane di me, e non andava bene, e perch era troppo contadino. La musica non gli interessava, non ci capiva un'acca, tantomeno provava interesse per le ragazze o il bere, era contento di starsene a casa con la famiglia nei fine settimana. Non si faceva nessuno scrupolo a presentarsi a scuola con gli stivali di gomma, n a indossare maglioni fatti a mano e pantaloni di velluto a coste o jeans troppo corti e magliette con il logo dello zoo di Kristiansand. Quando mi trasferii l, non era mai stato in citt da solo. Aveva letto a malapena qualche libro, preferiva i fumetti, cosa che in effetti valeva anche per me, anche se io li integravo con la lettura delle serie infinite dei libri di MacLean, Bagley, Smith, Le Carr e Follett che divoravo, passione che con il tempo gli trasmisi. Andavamo insieme in biblioteca ogni due sabati e ogni due domeniche alle partite dello Start quando giocavano in casa, ci allenavamo con la squadra di calcio due volte alla settimana, durante il girone estivo avevamo anche una partita una volta alla settimana, oltre a prendere insieme l'autobus per andare a scuola e tornare tutti i santi giorni. Ma sedere uno accanto all'altro, quello no, perch pi ci avvicinavamo alla scuola e alla vita che contava, pi Per smetteva di essere un amico, a tal punto che non c'era pi nessun tipo di contatto tra di noi quando eravamo nel cortile della scuola. Stranamente non se la prendeva. Era sempre contento, sempre aperto, possedeva un senso dell'umorismo ben sviluppato ed era, come la sua famiglia, una persona generosa e affabile. Durante le vacanze di Natale ero stato da lui un paio di volte, avevamo guardato delle videocassette e fatto sci di fondo sulla collina dietro casa nostra. Non avevo neanche preso in considerazione l'ipotesi di invitarlo a venire con me l'ultimo dell'anno, neanche come possibilit remota. Jan Vidar aveva una non-relazione con Per, si conoscevano, certo, come tutti si conoscevano lass, ma non si trovava mai a tu per tu con lui, del resto non ce n'era motivo. Quando mi trasferii l, Jan Vidar era spesso insieme a Kjetil, un coetaneo che abitava a Kjevik, erano amici per la pelle ed erano sempre a casa uno dell'altro. Il padre di Kjetil era un militare e da quanto avevo capito, aveva dovuto cambiare spesso domicilio. Quando Jan Vidar cominci a frequentare me, soprattutto perch condividevamo lo stesso interesse per la musica, Kjetil cerc di riconquistare la sua amicizia, gli telefonava in continuazione per invitarlo a casa sua a dormire, faceva battute che potevano capire soltanto loro due quando noi tre eravamo insieme a scuola. Quando non funzionava, abbassava il tiro e ci invitava entrambi. Andavamo in bicicletta intorno all'aeroporto, dove ci fermavamo alla caffetteria, ci recavamo a Hamresanden a suonare il campanello a una delle ragazze che abitava l, Rita, che interessava sia a Kjetil sia a Jan Vidar. Se Kjetil aveva del cioccolato, lo divideva con Jan Vidar mentre risalivamo la collina, a me non ne dava neanche un pezzetto, ma neppure questa mossa sort alcun effetto perch facendo finta di niente Jan Vidar divideva la sua met con me. Alla fine Kjetil si era arreso rivolgendo la sua attenzione verso altri, ma per tutto il tempo delle medie non ebbe mai amici cos stretti come lo era stato per lui Jan Vidar. Kjetil era un tipo che piaceva a tutti, soprattutto alle ragazze, ma nessuna voleva mettersi con lui. Rita, che di solito era insolente e spietata, e non risparmiava mai nessuno, aveva un debole per lui, ridevano sempre tanto quando erano insieme e usavano tra di loro un tono particolare, ma rimasero sempre e soltanto amici. A me Rita riservava sempre le sue battute pi caustiche e io stavo sempre in guardia quando ero nelle sue vicinanze, non si poteva mai sapere quando e in che modo avrebbe colpito. Era bassa e gracile, aveva un viso sottile, la bocca era piccola, i lineamenti erano proporzionati e gli occhi, spesso pieni di scherno, brillavano di una rara intensit, sembravano quasi sfavillare. Rita era bella, ma non veniva percepita come tale, riusciva a essere cos sgradevole con gli altri che forse non lo sarebbe mai diventata agli occhi degli altri.
Una sera mi aveva telefonato a casa.
Senti un po', Karl Ove, sono Rita".
Rita? dissi io.
S, stupido. Rita Lolita".
Okay".
Ho una domanda da farti".
S?
Vuoi metterti con me?
Cosa hai detto?
Te lo ripeto. Vuoi metterti con me?  una domanda molto semplice. Devi soltanto rispondere s o no".
Non lo so...
E dai. Se non vuoi, basta dirlo".
Non credo...
Okay. Ci vediamo domani a scuola. Ciao".
Poi riagganci. Il giorno dopo mi comportai come al solito, lei fece lo stesso, forse ancora pi attenta a sputtanarmi alla prima occasione. Non ne fece mai parola, e neanche io, neppure a Jan Vidar e Kjetil, non volevo avere quel vantaggio su di loro.
Dopo aver salutato la mamma e dopo che lei ebbe riacceso l'aspirapolvere, mi misi il giaccone nell'ingresso e uscii, con la testa china per via del vento. Pap aveva aperto una delle due porte del garage e stava tirando fuori lo spazzaneve elettrico. All'interno la ghiaia era asciutta e priva di neve, e il fatto che fosse cos risvegli come sempre in me un leggero senso di disagio, perch la ghiaia apparteneva al mondo esterno e quello che c'era l era coperto di neve, cosa che creava uno squilibrio tra dentro e fuori. Quando il garage era chiuso, non ci pensavo, non sfiorava mai i miei pensieri, soltanto quando lo vedevo.
Vado un attimo da Per, esclamai.
Pap, che stava armeggiando con lo spazzaneve, gir la testa e annu. Un po' mi pentii di aver suggerito di incontrarci in fondo alla discesa, forse era troppo vicino, di solito mio padre aveva un sesto senso quando si trattava di comportamenti sospetti. D'altro canto era da tempo che non mostrava pi interesse nei miei confronti. Quando raggiunsi la cassetta della posta, sentii il rumore dello spazzaneve che era stato messo in funzione. Mi girai per controllare se potesse vedermi. Dal momento che non era cos, mi incamminai lungo il pendio, costeggiando il lato della strada che si trovava a fianco della scarpata, in modo da ridurre al minimo la possibilit di essere tenuto sotto controllo. Giunto in fondo, nell'attesa rimasi a osservare il fiume. Sulla carreggiata opposta passarono tre macchine di fila. Le luci dei fari erano simili a minuscole punture di giallo in quel grigio immenso. La neve che copriva la piana aveva preso il colore del cielo, la cui luce sembrava catturata dentro la rete dell'oscurit incombente. L'acqua che si intravedeva nella spaccatura che si era formata sullo strato di ghiaccio che ricopriva il fiume era lucida e nera. Sentii un'auto scalare la marcia mentre imboccava la curva a qualche centinaio di metri da me. Il rumore del motore non era fluido, doveva appartenere a una vecchia utilitaria. Senza dubbio, quella di Tom. Alzai lo sguardo verso la strada prima di sollevare la mano a mo' di saluto quando la vidi spuntare. Fren e si ferm accanto a me. Tom tir gi il finestrino.
Ma buongiorno, Karl Ove, disse.
Buongiorno, risposi.
Sorrise.
Ti ha fatto un mazzo cos? gli chiesi.
Quella testa di cazzo, intervenne Jan Vidar, che sedeva accanto a lui.
Ma s, una stronzata, niente di che, aggiunse Tom. Allora stasera uscite?
S. E tu?
Far di sicuro un giretto da qualche parte".
Per il resto?
Tutto bene".
Mi guard con i suoi occhi gentili e mi sorrise.
La vostra roba  l dietro".
 aperto?
Certo".
Aprii il bagagliaio e presi i due sacchetti di plastica bianchi e rossi che si trovavano in mezzo a un caos di utensili, scatole porta attrezzi e funi con i ganci, di quelle che si usano per fissare gli oggetti sul tetto della macchina.
Presi, esclamai. Grazie, Tom. A buon rendere".
Sbuff.
Allora ci vediamo dopo, dissi a Jan Vidar.
Lui annu, Tom tir su il finestrino, come sempre si port allegramente una mano alla fronte a mo' di saluto, ingran la marcia e prosegu su per la discesa. Io scavalcai i cumuli di neve ammassati lungo il ciglio della strada prima di inoltrarmi tra gli alberi, risalii il corso del ruscello coperto di neve per forse venti metri e proprio nel momento in cui stavo nascondendo le bottiglie ai piedi di un tronco di betulla facilmente riconoscibile, sentii il rumore della macchina che stava scendendo.
Rimasi ad aspettare ancora per qualche minuto al limitare del bosco per evitare che la mia uscita risultasse troppo breve e desse adito a qualche sospetto. Poi risalii la discesa, dove pap era tutto indaffarato a ripulire la strada dalla neve e ad allargare il passaggio. Non aveva n il berretto n i guanti, manovrava quel marchingegno con indosso il suo vecchio montone e uno sciarpone avvolto alla meglio intorno al collo. La neve che veniva spazzata via e che il vento non portava con s ricadeva a cascata sul terreno, qualche metro pi in l. Passando, gli feci un cenno con la testa, i suoi occhi mi sfiorarono appena, ma il suo volto rimase impassibile. Dopo aver appeso il giaccone nell'ingresso, andai in cucina, dove la mamma era seduta a fumare. Sul davanzale della finestra guizzava la fiamma di una candela accesa. L'orologio sopra il forno segnava le tre e mezzo.
Tutto sotto controllo? le domandai.
S. Sar davvero molto piacevole. Mangi qualcosa prima di andare?
Mi faccio un panino, risposi.
Sul ripiano della cucina c'era una confezione enorme di merluzzo ammollato nella soda. Il lavello accanto era pieno di patate scure, non ancora lavate. Nell'angolo la spia della macchina del caff era accesa. Il bricco era pieno a met.
Credo che aspetter ancora un po' a uscire, dissi. Tanto non devo andare prima delle sette. A che ora arrivano?
Pap passa a prendere i nonni, penso che andr via tra poco. Gunnar arriva verso le sette".
Allora faccio appena in tempo a vederli, dissi prima di fiondarmi in soggiorno, dove mi misi davanti alla finestra a guardare la valle. Poi mi diressi verso il tavolino, afferrai un'arancia, mi sedetti sul divano e la sbucciai. Gli addobbi dell'albero di Natale luccicavano, le fiamme nel camino guizzavano e sulla tavola apparecchiata, all'altro lato della stanza, la luce delle lampade scintillava sui bicchieri di cristallo. Pensai a Yngve, a che cosa avesse provato nei confronti di queste cose quando frequentava il liceo. Almeno adesso non aveva pi problemi: avrebbe trascorso il capodanno con tutti i suoi amici nel rifugio di Vindilhytta nella contea di Aust-Agder. Era venuto qui il pi tardi possibile, proprio alla vigilia di Natale, ed era ripartito il prima possibile, il giorno dopo Santo Stefano. Non aveva mai abitato in questa casa. L'estate in cui ci trasferimmo qua, avrebbe iniziato l'ultimo anno del liceo, il terzo, e voleva farlo nella stessa scuola, insieme agli amici che aveva l. Quella decisione fece infuriare pap. Ma Yngve era stato inflessibile, non si era trasferito, aveva chiesto il prestito allo studio, visto che pap non era disposto a dargli neanche una corona, e aveva preso in affitto una stanza non lontano dalla nostra vecchia casa. Nei pochi fine settimana che trascorreva da noi, pap gli parlava a malapena. Tra loro c'era il gelo. L'anno dopo Yngve era partito per il militare e ricordo che un fine settimana si era presentato con la sua ragazza, Alfhild. Era la prima volta che faceva una cosa simile. Ovviamente pap non si era fatto vedere, c'eravamo soltanto Yngve e Alfhild, la mamma e io. Fu soltanto quando il weekend era finito e si erano incamminati lungo la discesa per andare a prendere l'autobus, che mio padre era arrivato in macchina. Si era fermato e dopo aver tirato gi il finestrino, aveva salutato Alfhild con un sorriso. Lo sguardo con cui lo fece non glielo avevo mai visto prima. Era un'occhiata intensa e carica di gioia. Non ci aveva mai guardato cos, nessuno di noi, questo era poco ma sicuro. Poi aveva distolto gli occhi, aveva ingranato la prima ed era scomparso lungo il pendio, mentre noi proseguivamo verso la fermata dell'autobus.
Quello era davvero nostro padre?
Tutte le premure e le attenzioni che la mamma aveva avuto quel fine settimana per Alfhild e Yngve erano state completamente eclissate dallo sguardo di quattro secondi di pap. Cos era anche nei weekend quando Yngve veniva qui da solo, quando pap se ne stava il pi possibile nel fienile e compariva soltanto in occasione dei pasti. Che non chiedesse mai niente a Yngve e lo degnasse soltanto di un minimo d'attenzione era quello che restava del fine settimana, per quanto la mamma si prodigasse in tutti i modi per far sentire Yngve a suo agio. Era pap che determinava l'atmosfera di casa, nessuno di noi aveva armi per controbattere.
All'esterno, il ronzio dello spazzaneve cess di colpo. Mi alzai, presi le bucce dell'arancia, andai in cucina, dove adesso la mamma stava pelando le patate, aprii l'anta dell'armadietto accanto a lei e buttai le bucce nella spazzatura, vidi pap che saliva lungo il vialetto di casa mentre si passava una mano tra i capelli con il gesto che gli era tipico, andai al piano di sopra in camera mia e dopo essermi richiuso la porta alle spalle, misi un disco e mi buttai sul letto.
Avevamo meditato a lungo su come arrivare a Sm. Sia il padre di Jan Vidar sia mia madre si sarebbero sicuramente offerti di darci uno strappo, cosa che in effetti fecero non appena li mettemmo a conoscenza dei nostri piani. Ma con i due sacchetti pieni di birra era impossibile. La soluzione a cui giungemmo fu che Jan Vidar avrebbe detto ai suoi che ci avrebbe portato mia madre, mentre io avrei detto che ci avrebbe dato un passaggio il pap di Jan Vidar. Era un po' azzardato, perch a volte capitava che i nostri genitori si incontrassero, ma la possibilit che saltasse fuori la questione relativa all'autista non era poi cos grande da non correre il rischio. Una volta chiarita la faccenda, rimaneva soltanto da decidere come arrivarci per davvero. Nella nostra zona non c'erano autobus la sera di Capodanno, ma scoprimmo che ne passava qualcuno all'incrocio di Timenes, che distava circa dieci chilometri. Potevamo fare l'autostop fino a l - se eravamo fortunati, ci avrebbe caricato qualcuno che faceva lo stesso tragitto, invece se eravamo sfortunati, avremmo preso l'autobus da l. Per evitare ogni tipo di domande e di sospetti, tutto doveva succedere dopo l'arrivo degli ospiti, quindi alle sette. L'autobus passava alle otto e dieci, dunque, con un po' di fortuna, tutto sarebbe filato liscio.
Ubriacarsi richiedeva una pianificazione accurata. Bisognava procurarsi da bere ricorrendo a qualche sistema sicuro, trovare un posto che lo fosse altrettanto, inventarsi il modo di andare e tornare e infine escogitare la maniera di evitare di imbattersi nei propri genitori al rientro a casa. Dopo quella prima, paradisiaca sbronza a Oslo, mi ero ubriacato soltanto due volte. Per un pelo l'ultima non si era trasformata in un disastro. La sorella di Jan Vidar, Liv, si era appena fidanzata con Stig, un militare che aveva conosciuto a Kjevik, dove lavorava anche loro padre. Liv voleva sposarsi giovane, avere figli e fare la casalinga, un sogno alquanto insolito per una ragazza della sua et, che bench avesse un anno in pi di noi viveva in un altro mondo. Un sabato sera i due ci invitarono a un piccolo ritrovo a casa di amici. Visto che non avevamo nient'altro da fare accettammo, e qualche giorno dopo ci ritrovammo seduti su un divano, in un'abitazione, da qualche parte, a bere vino fatto in casa con le polverine e a guardare la tv. Doveva trattarsi di una serata tranquilla e piacevole, c'erano le candele sul tavolo e mangiammo le lasagne, e sicuramente lo sarebbe anche stata, se non fosse stato per il vino, di cui ce n'era una quantit spropositata. Bevendo, mi sentivo straordinariamente allegro e felice come la prima volta, ma all'improvviso fui colpito da un black-out, non ero in grado di ricordare cosa fosse successo tra il quinto bicchiere di vino e l'attimo in cui avevo ripreso conoscenza sul pavimento di una cantina buia, con indosso i pantaloni di una tuta e una felpa che non avevo mai visto prima, sopra un piumone coperto di asciugamani, con i miei vestiti appallottolati accanto, intrisi di vomito. Lungo la parete intravidi una lavatrice, un cesto con dei panni sporchi a fianco, sull'altra un congelatore, con sopra diversi pantaloni e giacche impermeabili. L dentro c'era anche una pila di nasse per pescare i granchi, un guadino, una canna da pesca, e un ripiano pieno di attrezzi e cianfrusaglie. Mi bast scandagliare quell'ambiente, cos nuovo per me, con una rapida occhiata per metterlo a fuoco, perch mi svegliai riposato e con la mente lucida. A qualche passo dalla mia testa c'era una porta socchiusa, l'aprii ed entrai in cucina, dove raggianti di felicit Stig e Liv sedevano con le mani intrecciate.
Ciao, dissi.
Ma guarda chi c', Garfield! esclam Stig. Come stai?
Bene. Ma cosa  successo?
Non ricordi?
Scossi la testa.
Niente?
Scoppi a ridere. In quello stesso istante arriv Jan Vidar dal soggiorno.
Buongiorno, disse.
Buongiorno, risposi.
Sorrise.
Buongiorno, Garfield, riprese.
Cos' questa storia di Garfield? chiesi.
Non te lo ricordi?
No. Non ricordo un accidente, ma a quanto ho capito, ho vomitato".
Stavamo guardando la televisione. Un film di Garfield. Ti sei alzato in piedi, e mentre ti davi dei pugni sul petto, ti sei messo a urlare I'm Garfield! Poi hai vomitato. In soggiorno. Sul tappeto. Poi, cazzo, ti sei addormentato. Bam. Come un sasso. All'istante. Dentro un lago. Impossibile svegliarti, eri completamento andato".
Cazzo! Scusate".
Non c' problema, disse Stig. Il tappeto si pu lavare. Adesso per mi sa che  ora di riportarvi a casa".
Soltanto in quel momento fui preso dal terrore.
Che ore sono? chiesi.
Quasi l'una".
Soltanto l'una? Meno male. Dovevo essere a casa per quell'ora. Quindi arrivo in ritardo solo di qualche minuto".
Stig non aveva bevuto, e noi lo seguimmo fino alla macchina, salimmo, Jan Vidar davanti e io dietro.
Davvero non ti ricordi niente? domand Jan Vidar mentre tornavamo.
No, cazzo, niente".
La cosa mi inorgogliva. Tutto quanto, quello che avevo detto, quello che avevo fatto, ero persino fiero di aver vomitato. Quel comportamento si avvicinava molto a quello che volevo essere. Ma quando Stig si ferm vicino alla cassetta delle lettere e mi avviai su per la strada buia con indosso i vestiti di un altro e i miei infilati dentro un sacchetto che mi penzolava in mano, quella che provai fu paura.
Se soltanto fossero gi andati a dormire. Se soltanto fossero gi andati a dormire.
Cos sembrava. Perlomeno le luci della cucina erano spente ed era sempre l'ultima cosa che facevano prima di coricarsi. Ma quando aprii la porta e sgusciai silenziosamente nel corridoio, sentii le loro voci. Erano su al primo piano, sul divano davanti alla televisione, e stavano parlando. Di solito non lo facevano mai.
Mi stavano aspettando? Mi avrebbero controllato, fatto il terzo grado? Fedele a se stesso mio padre mi avrebbe chiesto di alitargli in faccia. Era quello che facevano con lui i suoi genitori, adesso ci ridevano sopra, ma di sicuro non allora.
Sgattaiolare alla chetichella con la speranza di passare inosservato era praticamente impossibile perch la scala finiva proprio l accanto a loro. Meglio buttarsi e affrontare la situazione.
Ciao, esordii. Siete l di sopra?
Ciao, Karl Ove, disse la mamma.
Salii lentamente le scale e mi fermai dov'ero, non appena entrai nel loro campo visivo.
Erano seduti sul divano uno accanto all'altra, pap con il braccio appoggiato sul bracciolo.
Ti sei divertito? chiese la mamma.
Ma non vedeva?
Non riuscivo a crederci.
Non male, risposi facendo qualche passo. Abbiamo guardato la televisione e mangiato le lasagne".
Bene, comment la mamma.
Sono piuttosto stanco, dissi. Credo che andr subito a dormire".
Certo, aggiunse lei. Tra poco andiamo a letto anche noi".
Ero a quattro metri di distanza da loro, con indosso un paio di pantaloni della tuta e la felpa di qualcun altro, con i miei vestiti intrisi di vomito dentro un sacchetto di plastica e puzzavo d'alcol e di sbornia. E loro non lo vedevano proprio.
Allora, buonanotte, esclamai.
Buonanotte, risposero.
Fine della storia. Come fosse accaduto che l'avessi passata liscia, non me lo sapevo spiegare, ma c'era solo da ringraziare e basta. Nascosi il sacchetto nell'armadio e alla prima occasione in cui mi trovai a casa da solo, sciacquai tutto nella vasca da bagno, poi appesi i vestiti ad asciugare nell'armadio della mia stanza, infine li infilai nel cesto dei panni sporchi come facevo sempre.
Nessuno disse una parola.
A me bere faceva bene, metteva le cose in movimento. Entravo in contatto con qualcosa, una sensazione di... non di eternit, esattamente, ma di, s, di un che di inesauribile. Qualcosa che potevo penetrare sempre pi in profondit. Questa percezione era netta e distinta.
Priva di ostacoli. Era questa la sensazione che avvertivo, qualcosa che non conosceva barriere.
Cos non vedevo l'ora di ubriacarmi. E anche se l'ultima volta l'avevo scampata bella, adesso avevo preso le mie precauzioni. Mi sarei portato dietro lo spazzolino da denti e il dentifricio, e avevo comprato delle caramelle all'eucalipto, delle mentine e gomma da masticare. E poi avrei preso anche una maglietta di ricambio.
Gi in soggiorno sentivo la voce di pap. Mi misi a sedere sul letto, distesi le braccia sopra la testa, le piegai, poi lentamente le stirai il pi possibile, prima un braccio, poi l'altro. Mi facevano male le articolazioni, ne avevo sofferto tutto l'autunno. Stavo crescendo. Nella foto di classe, scattata a primavera inoltrata, quando frequentavo la nona, la mia altezza rientrava nella media. Adesso, di colpo, sfioravo un metro e novanta. Che non mi fermassi l, ma continuassi a crescere, era il mio incubo maggiore. Al liceo, in seconda, c'era uno alto quasi due metri e dieci, e magro come un chiodo. Che io potessi diventare come lui era un pensiero che mi tormentava ripetutamente ogni giorno. A volte scongiuravo Dio, a cui non credevo, perch cos non fosse. Non credevo in Dio, ma da piccolo avevo pregato rivolgendomi a lui, e quando lo facevo adesso era come se ritornasse in me parte della speranza che nutrivo da bambino. Caro Dio, fammi smettere di crescere, pregavo. Fammi diventare un metro e novanta, fammi diventare un metro e novantuno, novantadue, ma poi basta! Ti prometto che far il pi possibile il bravo se esaudirai questa mia preghiera. Caro, caro Dio, mi senti?
Oh, sapevo che era stupido, ma lo facevo ugualmente, perch la paura non era stupida, ma una vera e propria sofferenza. Un'altra paura che a quei tempi mi terrorizzava ancora di pi era quella che mi aveva assalito quando avevo scoperto che l'uccello mi si rizzava di lato quando ce l'avevo duro. Avevo una malformazione, era storto, e, ignorante come ero, non sapevo se fosse possibile fare qualcosa, magari operarlo o se esistessero altre possibilit. Di notte mi alzavo e scendevo in bagno, dove facevo in modo di provocare un'erezione per vedere se fosse cambiato qualcosa. Ma no, niente. Merda, mi arrivava quasi fino alla pancia! E poi non era anche leggermente ricurvo? Ricurvo e storto, come la merdosa radice di un albero in mezzo ai boschi. Questo voleva dire che non avrei mai potuto andare a letto con nessuno. Visto che era l'unica cosa che bramavo davvero, e che sognavo, la disperazione fu il passaggio successivo. Mi venne in mente che potevo spingerlo verso il basso. Ci provai, lo premetti pi forte che potevo, fino a quando sentii una fitta di dolore. Si era raddrizzato. Per faceva un male cane. E poi uno non poteva mica andare a letto con una ragazza con la mano sull'uccello in quel modo? Cosa cazzo dovevo fare? Esisteva qualche rimedio? Questi pensieri mi rodevano dentro. Ogni volta che avevo un'erezione, aumentava la disperazione. Se ero sdraiato su un divano a limonare con una ragazza, magari ero riuscito persino a infilarle le dita sotto il maglione, e il mio uccello, duro come un sasso, premeva contro la gamba del pantalone, sapevo che quello era il massimo a cui potevo arrivare, e che sarebbe stato sempre cos. Era peggio dell'impotenza, perch la cosa non solo mi rendeva incapace di agire, ma era anche grottesca. Ma potevo implorare Dio che tutto finisse? S, alla fine mi rivolsi a lui chiedendogli anche questo. Caro Dio, pregai. Caro Dio, fa' che il mio pene si raddrizzi quando  turgido di sangue. Ti chiedo per una volta soltanto questo. Ti prego, fa' che si realizzi.
Poi, quando cominciai il liceo, una mattina tutti gli studenti di prima vennero riuniti sulle tribune del palazzetto dello sport di Gimlehallen, non ricordo in che occasione, ma uno dei professori, famoso a Kristiansand per essere nudista, che stando alle voci che circolavano un'estate aveva verniciato la casa con indosso soltanto la cravatta, e che di solito era sciatto, vestito da bohmien di provincia e con i capelli bianchi, ricci e scomposti, si mise a leggere declamando per noi una poesia mentre camminava tra le tribune, quando all'improvviso, tra le risate generali, inneggi all'uccello che si rizzava storto.
Io non risi. Credo di essere rimasto a bocca aperta quando sentii quelle parole. Con la mascella spalancata e gli occhi persi nel vuoto restai l cos, immobile, mentre in me prendeva lentamente forma quella nuova consapevolezza: tutti gli uccelli in erezione sono storti. E se non tutti, un numero sufficiente da far s che la cosa venisse cantata in poesia.
Da dove veniva il grottesco? Soltanto due anni prima, quando ci eravamo trasferiti l, ero un piccolo tredicenne dalla pelle liscia che non sapeva pronunciare la r, pi che soddisfatto di fare il bagno e andare in bicicletta e giocare a pallone in quel posto nuovo, dove per il momento non mi braccava nessuno. Anzi, i primi giorni di scuola tutti volevano parlare con me, un allievo nuovo era quasi una rarit da quelle parti, tutti si chiedevano ovviamente chi fossi, cosa sapessi fare. Il pomeriggio o nei fine settimana capitava che delle ragazze venissero in bicicletta fin da Hamresanden per incontrarmi. Magari stavo giocando a pallone con Per, Trygve, Tom e William, e di colpo eccone spuntare due che pedalavano lungo la strada, dove stavano andando? La nostra casa era l'ultima, c'erano soltanto boschi, poi due fattorie, e poi ancora boschi, boschi e ancora boschi. Raggiunto il pendio, le due ragazze smontarono dalla bici e ci guardarono prima di sparire dietro gli alberi. Quando ridiscesero pedalando, si fermarono a osservarci.
Cosa vogliono? domand Trygve.
Sono venute per vedere Karl Ove, sentenzi Per.
Ma stai scherzando? disse Trygve. Non saranno mica venute in bicicletta da Hamresanden per questo. Sono dieci chilometri!
Se no perch avrebbero dovuto pedalare fin quass? Di sicuro non sono venute fin qua per vedere te, replic Per. Tu sei qui da sempre".
Restammo a guardarle mentre si facevano largo tra i cespugli. Una indossava una giacchetta rosa, l'altra una azzurra. I capelli folti.
Dai, disse Trygve. Giochiamo".
E continuammo a giocare su quella lingua di terra che spuntava dal fiume, dove il padre di Per e Tom aveva messo su due porte di legno, fatte da lui. Le ragazze si fermarono quando le canne arrivarono loro fino alla cintola, a un centinaio di metri da noi. Sapevo chi fossero, non erano particolarmente carine, cos le ignorai, e dopo esser rimaste tra i giunchi per una decina di minuti, simili a degli strani volatili, inforcarono le bici per tornarsene a casa. Un'altra volta, qualche settimana dopo, si presentarono tre ragazze mentre stavamo lavorando nel grosso magazzino della fabbrica di parquet. Dovevamo accatastare pezzetti di assi sui dei pallet, ogni strato andava separato con delle stecche, si trattava di un lavoro a cottimo, e quando imparai a depositarne una bracciata intera alla volta, in modo che i pezzi di legno si distendessero da soli, andandosi a incastrare l'uno sull'altro, cominciai a guadagnare qualcosa. Potevamo andare e venire come volevamo, spesso ci fermavamo di ritorno da scuola, preparavamo una catasta, andavamo a casa, mangiavamo, tornavamo e rimanevamo l il resto della serata. Eravamo cos avidi di soldi che avremmo potuto lavorare tutte le sere e tutti i fine settimana, ma spesso non c'era lavoro, o perch avevano gi riempito il magazzino o perch ci avevano pensato gli operai della fabbrica durante il loro orario. Il pap di Per stava in amministrazione, quindi era tramite lui o tramite William, il cui padre guidava il camion della ditta, che arrivava il messaggio liberatorio: c' lavoro. Fu durante una di quelle sere che le tre ragazze vennero da noi in magazzino. Anche loro abitavano a Hamresanden. Questa volta ero stato avvertito, si era diffusa la voce che una della settima fosse interessata a me, e adesso era l, molto pi schietta e disinvolta di quelle due che si erano nascoste nel canneto e avevano l'aspetto di due galline, perch Line, cos si chiamava, punt dritta verso di me e dopo aver appoggiato un braccio sull'intelaiatura che teneva insieme la catasta, si mise a masticare la gomma con aria sicura di s mentre osservava quello che stavo facendo. Le sue amiche si mantennero entrambe a una certa distanza. Quando ero venuto a sapere che le interessavo, avevo pensato di prendere la palla al balzo, perch anche se lei frequentava soltanto la settima, sua sorella faceva la fotomodella, e bench non fosse ancora al suo livello, anche Line prometteva bene. Era quello che tutti dicevano di lei, che prometteva bene, era quello che tutti esaltavano di lei: il suo potenziale. Era magra e aveva le gambe lunghe, era pallida, aveva gli zigomi alti e una bocca sproporzionatamente grande. Quel suo fisico longilineo, quel fare dinoccolato e quell'aspetto da vitello non mi convincevano. Per aveva dei bei fianchi. E anche dei begli occhi e una bella bocca. Un altro dettaglio che giocava a suo sfavore, era che non sapeva pronunciare la r, e poi aveva un'aria un po' stupida e ottusa. Era famosa per questo. Per allo stesso tempo godeva di grande popolarit nella sua classe, tutte le compagne volevano stare con lei.
Ciao, disse. Sono venuta a trovarti. Sei contento?
Vedo, risposi. Mi voltai, presi una bracciata di pezzetti di legno, li svuotai dentro l'intelaiatura del pallet, dove si depositarono con una serie di clic-clac, spinsi verso l'interno quelli che sporgevano, presi un nuovo carico.
Quanto guadagnate all'ora? chiese.
Lavoriamo a cottimo. Ci danno quattro corone per una pila doppia, quaranta per una quadrupla".
Ah".
Per e Trygve, che frequentavano la classe parallela alla sua, e che pi volte avevano espresso la loro antipatia per lei e la sua cerchia, stavano lavorando a qualche metro di distanza. Mi colp in quel momento il pensiero che assomigliassero a dei nani. Bassi, piegati in avanti, caparbi, indaffarati dentro quell'enorme magazzino, stracolmo di pallet fino al soffitto.
Ti piaccio? disse.
Se mi piaci, be'..., signorina Blom, esitai. Quando l'avevo vista entrare dal portone, avevo deciso che sarei andato fino in fondo, ma adesso, che era l davanti a me, e la strada era spianata, non me la sentii comunque di imboccarla, non ero in grado di compiere il passo necessario. In un modo che non riuscivo a capire, ma che percepivo perfettamente, lei era molto pi sofisticata di me. Okay, forse era un po' stupida, ma era sofisticata. Ed era proprio quell'essere sofisticati che non riuscivo a gestire.
Tu mi piaci, riprese. Ma sicuramente questo lo hai gi sentito dire".
Mi chinai in avanti per raddrizzare una delle stecche, inaspettatamente rosso in viso.
No, dissi.
Lei rimase in silenzio per un po', appoggiata all'intelaiatura e masticando la gomma. In piedi vicino alla catasta di assi, le sue amiche sembravano impazienti. Alla fine si raddrizz.
Okay, esclam prima di girarsi e andarsene.
Che mi fossi bruciato quell'occasione non era in fondo un problema, il peggio era il modo in cui era successo, il fatto che io non fossi stato capace di percorrere l'ultimo tratto, di superare l'ultimo ponte. E quando l'interesse suscitato dalla novit del mio arrivo scem, non ebbi pi nulla gratis. Al contrario, i vecchi giudizi che mi riguardavano riaffiorarono lentamente. Intuivo che fossero nei paraggi, ne sentivo l'eco, anche se non esisteva nessun contatto tra i due posti dove avevo abitato. Fin dal primo giorno di scuola avevo puntato l'occhio su una ragazza, si chiamava Inger, aveva gli occhi sottili, belli, una carnagione ambrata e luminosa, un nasino piccolo e infantile che spezzava i tratti del suo viso, per il resto allungati e morbidi, e che emanava distacco, a parte quando sorrideva. Aveva un sorriso dolce e liberatorio che ammiravo e trovavo infinitamente attraente, perch non includeva n me n gente come me, ma apparteneva all'aspetto pi intimo del suo essere, a cui avevano accesso soltanto lei e i suoi amici, e perch il suo labbro superiore si ripiegava leggermente per via di questo sorriso. Frequentava una classe in meno e nell'arco dei due anni che fui allievo di quella scuola non scambiai mai una parola con lei. Invece mi misi con sua cugina, Susanne. Era nella classe parallela alla mia e abitava in una casa dall'altra parte del fiume. Il suo naso era appuntito, la bocca piccola e gli incisivi che ricordavano quelli di una lepre, ma il seno era bello e formoso, i fianchi abbastanza larghi e gli occhi avevano sempre un'aria di sfida, come se sapessero in ogni momento quello che volevano. Spesso si trattava di misurarsi con gli altri. Mentre Inger, in tutta la sua irraggiungibilit, era piena di segreti e di mistero, e la cui forza di attrazione consisteva quasi esclusivamente in ci che non sapevo, ma che soltanto intuivo o immaginavo di lei, Susanne era invece pi una mia pari, una pi simile a me. Nei suoi confronti avevo meno da perdere, meno da temere, ma anche meno da vincere. Io avevo quattordici anni, lei quindici, e nell'arco di pochi giorni trovammo una sorta di affiatamento, come  possibile fare a quell'et. Poco dopo Jan Vidar si mise con la sua amica Margrethe. Le nostre relazioni si trovavano a met tra il mondo dell'infanzia e quello dell'adolescenza e i confini tra i due erano labili. La mattina condividevamo lo stesso sedile sull'autobus, poi sedevamo accanto quando tutta la scuola si riuniva il venerd mattina, andavamo in bicicletta per prendere parte ai preparativi in vista della cresima, che si tenevano in chiesa una volta alla settimana, e dopo stavamo insieme, a un incrocio o nel parcheggio davanti al negozio, tutte situazioni in cui le differenze esistenti tra noi venivamo quasi cancellate e Susanne e Margrethe erano come una specie di amiche. Ma nei fine settimana era diverso, allora potevamo andare al cinema in citt, sederci da qualche parte a mangiare una pizza e bere una coca mentre guardavamo avvinghiati la tv o ascoltavamo musica. In quei momenti quello a cui tutti noi pensavamo era molto pi vicino. Quello che soltanto qualche settimana prima ci era sembrato un grande passo, il bacio, di cui io e Jan Vidar avevamo parlato a lungo, discutendo sul modo di procedere, sui dettagli pratici, su quale lato era meglio sedersi, su cosa avremmo dovuto dire per dare corso al processo che sarebbe sfociato in un bacio, o se forse sarebbe stato meglio farlo e basta senza dire niente. Ora che quella meta era stata raggiunta da un pezzo, era ormai diventata quasi un gesto meccanico: dopo aver mangiato la pizza o le lasagne, le ragazze venivano a sedersi in braccio a noi e iniziavamo a pomiciare. A volte ci sdraiavamo addirittura sul divano, una coppia su ogni lato, se eravamo certi che non sarebbe arrivato nessuno. Un venerd sera Susanne era a casa da sola. Nel pomeriggio Jan Vidar era venuto da me in bicicletta, poi costeggiando il fiume avevamo proseguito a piedi, attraversato lo stretto ponticello pedonale, avevamo raggiunto la casa dove abitava e dove ci stavano aspettando. I suoi genitori avevano fatto la pizza, la mangiammo. Susanne venne a sedersi sulle mie ginocchia, Margrethe su quelle di Jan Vidar, dallo stereo giungevano le note dei Dire Straits, Telegraph Road, mentre io limonavo con Susanne e Jan Vidar con Margrethe, in quella che l in soggiorno parve un'eternit. Ti amo, Karl Ove, mi sussurr dopo un po' in un orecchio. Andiamo in camera mia? Annuii e ci alzammo tenendoci per mano.
Ci ritiriamo nella mia stanza, disse agli altri due. Cos potete stare qui tranquilli".
Alzarono gli occhi verso di noi e annuirono. Poi ripresero a baciarsi. I capelli lunghi e neri di Margrethe coprivano quasi interamente il volto di Jan Vidar. Le lingue roteavano senza sosta nelle bocche. Lui le accarezzava la schiena, per il resto era immobile. Susanne mi sorrise e dopo avermi stretto pi forte la mano mi condusse lungo il corridoio e dentro la sua camera. Era buia e pi fredda. C'ero gi stato e mi piaceva rimanere da lei, anche se tutte le volte in casa c'erano anche i suoi genitori e in pratica non combinavamo niente di pi di quello che facevamo io e Vidar, cio parlare, spostarci in soggiorno a guardare la tv con i genitori, mangiare un panino in cucina, fare lunghe passeggiate lungo il fiume. Ma adesso non eravamo seduti nella stanza buia e puzzolente di sudore di Jan Vidar, con i suoi amplificatori e il suo stereo, la sua chitarra e i suoi dischi, le sue riviste specializzate di chitarre e i suoi fumetti, quella era la camera luminosa e profumata di Susanne, con la sua tappezzeria bianca a fiori alle pareti, la sua trapunta ricamata sul letto, la sua mensola bianca con i soprammobili e i libri, il suo armadio bianco con i suoi indumenti, accuratamente piegati e appesi. Quando vedevo uno dei suoi jeans, o dentro l'armadio o appoggiati sulla spalliera della sedia l accanto, deglutivo al pensiero che si sarebbe infilata quei pantaloni, li avrebbe fatti scivolare sulle cosce, sui fianchi, avrebbe tirato su la cerniera e li avrebbe abbottonati. La sua camera era piena di simili promesse, che a malapena riuscivo a formulare a me stesso, si trattava pi che altro delle ondate di sensazioni che si levavano dentro di me. C'erano anche altri motivi per cui mi piaceva stare l. I suoi genitori, per esempio, erano sempre gentili e c'era qualcosa nel modo di comportarsi di quella famiglia che mi faceva capire che si fidavano di me. Io ero una persona che faceva parte della vita di Susanne, uno di cui lei parlava ai suoi genitori e alla sua sorella pi piccola.
And a chiudere la finestra. Fuori c'era la nebbia, persino le luci della casa vicina erano state inghiottite da tutto quel grigio. Sulla strada sottostante passarono alcune macchine, si sentivano rimbombare gli impianti stereo. Poi si fece nuovamente silenzio.
Buongiorno, dissi.
Sorrise.
Buongiorno, rispose prima di sedersi sul bordo del letto. Non mi aspettavo niente, solo che ci saremmo potuti sdraiare, invece che starcene seduti l'una sull'altro. Una volta le avevo infilato la mano sotto la giacca a vento e gliela avevo appoggiata su un seno, ma lei aveva detto di no e io l'avevo tolta. Il suo no non era stato pronunciato in modo tagliente n a mo' di rimprovero, ma come una constatazione, come se si appellasse a una legge superiore. Pomiciavamo, era quello che succedeva, e bench fossi sempre pronto a farlo quando ci vedevamo, provavo subito un senso di saziet. Dopo un po' avvertivo quasi una sensazione di nausea, perch in quello sbaciucchiarsi c'era qualcosa di cieco e incompleto, tutto in me anelava una via di uscita, che sapevo esistere, ma che non si poteva percorrere. Avrei voluto andare avanti, spingermi oltre, invece ero costretto a rimanere l in quella valle fatta di lingue che roteavano e di capelli che mi cadevano incessantemente sul viso.
Mi sedetti accanto a lei. Mi sorrise. La baciai, chiuse gli occhi e si distese sul letto. Strisciai su di lei, sentivo il suo corpo morbido sotto il mio, emise un gemito, forse la stavo schiacciando? Mi misi di fianco a lei, con la gamba sulle sue. L'accarezzai sulla spalla e lungo il braccio. Quando la mia mano raggiunse le sue dita, me la strinse forte. Sollevai la testa e aprii gli occhi. Mi stava guardando. Il suo volto, bianco in quella penombra, era serio. Mi chinai in avanti e la baciai sul collo. Non l'avevo mai fatto prima. Appoggiai la testa sul suo seno. Mi accarezz i capelli. Sentivo il battito del suo cuore. Le passai la mano sui fianchi. Si contorse leggermente. Le sollevai il maglione e le appoggiai il palmo sulla pancia. Mi chinai in avanti e gliela baciai. Lei afferr l'orlo del maglione e lo alz lentamente. Non credevo ai miei occhi. L, davanti a me, c'erano i suoi seni nudi. In soggiorno misero di nuovo Telegraph Road. Non esitai ad attaccarci la bocca. Primo uno, poi l'altro. Ci strofinai sopra le guance, li leccai, li succhiai, alla fine ci appoggiai sopra le mani e la baciai, perch per qualche secondo mi ero completamente scordato di lei. I miei sogni e le mie aspettative non si erano mai spinti oltre quel punto, e adesso ero l, ma dopo dieci minuti sopraggiunse in me lo stesso senso di saziet, di colpo neppure quello era pi sufficiente, indipendentemente da quanto fosse bello, volevo spingermi oltre, non importava dove, e feci un tentativo, cominciai ad armeggiare con il bottone dei suoi pantaloni. Si slacci, lei non disse niente, rimase sdraiata come prima con gli occhi chiusi, il maglione alzato fin sotto il mento. Abbassai la cerniera. Sotto apparvero le mutandine bianche. Deglutii rumorosamente. Le afferrai i pantaloni all'altezza dei fianchi e cominciai a sfilarglieli. Non disse niente. Si dimen leggermente in modo da facilitarmi il compito. Quando furono scesi all'altezza del ginocchio, le misi una mano sugli slip. Sentii la peluria morbida sotto la stoffa. Karl Ove, disse. Mi sdraiai nuovamente su di lei, ci baciammo e mentre ci baciavamo, le abbassai le mutandine, non molto, ma abbastanza da infilarci un dito, lo feci scivolare lungo i peli, e nell'attimo stesso in cui avvertii sul polpastrello quell'umido e liscio, fu come se qualcosa dentro di me si squarciasse. Una specie di dolore lancinante mi esplose nell'addome, poi il bassoventre fu come preso da crampi. Un secondo dopo tutto mi sembr estraneo. Nel giro di un istante i suoi seni e le sue cosce nudi persero di significato. Ma vidi che per lei non era cos, era sdraiata come prima, con gli occhi chiusi, la bocca dischiusa, il respiro pesante, si trovava ancora nello stato in cui io mi ero trovato un attimo fa, ma adesso non pi.
Cosa c'? disse.
Niente, risposi. Forse sarebbe meglio tornare dagli altri?
No. Aspettiamo ancora un po'".
S".
Cos continuammo. Pomiciammo, ma questo non risvegli in me nessuna reazione, sarebbe stato lo stesso tagliare una fetta di pane, le baciai i seni, niente, tutto era stranamente neutro, i capezzoli erano capezzoli, la pelle pelle, l'ombelico ombelico, ma poi, con mio grande stupore e gioia, tutto in lei torn di colpo a essere come prima, e di nuovo l'unica cosa che bramavo era starmene l sdraiato e baciare tutto quello che mi capitava a tiro.
Fu allora che qualcuno buss alla porta.
Ci tirammo su a sedere, contorcendosi lei si sistem su i pantaloni e abbass il maglione.
Era Jan Vidar.
Venite? disse.
S, rispose Susanne. Adesso arriviamo. Ancora un attimo".
Sono le dieci e mezzo, spieg. Preferirei andarmene prima che tornino i tuoi".
Mentre Jan Vidar infilava i suoi dischi nelle copertine e li riponeva in un sacchetto di plastica, incrociai lo sguardo di Susanne e le sorrisi. Quando, indossati i giacconi e le scarpe, ci trovammo nell'ingresso pronti ad accomiatarci e stavamo per baciarle, lei mi fece l'occhiolino.
Ci vediamo domani! disse.
Fuori piovigginava. La luce dei lampioni sotto cui passavamo sembrava combinarsi a ogni minuscola particella d'acqua formando dei grandi cerchi simili ad aureole.
Allora? gli chiesi. Come  andata?
Come al solito, disse Jan Vidar. Siamo rimasti l tutto il tempo a limonare. Non so se ho voglia di stare con lei ancora a lungo".
No, intervenni. Non si pu certo dire che tu sia innamorato".
E tu lo sei?
Mi strinsi nelle spalle.
Forse no".
Arrivati sulla via principale, cominciammo a percorrerla risalendo la valle. Su un lato c'era una fattoria, la terra inzuppata d'acqua, che a ridosso del ciglio della strada scintillava sotto la luce, scompariva in lontananza inghiottita dall'oscurit, per poi riapparire vicino alla rimessa agricola illuminata. Sull'altro lato, gi verso il fiume, c'erano un paio di vecchie case con il giardino.
E a te come  andata? domand Jan Vidar.
Piuttosto bene. Si  tolta il maglione".
Cosa? Ma sul serio?
Annuii.
Mi stai prendendo per il culo, brutto stronzo! Non  vero che l'ha fatto".
S invece".
Susanne?
S".
E tu che cosa hai fatto?
Le ho baciato le tette. Ovvio".
Brutto stronzo. Non  vero".
S".
Non avevo cuore di raccontargli che si era tolta anche le mutandine. Se lui avesse combinato qualcosa con Margrethe, glielo avrei detto, ma visto che non era successo, non volevo pavoneggiarmi troppo. E poi non mi avrebbe mai creduto. Mai.
Io stesso riuscivo a crederci a stento.
E com'erano? chiese.
Cosa?
Le tette, no!
Belle. Abbastanza grosse, e sode. Molto sode. Stavano su da sole anche quando era sdraiata".
Brutto stronzo. Non  vero".
S, cazzo".
Merda".
Poi rimanemmo in silenzio per un po'. Attraversammo il ponte sospeso sul fiume, che, lucido e nero, scorreva gonfio e silenzioso, poi proseguimmo per il campo di fragole fino a raggiungere la strada asfaltata, che dopo una brusca curva saliva costeggiando un dirupo dove gli abeti pendevano neri verso l'esterno, e dopo un paio di tornanti sulla cima si snodava davanti a casa nostra. Tutto era buio, pesante e bagnato, a eccezione della consapevolezza di quanto era successo, che squarciando di netto i miei pensieri li portava alla luce sollevandoli come bollicine. Jan Vidar era soddisfatto della mia spiegazione, invece io bruciavo dalla voglia di dirgli che i seni non erano tutto, che era successo altro, ma non appena vidi la sua espressione immusonita, lasciai stare. In fondo andava bene anche cos, lasciare che rimanesse un segreto tra me e Susanne. Al contempo ero preoccupato per quella specie di crampi. Non avevo quasi peli sull'uccello, solo un paio, lunghi e neri, per il resto si trattava per lo pi di peluria, e una delle cose che temevo era che potesse giungere alle orecchie delle ragazze, e soprattutto di Susanne. Sapevo di non poter andare a letto con nessuna prima che mi fossero spuntati tutti i peli, quindi interpretai quelle contrazioni come una sorta di finta eiaculazione, come se mi fossi spinto troppo oltre rispetto a ci che il mio pene mi permettesse veramente di fare. Ecco perch avevo sentito cos male. Doveva essersi trattata di una forma di eiaculazione asciutta. Per quanto ne sapessi, poteva essere pericolosa. D'altro canto le mutande erano bagnate. Poteva essere piscio, ma anche sperma. Forse addirittura sangue? Considerai le ultime due ipotesi come improbabili, in fondo non ero ancora sessualmente maturo e non avevo mai avvertito dolori all'addome prima di quella volta. Comunque avevo sentito male e la cosa mi inquietava.
Jan Vidar aveva parcheggiato la bicicletta davanti al garage, restammo un po' l a parlare, poi se ne and e io entrai in casa. Quel fine settimana c'era anche Yngve, era seduto in cucina con la mamma, vidi dalla finestra. Pap doveva essere nell'appartamento nel fienile. Dopo essermi tolto il giaccone e le scarpe, andai in bagno, chiusi la porta a chiave, mi abbassai i pantaloni fino al ginocchio, sollevai l'elastico delle mutande e infilai l'indice, che premetti sulla stoffa umida. Era appiccicosa. Alzai il dito davanti a me e lo sfregai sul pollice. Lucido e appiccicoso. Aveva l'odore del mare.
Mare?
Doveva essere sperma, no?
Certo che era sperma.
Avevo raggiunto la maturit sessuale.
Al colmo della gioia andai in cucina.
Vuoi un po' di pizza? Te ne abbiamo lasciata qualche fetta, disse la mamma.
No, grazie. Abbiamo mangiato fuori".
Ti sei divertito?
Oh, s, risposi senza riuscire a trattenere un sorriso.
Ha le guance tutte rosse, comment Yngve. Di felicit, immagino, vero?
Potresti invitarla qui qualche volta, disse la mamma.
Lo far, risposi continuando a sorridere.
La storia con Susanne fin due settimane dopo. Molto tempo prima mi ero messo d'accordo con il mio miglior amico di Tromsya, Lars, che ci saremmo scambiati le foto delle ragazze pi belle di l con quelle delle ragazze pi belle di qui. Non chiedetemi perch. Me ne ero completamente dimenticato quando un pomeriggio ricevetti una busta con delle foto. Le foto tessera di Lene, Beate, Ellen, Siv, Bente, Marianne, Anne Lisbet o come diavolo si chiamavano tutte quante. Erano le ragazze pi belle di Tromsya. Adesso toccava a me procurami quelle delle pi belle di Tveit. Per qualche giorno conferii regolarmente con Jan Vidar sulla questione, buttammo gi una lista e ora si trattava di trovare le foto. Ad alcune di loro potevo chiedere direttamente, per esempio a Susann, l'amica della sorella di Jan Vidar, che era troppo grande per dovermi preoccupare di quello che avrebbe pensato, per altre potevo fare in modo che Jan Vidar domandasse alle amiche di procurarmele. Io avevo le mani legate perch chiedere una foto equivaleva a dire che ero interessato a loro, e visto che ero insieme a Susanne, un tale interesse sarebbe risultato abbastanza fuori luogo e avrebbe potuto scatenare voci in giro. Per esistevano altri modi. Per, per esempio, aveva magari qualche foto di Kristin, visto che era in classe con lui? Ce l'aveva, cos ricorrendo a quella tattica riuscii a racimolare sei foto. Erano pi che sufficienti, ma mancava la punta di diamante, la pi bella di tutte, Inger, quella che mi sarebbe piaciuto tanto mostrare a Lars. E Inger era la cugina di Susanne...
Un pomeriggio presi la bicicletta dal garage e andai a casa di Susanne. Non eravamo rimasti d'accordo di vederci e lei sembr contenta quando scese ad aprirmi. Salutai i suoi genitori, andammo nella sua stanza e dopo esserci seduti, discutemmo per un po' su cosa fare, senza arrivare a nessuna conclusione, parlammo della scuola e degli insegnanti prima che io, come per caso, le spiegassi il motivo della mia visita. Aveva una foto di Inger da darmi?
L seduta sul letto, si irrigid mentre mi guardava confusa.
Di Inger? disse alla fine. Che cosa ci devi fare?
Non avevo pensato che la mia richiesta avrebbe potuto creare problemi. In fondo stavo con Susanne e il fatto che io lo avessi domandato direttamente a lei non poteva essere interpretato in altro modo se non come una dimostrazione che le mie intenzioni erano oneste.
Non posso dirtelo, risposi.
Ed era vero. Se le avessi spiegato che avrei mandato le foto delle pi belle ragazze di Tveit a un mio amico di Tromya, lei si sarebbe aspettata di essere una di loro. Ma non lo era, e questo non potevo dirglielo.
Non ti do nessuna foto di Inger se prima non mi dici che cosa ne vuoi fare, ribatt.
Ma non posso, insistetti. Non puoi darmela e basta? Non  per me, se  quello che credi".
E allora per chi?
Non te lo posso dire".
Si alz in piedi. Capii che era furiosa. Tutti i suoi movimenti erano contratti, come tarpati, come se non avesse pi intenzione di concedermi la gioia di vederli manifestarsi liberamente, e quindi di prender parte alla loro esuberanza.
Sei innamorato di Inger, vero?
Non risposi.
Karl Ove! Lo sei? L'ho sentito dire da parecchia gente".
Dimentica la foto, dissi. Lasciamo stare".
Allora lo sei?
No, risposi. Lo ero forse all'inizio, quando mi sono trasferito qui, ma adesso non pi".
E allora a che cosa ti serve la foto?
Non te lo posso dire".
Scoppi a piangere.
Lo sei, riprese. Sei innamorato di Inger. Lo so. Lo so".
Di colpo mi venne in mente che se lo sapeva Susanne, forse ne era a conoscenza anche Inger?
Dentro di me avvenne una specie di folgorazione. Se lo sapeva, questo voleva dire che non sarebbe stato cos difficile cercare di avvicinarla. Per esempio avrei potuto andare da lei durante una festa della scuola e invitarla a ballare, e lei avrebbe capito il nesso, avrebbe saputo che non era soltanto una tra le tante. Magari si sarebbe persino interessata a me?
Singhiozzando Susanne si diresse verso il secretaire che si trovava sull'altro lato della stanza, e apr un cassetto.
Eccoti la tua foto. Prendila. Non voglio mai pi vederti qui".
Coprendosi il viso con una mano, mi porse la foto di Inger con l'altra. Le spalle erano scosse da sussulti.
Non  per me, ripetei. Te lo giuro. Non la terr io".
Brutto stronzo. Vattene!
Presi la foto.
Allora non siamo pi insieme? dissi.
Erano trascorsi due anni da quell'ultimo dell'anno ventoso e gelido, quando sdraiato sul letto a leggere attendevo che avessero inizio i festeggiamenti della sera. Susanne si era messa insieme a un altro soltanto qualche mese dopo. Si chiamava Terje, era piccolo, grassottello, aveva la permanente e un paio di baffi ridicoli. Che lei gli avesse permesso di prendere il mio posto mi risultava incomprensibile. Certo, aveva diciotto anni e per di pi una macchina, con cui scorrazzavano la sera e durante i fine settimana, ma comunque: lui anzich me? Un tappetto cicciottello e con i baffi? Peggio per lei, se era quello che voleva! Era ci che avevo pensato e che continuavo a fare mentre me ne stavo l sdraiato. Ma adesso non ero pi un bambino, avevo sedici anni, non frequentavo pi la scuola media di Ve, ma il liceo, la Katedralskole di Kristiansand.
Dall'esterno giunse il cigolio stridulo, come arrugginito, del portone del garage che veniva aperto. Il tonfo sordo quando si spalanc del tutto, la macchina che venne messa in moto subito dopo, con il motore che gir per un po' a vuoto. Mi affacciai alla finestra, dove rimasi finch vidi le luci posteriori rosse sparire dietro la curva. Poi scesi in cucina, misi il bollitore sul fornello, presi dal frigorifero gli affettati tipici di Natale, prosciutto cotto al forno, carne di maiale speziata in gelatina, soppressa di agnello, e il pat di fegato, tagliai alcune fette di pane, andai a prendere il giornale in soggiorno, lo distesi sul tavolo e mi sedetti a leggere mentre mangiavo. Fuori era buio pesto. Con la tovaglia rossa e le piccole candele accese sul davanzale della finestra, l'atmosfera era accogliente. Quando l'acqua boll, sciacquai la teiera nell'acqua calda, ci misi due pizzichi di t e ci versai sopra l'acqua bollente mentre gridavo:
Mamma, vuoi il t?
Nessuna risposta.
Mi risiedetti e continui a mangiare. Dopo un po' presi la teiera e versai il t. Marrone scuro, quasi come il colore del legno, il liquido saliva lungo le pareti bianche della tazza. Un paio di foglioline rimasero a galla vorticando, le altre si depositarono sul fondo come un piccolo tappeto nero. Aggiunsi del latte, tre cucchiaini di zucchero, girai, aspettai che le foglie si fossero nuovamente posate sul fondo e bevvi.
Mmm.
Gi in strada uno spazzaneve si trascinava lentamente con i lampeggianti accesi. Poi la porta di casa si apr. Sentii il rumore delle scarpe che venivano sbattute davanti alla soglia, e mi girai appena in tempo per vedere la mamma, con indosso il montone troppo grande di pap, entrare con le braccia cariche di legna.
Perch metteva i suoi vestiti? Non era da lei.
And in soggiorno senza guardare nella mia direzione. Aveva la neve tra i capelli e sul bavero del giaccone. Il tonfo dei ciocchi nel cesto della legna.
Vuoi un po' di t? le chiesi mentre stava tornando indietro.
S, grazie, volentieri. Mi tolgo solo la giacca".
Mi alzai per andare a prenderle una tazza, che appoggiai dall'altra parte del tavolo, poi la riempii.
Dove sei stata? le domandai quando si sedette.
Solo fuori a prendere la legna, rispose.
S, ma prima?  da un bel po' che sono qui. Non ci vogliono mica venti minuti per andare a prenderla, no?
Ah. Ho cambiato una delle lampadine dell'albero di Natale. Adesso tutte le luci degli addobbi funzionano".
Mi girai e guardai attraverso la finestra dell'altra stanza. L'abete scintillava nel buio in fondo al terreno.
Ti posso aiutare a far qualcosa? dissi.
No, adesso  tutto pronto. Devo soltanto stirare una camicetta. E poi nient'altro fino al momento di preparare da mangiare. Ma a questo ci pensa pap".
Gi che ci sei, potresti stirarmi la camicia?
Annu.
Appoggiala pure sull'asse da stiro".
Dopo aver mangiato, salii in camera, accesi l'amplificatore, collegai la chitarra e mi misi a suonare. Adoravo l'odore che emanava l'amplificatore quando diventava caldo, avrei potuto suonare soltanto per quel motivo. Adoravo anche tutte le piccole cose che servivano per suonare la chitarra, il fuzzbox e il pedale chorus, i cavi e i jack, i plettri e i pacchetti di corde, il bottleneck, il capotasto, la custodia della chitarra con l'interno foderato e tutte quelle piccole tasche. Adoravo le marche, Gibson, Fender, Hagstrm, Rickenbacker, Marshall, Music Man, Vox, Roland. Insieme a Jan Vidar andavo nei negozi di musica a guardare le chitarre con aria da intenditore. Per la mia, una copia a buon mercato di una Strocaster, che mi ero comprato per la cresima, avevo ordinato dei pick-up nuovi, a quanto pareva state of the art, e un nuovo battipenna da uno dei cataloghi di vendita per corrispondenza di Jan Vidar. Fin qui tutto bene. Per quanto invece riguardava il suonare, le cose andavano peggio. Bench mi applicassi con costanza e determinazione da un anno e mezzo, i miei progressi erano minimi. Conoscevo tutti gli accordi e mi ero esercitato all'infinito con scale diverse, ma non riuscivo mai a staccarmene, non riuscivo mai a suonare, non c'era nessuna connessione tra i miei pensieri e le dita, come se queste non avessero nessuna relazione con me, ma soltanto con le scale, come se sapessero soltanto eseguirle salendo e scendendo, ma quello che usciva dall'amplificatore non aveva niente a che spartire con la musica. Potevo anche impiegare un'intera giornata, magari due, per imparare a riprodurre ogni singola nota di un assolo, alla fine lo sapevo eseguire, ma niente di pi, tutto cessava l. Anche per Jan Vidar era lo stesso. Per lui era pi ambizioso di me, si esercitava tantissimo, c'erano periodi in cui non faceva quasi altro che suonare, ma anche dal suo amplificatore uscivano soltanto scale e copie degli assoli di altri. Si limava le unghie in modo da suonare meglio, si lasci crescere quella del pollice destro in modo da usarla come plettro, compr una specie di attrezzo per allenare le dita, che stringeva in continuazione per irrobustirle, ricostru tutta la chitarra, modificandola completamente, e insieme al padre, che lavorava come ingegnere elettronico a Kjevik, si mise a sperimentare con una specie di sintetizzatore per chitarra fatto in casa. Quando andavo da lui, spesso me la portavo dietro, tenevo la custodia penzolante in una mano mentre con l'altra stringevo il manubrio, e anche se quello che suonavamo nella sua stanza non era un granch, era comunque una bella sensazione, perch mi sentivo un musicista perlomeno quando andavo in giro con la custodia della chitarra, faceva davvero scena, e se anche non avevamo ancora raggiunto quello che volevamo, forse tutto sarebbe cambiato con il tempo. Il futuro, quello non lo conoscevamo, e quanto esercizio ci sarebbe voluto prima che tutto si sbloccasse, non lo poteva sapere nessuno. Un mese? Sei? Un anno? Nel frattempo noi suonavamo. Eravamo anche riusciti a mettere in piedi una specie di band: un tal Jan Henrik che faceva la settima strimpellava la chitarra, e bench calzasse mocassini da barca, indossasse abiti firmati e si mettesse il gel, gli chiedemmo se voleva suonare il basso con noi. Voleva e io, che ero il chitarrista pi scarso, dovetti passare alla batteria. L'estate in cui avremmo iniziato la nona classe, il padre di Jan Vidar ci port a Evje, dove andammo a ritirare una batteria che costava poco e che avevamo comprato tutti insieme dividendo la spesa. Adesso eravamo pronti a partire. Parlammo con il direttore della scuola, che ci permise di utilizzare gratuitamente uno dei locali, e una volta alla settimana montavamo la batteria e gli altoparlanti e attaccavamo a suonare.
Quando mi ero trasferito l l'anno prima, ascoltavo band come The Clash, The Police, The Specials, Teardrop Explodes, The Cure, Joy Division, New Order, Echo and the Bunnymen, The Chameleons, Simple Minds, Ultravox, The Aller Vrste, The B52's, PiL, David Bowie, The Psychedelic Fur, Iggy Pop, Velvet Underground, tutti gruppi che mi aveva fatto conoscere Yngve, che non soltanto spendeva tutti i suoi soldi in musica, ma suonava pure la chitarra, con un sound tutto suo e uno stile particolare, e scriveva i propri pezzi. A Tveit non c'era nessuno che avesse mai sentito nominare quelle band. Jan Vidar sentiva per esempio gruppi come Deep Purple, Rainbow, Gillian, Whitesnake, Black Sabbath, Ozzy Osbourne, Def Leppard, Judas Priest. Fare incontrare questi mondi era impossibile e dal momento che l'interesse per la musica era quello che ci accomunava, uno di noi dovette cedere. Tocc a me. Non comprai mai i dischi di nessuno di quei gruppi, ma li ascoltavo quando ero da Jan Vidar e mi lasciavo coinvolgere dalle loro atmosfere, mentre le mie band, che ai quei tempi erano cos estremamente importanti per me, le ascoltavo quando ero solo. Poi c'erano quelle di compromesso, che piacevano a tutti e due, prima di tutto i Led Zeppelin, ma anche i Dire Straits, soprattutto per i loro virtuosismi alla chitarra, che interessavano particolarmente a Jan Vidar. Ci di cui discutevamo di pi era il feeling in contrapposizione alla tecnica. Jan Vidar era capace di comprarsi i dischi dei Lava solo perch erano dei bravi musicisti, e non disdegnava neppure i Toto, che in quel periodo andavano per la maggiore con due hit in classifica, mentre io disprezzavo con tutto me stesso la pura tecnica, si opponeva a tutto quello che avevo imparato leggendo le riviste musicali di mio fratello, dove la bravura fine a se stessa era il nemico, mentre la genuinit individuale, l'energico e il vigoroso rappresentavano l'ideale. Eppure per quanto ne parlassimo e indipendentemente dalle ore passate nei negozi di musica e sui cataloghi di vendita per corrispondenza, non riuscivamo a dare una svolta al gruppo, eravamo e rimanevamo sempre e comunque scarsi. Almeno avessimo avuto l'intelligenza di compensare la nostra mediocrit componendo pezzi nostri, ma no, suonavamo soprattutto le cover pi trite e insulse di tutte, Smoke on the Water dei Deep Purple, Paranoid dei Black Sabbath, Black Magic Woman di Santana, oltre a So Lonely dei The Police, che era riuscita a entrare nel nostro repertorio soltanto perch Yngve mi aveva insegnato gli accordi.
Eravamo una frana, un vero strazio, non c'era uno straccio di possibilit che saremmo mai riusciti a combinare qualcosa, non eravamo neanche in grado di esibirci a una festa organizzata dalla scuola, ma anche se le cose stavano cos, noi lo vivevamo in modo diverso. Anzi, era proprio questo che dava alla vita il senso che volevamo. Non era la mia musica, ma quella di Jan Vidar che cozzava con tutto ci in cui credevo, eppure era in essa in cui riponevo le mie speranze. L'intro di Smoke on the Water, l'incarnazione stessa della stupidit, l'antitesi per eccellenza del cool, era quella sui cui mi esercitavo alla scuola media di Ve nel 1983: prima il riff di chitarra, poi i piatti, cisc-cisc, cisc-cisc, cisc-cisc, cisc-cisc, poi la grancassa, pum pum pum, poi il rullante, tic tic tic, e poi quello stupido giro di basso, durante il quale spesso ci guardavamo sorridendo mentre ondeggiavamo la testa e battevamo il ritmo con il piede nel momento in cui cominciava il pezzo, eseguito in modo completamente asincrono. Non avevamo un cantante. Ma quando Jan Vidar cominci la scuola professionale, sent parlare di un batterista di Hnes, che frequentava soltanto l'ottava, ma che era pi che sufficiente per noi, a noi andava bene tutto, e che per di pi aveva accesso a una sala prove dalle sue parti, con tanto di batteria e sistema PA e tutto il resto, e quindi adesso la formazione era la seguente: io, studente al primo anno di liceo, che sognava una vita nel mondo della musica indie, ma che non aveva orecchio musicale, suonavo la chitarra ritmica, Jan Vidar, allievo della scuola per pasticceri, che si esercitava abbastanza da poter diventare un Yngwie Malmsteen, un Eddie Van Halen e un Ritchie Blackmore, ma che non era capace di staccarsi dagli esercizi per le dita, suonava la chitarra solista, Jan Henrik, con cui preferivamo non avere niente a che fare al di fuori della band, suonava il basso, e yvind, un ragazzone robusto e contento di Hnes, completamente privo di ambizioni, suonava la batteria. Smoke on the Water, Paranoid, Black Magic Woman, So Lonely e con il tempo anche Zyggy Stardust e Hang on to Yourself del Bowie prima maniera, perch anche in questo caso Ygve mi aveva insegnato gli accordi. Niente testo, soltanto la parte strumentale. Tutti i fine settimana. Le custodie della chitarra sull'autobus, lunghe conversazioni sulla musica e sugli strumenti in spiaggia, sulle panchine davanti al negozio, nella stanza di Jan Vidar, alla caffetteria dell'aeroporto, gi in citt, dopo ogni registrazione delle prove che riascoltavamo con grande attenzione, nel nostro tentativo, vano e condannato al fallimento, di portare la band a quel livello a cui ci trovavamo nelle nostre teste.
Una volta mi ero portato a scuola una cassetta con le registrazioni delle prove. Nell'intervallo mi ero messo ad ascoltare i nostri pezzi con le cuffie mentre pensavo a chi avrei potuto farli sentire. Bassen aveva i miei stessi gusti musicali, quindi non andava bene, perch qui si trattava di qualcos'altro, che non avrebbe capito. Hanne, forse? In fondo lei cantava e mi piaceva moltissimo. Ma voleva dire correre un rischio troppo grande. Sapeva che suonavo in un gruppo, una cosa bella, quasi sublime, ma che forse sarebbe tornata a essere molto terrena se avesse ascoltato quello che suonavamo in realt. Pl? S, lui s. Anche Pl suonava in una band, i Vampire, rock duro suonato a raffica, che si ispirava ai Metallica. Pl, che di solito era timido, di animo sensibile e delicato al limite del femmineo, ma che indossava sempre abiti di pelle nera, suonava il basso e sul palco urlava come se fosse il diavolo in persona, avrebbe capito che cosa stavamo facendo. Nell'intervallo successivo andai da lui dicendogli che nel fine settimana avevamo registrato dei pezzi, voleva ascoltarli e dirmi cosa ne pensava? Ma certo. Si mise le cuffie e premette play mentre io gli scrutavo ansioso il viso. Sorrise e mi guard con espressione interrogativa. Dopo qualche minuto scoppi a ridere mentre si toglieva le cuffie.
Ma questo non  un bel niente, Karl Ove, mi disse. Un nulla assoluto. Perch vieni a rompermi le scatole, perch dovrei sentire questa roba? Mi stai prendendo per il culo?
Niente? Come niente?
Ma non sapete suonare. Oltretutto non cantate neppure. Questo  nulla di nulla!
Spalanc le braccia.
Be', sicuramente si potrebbe migliorare, dissi.
Ma piantala, sbott.
Cosa credi, che invece il tuo gruppo sia tanto meglio? pensai, ma senza dirlo.
S, s, commentai invece. Comunque, grazie lo stesso".
Rise nuovamente mentre mi guardava stupito. Pl era un mistero per chiunque, perch tutto quel suo speed-metal e quell'aria da tamarro che aveva, e di cui si faceva beffe tutta la classe, erano in netto contrasto con la sua timidezza, che a sua volta era in netto contrasto con l'apertura pressoch totale che sapeva mostrare, dove non aveva paura di niente. Una volta, per esempio, si era presentato con una poesia che era stata pubblicata qualche anno prima sulla rivista per ragazze Det Nye, dove era stato pure intervistato. Alla mano, diretto, senza pudore, sensibile, timido, aggressivo, zarro. Questo era Pl. Che fosse stato proprio lui ad ascoltare la nostra band era per un verso un bene, perch Pl non contava nulla, quindi non aveva nessuna importanza che cosa lo facesse ridere. Cos mi infilai seraficamente il walkman nella tasca e rientrai in classe. Aveva sicuramente ragione nell'affermare che non eravamo delle cime a suonare, ma da quando era importante essere bravi? Non aveva mai sentito parlare di musica punk? New Wave? Nessuna di quelle band era brava. Ma avevano le palle. Energia. Anima. Mordente.
Non molto tempo dopo, all'inizio dell'autunno del 1984, ottenemmo il nostro primo ingaggio. Era stato yvind a procurarcelo. Il centro commerciale di Hnes compiva cinque anni, e l'anniversario sarebbe stato festeggiato con tanto di palloncini, torta e musica. Si sarebbero esibiti i fratelli Bksle, famosi da due decenni in questa regione per la loro interpretazione delle ballate tipiche della Norvegia meridionale. Il direttore del centro voleva anche puntare su qualcosa di pi locale, possibilmente di giovane, e sotto questo punto di vista noi, che ci esercitavamo nella scuola che si trovava soltanto a qualche centinaio di metri dal centro, eravamo perfetti. Avremmo dovuto suonare per venti minuti e ci avrebbero dato cinquecento corone. Quando yvind ci comunic la notizia, lo abbracciammo. Cazzo, finalmente era arrivato il nostro momento.
Le due settimane antecedenti alla nostra esibizione, che sarebbe avvenuta un sabato mattina alle undici, passarono in un baleno. Provammo pi volte, sia con tutto il gruppo al completo sia io e Jan Vidar da soli, discutemmo in lungo e in largo la scaletta, comprammo per tempo delle corde nuove in modo da prendere confidenza e rodarle per bene, decidemmo come vestirci, e quando arriv il grande giorno ci ritrovammo di buon'ora in sala prove per ripassare pi volte i pezzi prima del concerto, perch, bench consapevoli del fatto che correvamo il rischio di bruciare tutte le nostre energie prima del momento cruciale, eravamo arrivati alla conclusione che fosse pi importante sentirci sicuri sui brani da eseguire.
Ah, come stavo bene mentre attraversavo a piedi il piazzale asfaltato antistante il centro commerciale con in mano la custodia della chitarra. L'attrezzatura era gi al suo posto, su un lato del passaggio che portava sullo spiazzo centrale della struttura. yvind stava montando la batteria, Jan Vidar era intento ad accordare la chitarra con l'accordatore che aveva comprato per l'occasione. Alcuni ragazzini li stavano guardando. Tra non molto avrebbe osservato anche me. Avevo i capelli tagliati molto corti, mi ero messo la giacca militare verde, i jeans neri, la cintura con le borchie e le scarpe da baseball bianche e blu. E poi in mano stringevo la custodia della chitarra.
Sull'altro lato del passaggio stavano cantando i fratelli Bksle. Un gruppetto di persone, forse una decina, si era fermato a guardare. Una fila di altra gente andava e veniva dai negozi. Tirava vento e questo mi fece pensare al concerto che i Beatles avevano tenuto nel 1970 sul tetto dell'edificio della Apple.
Tutto bene? domandai a Jan Vidar prima di appoggiare la custodia, estrarre la chitarra, prendere la cinghia e mettermela a tracolla.
S, rispose. Colleghiamo gli strumenti? Che ore sono, yvind?
Dieci e cinquanta".
Mancano ancora dieci minuti. Aspettiamo ancora un attimo. Cinque minuti. Okay?
Bevve un sorso di coca-cola dalla bottiglia appoggiata sull'amplificatore. Aveva legato sulla fronte una bandana arrotolata. Per il resto indossava una camiciola bianca che gli ricadeva su un paio di pantaloni neri.
I fratelli Bksle cantavano.
Diedi un'occhiata alla scaletta dei pezzi in programma, appesa sul retro dell'amplificatore.
Smoke on the Water
Paranoid
Black Magic Woman
So Lonely
Mi presti l'accordatore? chiesi a Jan Vidar. Me lo porse e io ci infilai il cavetto. La chitarra era accordata, ma mi misi lo stesso a girare leggermente le chiavi. Parecchie macchine, che avevano fatto il loro ingresso nel parcheggio, ora stavano girando lentamente per il piazzale alla ricerca di un posto libero. Non appena si aprivano le portiere, i bambini scivolavano gi dai sedili posteriori e cominciavano a salterellare sull'asfalto, per poi afferrare la mano dei genitori e trascinarli verso di noi. Tutti ci guardavano mentre passavano, ma non si fermava nessuno.
Jan Henrik attacc il basso all'amplificatore e diede una pennata decisa, che rimbomb sull'asfalto.
Bum.
Bum. Bum. Bum.
Entrambi i fratelli Bskle lanciarono un'occhiata verso di noi mentre stavano cantando. Jan Henrik fece un passo verso l'amplificatore e abbass leggermente il volume. Suon un altro paio di note.
Bum. Bum.
yvind sferr qualche colpo sulla batteria. Jan Vidar esegu un accordo con la chitarra. Il volume era assordante. Tutti si girarono a guardarci.
Ehi! Ci date un taglio? grid uno dei fratelli Bksle.
Jan Vidar lanci loro un'occhiata di sfida, prima di girarsi e bere un altro sorso di coca-cola. L'amplificatore del basso funzionava, quello della chitarra di Jan Vidar pure. E il mio? Abbassai il volume della chitarra, suonai un accordo, alzai lentamente il volume fino a quando l'amplificatore sembr quasi affondare i denti dentro il suono, per poi elevarlo e diffonderlo nell'aria, tutto questo mentre io fissavo i due chitarristi all'altra estremit del passaggio, che a gambe larghe e sorridenti cantavano le loro ballate sdolcinate che parlavano di gabbiani, barche e tramonti. Nell'attimo in cui mi lanciarono un'occhiata che difficilmente poteva essere descritta se non con il termine al fulmicotone, abbassai nuovamente il volume. Funzionava, tutto a posto.
Adesso che ore sono? chiesi a Jan Vidar. Le sue dita correvano su e gi lungo il manico della chitarra.
Undici e venti, disse.
Stronzi, sbottai. A quest'ora dovevano aver gi finito".
I fratelli Bksle incarnavano tutto quello che detestavo, rispettabilit, carineria, borghesismo, e non vedevo l'ora di alzare il volume dell'amplificatore per spazzarli via. Finora la mia ribellione era consistita nel sostenere in classe opinioni controverse, a volte appoggiare la testa sul banco e dormire, e una volta in citt avevo buttato per terra la carta di una merendina e quando un anziano mi aveva chiesto di raccoglierla, gli avevo risposto che poteva farlo lui se ci teneva tanto. Quando me ne ero andato voltandogli le spalle, il cuore mi martellava in petto con tanta forza che quasi non riuscivo a respirare. Per il resto il mio spirito di rivolta trovava sfogo nella musica, bastava il fatto che io ascoltassi band non commerciali, underground e che non scendevano a compromessi con nessuno, per fare di me un ribelle, uno che non accettava il sistema costituito, ma si batteva per cambiarlo. E pi alzavo il volume, e pi mi avvicinavo al mio ideale. Avevo comprato una prolunga per la chitarra, che mi permetteva di starmene davanti allo specchio del corridoio mentre l'amplificatore era in camera mia al primo piano e andava a tutto volume, e in quei momenti accadeva qualcosa, il suono si distorceva diventava tagliente, e indipendentemente da quello che facevo l'effetto era meraviglioso, tutta la casa si riempiva del suono della mia chitarra, e si creava una strana corrispondenza tra i miei sentimenti, le mie sensazioni e questi suoni, come se essi fossero me, come se il mio vero io fosse cos. Avevo scritto un testo al riguardo, a dire il vero pensato per una canzone, ma dal momento che non ero riuscito a creare nessuna melodia, lo avevo chiamato una poesia, quando l'avevo trascritto nel diario.
Distorco i feedback della mia anima
svuoto il mio cuore suonando
ti guardo e penso:
diventiamo tutt'uno nella mia solitudine
diventiamo tutt'uno nella mia solitudine
tu e io
tu e io, amore mio
Volevo uscire, proiettarmi nell'immenso, catapultarmi in spazi aperti. E l'unica cosa che sapevo che aveva contatto con tutto questo era la musica. Ecco perch mi trovavo davanti al centro commerciale di Hnes quella mattina di inizio autunno del 1984, con la mia copia di Stratocaster in legno bianco comprata per la cresima appesa al collo, e l'indice sulla manopola del volume, pronto ad alzarlo nello stesso istante in cui i fratelli Bksle avrebbero eseguito il loro ultimo accordo.
All'improvviso si era alzato il vento, alcune foglie turbinarono nell'aria prima di essere spazzate via, l'insegna pubblicitaria di un gelato prese a ruotare frusciando su se stessa. Mi sembr di sentire una goccia sulla guancia e alzai lo sguardo verso il cielo lattiginoso.
Sta cominciando a piovere? dissi.
Jan Vidar stese il palmo della mano davanti a s. Si strinse nelle spalle.
Io non sento niente, rispose. Comunque suoniamo lo stesso. Non me ne frega un cazzo, anche se si mette a diluviare".
Sono d'accordo, dissi. Sei nervoso?
Scosse la testa deciso.
Ora i fratelli avevano finito. Le poche persone, che si erano radunate intorno a loro, applaudirono e i due fecero un piccolo inchino.
Jan Vidar si gir verso yvind.
Sei pronto? domand.
yvind annu.
Sei pronto, Jan Henrik?
Jan Henrik annu.
Karl Ove? annuii.
Due, tre, quattr', disse Jan Vidar, pi per se stesso, perch durante il primo giro di riff avrebbe suonato soltanto lui.
Un secondo dopo il suono della sua chitarra squarci l'aria, rimbombando nel piazzale. La gente sussult. Tutti si girarono verso di noi. Mi misi a contare dentro di me. Posizionai le dita sul manico. Mi tremava la mano.
UN DUE TRE - UN DUE TRE QUATTR' - UN DUE TRE - UN DUE.
A quel punto sarei dovuto entrare io.
Ma non usc neanche un suono!
Jan Vidar mi fiss con gli occhi sbarrati. Attesi il giro successivo, alzai il volume e attaccai. Ma con due chitarre elettriche il suono era assordante.
UN DUE TRE - UN DUE TRE QUATTR' - UN DUE TRE - UN DUE.
Poi fu la volta dell'hi-hat.
Cisc-cisc, cisc-cisc, cisc-cisc, cisc-cisc.
La grancassa. Il rullante.
Infine il basso.
BAM-BAM-BAM-bambambambambambambambambam-BA
BAM-BAM-BAM-bambambambambambambambambam-BA
Soltanto in quel momento guardai nuovamente Jan Vidar. Il suo viso era contratto in una specie di smorfia mentre cercava di dirmi qualcosa muovendo solo le labbra.
Troppo veloce! Troppo veloce!
E yvind rallent. Io cercai di fare lo stesso, ma la situazione era abbastanza confusa perch sia il basso sia la chitarra di Jan Vidar continuarono alla stessa velocit, e quando alla fine mi adeguai e decisi di seguire il loro tempo, di colpo rallentarono, e io mi trovai solo a suonare a una rapidit pazzesca. In tutto quel caos notai che il vento soffiava tra i capelli di Jan Vidar e che alcuni dei ragazzini in piedi davanti a noi si erano tappati le orecchie con le mani. Un attimo dopo, quando eravamo arrivati al momento in cui cominciava la parte vocale, andavamo tutti quanti pi o meno a tempo. Fu allora che un uomo con i pantaloni chiari, la camicia a righe blu e bianca e la giacca estiva gialla attravers rapidamente il piazzale. Era il direttore del centro commerciale. Punt dritto verso di noi. A venti metri di distanza cominci a sbracciarsi, come se avesse dovuto fermare una nave. Continu imperterrito a sventolare le braccia. Andammo avanti ancora per qualche secondo, ma quando si ferm davanti a noi, sempre gesticolando con le mani, non ci fu pi nessun dubbio sul fatto che ce l'avesse con noi, e noi smettemmo di suonare.
Che diavolo state combinando! esord.
Non dovevamo suonare qui? disse Jan Vidar.
Vi ha dato di volta il cervello! Questo  un centro commerciale.  sabato. La gente viene qua per fare spese, rilassarsi e sentirsi a proprio agio! Non potete mica suonare con quel volume infernale!
Dobbiamo abbassare un po'? chiese Jan Vidar. Non c' nessun problema".
Un po' non basta, rispose.
In effetti adesso si era radunato intorno a noi un gruppetto di persone. Forse quindici, sedici, contando anche i bambini. Niente male.
Jan Vidar si gir e abbass il volume dell'amplificatore. Suon un accordo e guard il direttore.
Va bene cos?
Di pi!
Jan Vidar obbed, poi suon un nuovo accordo.
Adesso va bene? disse. Del resto non siamo mica un'orchestra di musica da ballo, precis.
Ah, si? replic il direttore. Provateci. E magari con il volume ancora pi basso".
Jan Vidar si volt di nuovo. Quando stava per girare la manopola, vidi che fece solo finta.
Ecco fatto, disse.
Anche Jan Henrik e io abbassammo il volume.
Allora riprendiamo, disse Jan Vidar.
E ricominciammo. Contai tra me e me.
UN DUE TRE - UN DUE TRE QUATTR' - UN DUE TRE - UN DUE.
Il direttore si incammin verso l'ingresso principale del centro commerciale. Lo seguii con lo sguardo mentre suonavamo. Quando arrivammo al punto in cui ci aveva interrotto, si ferm e si volt. Ci guard. Si gir ancora, fece qualche passo, si volt di nuovo. Di colpo si diresse verso di noi mentre ricominciava a sbracciarsi. Jan Vidar non vide niente, aveva gli occhi chiusi. Jan Henrik invece s, mi fiss con aria interrogativa.
Stop, stop, stop, esclam il direttore bloccandosi davanti a noi.
Non va. Mi spiace. Dovete sbaraccare".
Cosa? intervenne Jan Vidar. Perch? Si era detto venticinque minuti".
Non va, disse abbassando la testa e facendo un cenno con la mano. Sorry, ragazzi".
Perch? insistette Jan Vidar.
 impossibile stare a sentirvi. Non cantate neanche! Su! Avrete i vostri soldi. Ecco".
Estrasse una busta dalla tasca interna della giacca e la tenne davanti a Jan Vidar.
Tenete. Grazie per essere venuti. Ma non era quello che avevo in mente. No hard feeelings. Okay?
Jan Vidar afferr la busta. Volt le spalle al direttore, stacc i cavi dall'amplificatore, lo spense, si tolse la chitarra, and verso la custodia, l'apr e vi infil la chitarra. La gente intorno a noi sorrideva.
Forza, disse Jan Vidar. Andiamo a casa".
Da quel momento la situazione del gruppo si fece pi incerta: avevamo fatto qualche prova, ma senza entusiasmo, poi yvind aveva detto che non sarebbe potuto venire a quella dopo e la volta seguente non c'era la batteria e quella dopo ancora avevo un'amichevole... Al contempo io e Jan Vidar avevamo cominciato a vederci meno, visto che frequentavamo scuole diverse, e qualche settimana prima mi aveva farfugliato qualcosa su un tipo di un'altra classe che aveva conosciuto e con cui si trovava per fare una jam, cos quando adesso suonavo, lo facevo per lo pi come passatempo.
Ground control to Major Tom, cantavo, suonai i due accordi in bemolle che mi piacevano cos tanto, e pensavo ai due sacchetti con la birra nascosti nel bosco.
Quando Yngve era stato a casa per Natale, si era portato dietro un libro con le canzoni di Bowie. Le avevo trascritte tutte, con tanto di accordi per chitarra, testi e note, su un quaderno che adesso andai a prendere. Poi misi sul giradischi Hunky Dory, il brano numero quattro, Life on Mars?, e cominciai a suonarci sopra, piano, in modo da poter sentire la canzone e gli altri strumenti. Avvertii un brivido lungo la schiena. Era un pezzo fantastico e quando seguivo il giro di accordi con la chitarra era come se le note si schiudessero in me, come se io fossi dentro di loro, e non all'esterno, erano queste le sensazioni che provavo quando mi limitavo ad ascoltare. Se avessi dovuto penetrare un brano e aprirlo con le mie forze, mi ci sarebbero voluti parecchi giorni, perch non ero in grado di sentire quali erano gli accordi giusti, dovevo procedere a tentativi, minuziosamente, e anche se trovavo qualcosa di somigliante, non ero mai sicuro che fossero veramente gli stessi. Abbassare la puntina, ascoltare intensamente, alzare la puntina, suonare un accordo. Hmm... Abbassare la puntina, riascoltare, ripetere lo stesso accordo, era quello? O forse questo? Per non parlare di tutto quello che avveniva nell'arco di una canzone quando si trattava dell'evoluzione musicale che riguardava la chitarra. Non c'era speranza. Mentre a Yngve, per esempio, bastava ascoltare una volta e dopo un paio di tentativi aveva gi capito il sound e gli accordi del brano. Avevo visto altri come lui, era come se ce l'avessero dentro di s, la musica non era separata dal pensiero, o non aveva nulla a che fare con esso, ma viveva in loro una vita propria. Quando suonavano, suonavano, non si limitavano a ripetere in modo meccanico uno schema che si erano imparati, e la libert insita in questo, ci che era l'essenza stessa della musica, io potevo scordarmela. Lo stesso valeva per il disegno. Disegnare non conferiva nessun riconoscimento, nessuna notoriet, eppure mi piaceva e, quando ero seduto nella mia stanza, disegnavo spesso. Se avevo un modello di riferimento, per esempio preso da un fumetto, riuscivo a ottenere dei risultati discreti, ma quando non copiavo, e disegnavo a mano libera, allora non cavavo un ragno dal buco. Anche in questo caso ho visto gente che aveva questo talento nel sangue, in particolar modo la mia compagna di classe Tone, che senza nessuno sforzo era capace di ritrarre qualsiasi cosa, l'albero nel cortile davanti alla finestra, la macchina parcheggiata l fuori, l'insegnante in piedi accanto alla lavagna. Quando dovemmo decidere tra le materie facoltative da seguire, avevo voglia di scegliere disegno, ma dal momento che sapevo che gli altri studenti sapevano disegnare, erano tutt'uno con esso, lasciai stare. Invece ripiegai su cinema e storia del cinema. A volte questo pensiero mi tormentava perch avrei voluto tanto essere qualcuno, essere speciale.
Mi alzai, appoggiai la chitarra al cavalletto, spensi l'altoparlante e scesi al pianterreno, dove la mamma stava stirando. All'esterno i cerchi intorno alle lampade appese sopra la porta e sulla parete del fienile erano quasi coperti di neve.
Che tempo! esclamai.
Puoi ben dirlo, disse lei.
Quando andai in cucina, mi venne in mente che era passato da poco lo spazzaneve. Forse era meglio togliere la neve che doveva aver accumulato lungo i bordi della strada prima che arrivassero gli ospiti.
Mi girai verso la mamma.
Vado fuori a spalare un po' di neve prima che arrivino, dissi.
Bene. Gi che ci sei, potresti accendere le fiaccole? Sono in garage, in un sacchetto appeso al muro".
Va bene. Hai un accendino?
Nella borsa".
Mi vestii e uscii, aprii il portone del garage per prendere la pala, mi avvolsi la sciarpa intorno al viso e scesi fino all'incrocio. Anche se davo la schiena alla neve che cadeva a terra turbinando, i fiocchi mi pungevano gli occhi e le guance quando mi apprestai a spalare la neve fresca e i grumi sottostanti di quella vecchia, ormai dura e ghiacciata. Dopo qualche minuto sentii un botto, lontano e attutito, sembrava provenire dall'interno di una stanza, alzai la testa appena in tempo per vedere lo sprazzo di luce di un'esplosione che rischiar per un attimo le profondit di quell'oscurit battuta dal vento. Dovevano essere Tom, Per e il padre che provavano i razzi che avevano comprato. Se quella breve scintilla li aveva colmati per un attimo di vita, aveva svuotato invece me, perch l'unica cosa che essa era riuscita a fare era aumentare l'inazione che ne segu. N una macchina, n un essere umano, soltanto il bosco nero, il turbinio della neve trasportata dal vento, l'immobile fascia di luci lungo la via. Le tenebre che avvolgevano la valle sottostante. Il grattare del metallo leggero della pala sulle croste di neve indurita e compatta, il mio respiro, come amplificato dalla sciarpa che avevo stretto sopra il berretto e le orecchie.
Quando ebbi finito, tornai in garage e dopo aver appoggiato la pala, trovai le quattro fiaccole dentro il sacchetto, le accesi l dentro, una alla volta, in quell'oscurit, non senza provare una certa gioia, perch le fiamme erano cos morbide, e il blu di cui erano composte si alzava e scendeva a seconda della corrente d'aria. Mi chiesi per un istante quale fosse il posto migliore per metterle e decisi che ne avrei collocate due sul lastricato in legno davanti alla porta d'ingresso e due in cima al muretto davanti al fienile.
Appena le ebbi sistemate, le due sul muretto riparate da un minuscolo terrapieno di neve, e dopo aver richiuso la porta del garage, sentii una macchina risalire la curva che si trovava sotto la nostra abitazione. Riaprii il garage, poi mi affrettai a entrare in casa, bisognava aver finito di fare tutto prima del loro arrivo, non ci dovevano essere in giro tracce visibili dei preparativi dell'ultimo minuto. Quel pensiero tamarro si ingigant a tal punto che agguantai in fretta e furia un asciugamano dal bagno con cui mi asciugai gli scarponcini, in modo che gli ospiti non rimanessero nell'ingresso tra la neve fresca, mi tolsi il giaccone, il berretto, la sciarpa e le muffole in camera mia. Quando scesi, l'auto era parcheggiata in cortile con il motore acceso, le luci posteriori rosse erano illuminate, con la mano sulla portiera il nonno stava aspettando che la nonna scendesse.
Quando ero a casa da solo, ogni stanza aveva un proprio carattere e, bench non si mostrassero direttamente ostili nei miei confronti, era come se non volessero aprirsi a me. Pareva quasi che si rifiutassero di sottostare al mio volere, ma intendessero rivendicare il proprio diritto di esistere in modo autonomo, con le proprie pareti, pavimento, soffitto, listelli, finestre, come se stessero perennemente con le fauci spalancate. Ci che percepivo in quell'abitazione era il senso di morte, era quello che si opponeva a me, e non si trattava della morte intesa come la fine di un'esistenza, ma come assenza, proprio come la vita  assente in un sasso, in un bicchiere d'acqua, in un libro. La presenza del nostro gatto, Mefisto, non era abbastanza forte da vincere e scacciare questo elemento presente in quelle camere, in quei casi vedevo soltanto la bestiola in balia di quelle bocche aperte, ma se invece entrava un altro essere umano, fosse stato anche solo un beb, esso spariva. Mio padre colmava le stanze di inquietudine, mia madre le riempiva di dolcezza, pazienza, malinconia, e a volte, quando tornava a casa dal lavoro ed era stanca, anche di una debole, ma comunque percettibile, corrente sotterranea di irritabilit. Per, che non andava mai oltre l'ingresso, la colmava di allegria, aspettative e subordinazione. Jan Vidar, che, al di fuori della famiglia, era fino a quel momento l'unico ad aver messo piede in camera mia, la riempiva di caparbiet, ambizione e cameratismo. La cosa si faceva interessante quando in una stanza c'erano riunite pi persone, poich in essa c'era posto soltanto per l'influenza di una, al massimo due, volont e quella pi forte non era necessariamente quella pi evidente. La subordinazione di Per, per esempio, quella cortesia che mostrava nei confronti degli adulti, a volte era pi potente di quel modo di fare da orso di mio padre, quando entrava in casa e salutava a malapena Per con un rapido cenno del capo prima di dileguarsi. Comunque, a parte noi, molto raramente in casa c'erano altre persone. L'eccezione era rappresentata dalle visite dei nonni paterni e da quelle del fratello di pap, Gunnar, con la sua famiglia. Venivano qui ogni tanto, forse tre, quattro volte ogni sei mesi, e non vedevo l'ora che arrivasse quel momento. In parte perch ci che la nonna aveva rappresentato per me durante la mia infanzia non era mutato rispetto a quello che ero io adesso, e la luminosit che emanava dalla sua persona, legata non tanto ai regali che ci portava sempre, quanto all'amore genuino che aveva sempre esternato per i bambini, continuava a far risplendere l'immagine che avevo di lei. In parte perch mio padre si mostrava sempre all'altezza di situazioni come quella. Diventava pi gentile nei miei confronti, mi coinvolgeva, mi faceva sentire una persona su cui si poteva fare affidamento, ma non era quella la cosa pi importante, perch la benevolenza che mostrava verso suo figlio era soltanto parte di una generosit pi grande che lo permeava in quelle occasioni: diventava affascinante, divertente, si mostrava colto e interessante, cosa che in un certo senso giustificava il fatto che io provassi per lui sentimenti cos diversi e a essi dedicassi cos tanto tempo.
Quando furono davanti alla porta d'ingresso, la mamma apr.
Ciao! Benvenuti! esclam.
Ciao, Sissel, disse il nonno.
Che tempo da lupi! comment la nonna. Avete visto? Proprio bello con le fiaccole, s".
Se mi volete dare i cappotti, continu la mamma.
La nonna indossava un cappello rotondo e scuro, di pelliccia, che si tolse e batt qualche volta sul palmo della mano per togliere la neve, e una pelliccia scura, che porse alla mamma insieme al cappello.
Meno male che sei venuto a prenderci, disse girandosi verso pap. Tu non saresti riuscito a guidare con questo tempaccio!
Questo non lo so, replic il nonno. Comunque  difficile arrivare fin qui,  cos fuorimano e la strada  tutta curve".
La nonna entr nell'anticamera, si lisci leggermente il vestito con la mano, si sistem i capelli.
Ma ci sei anche tu! esclam, e mi sorrise.
Ciao, dissi.
Dietro di lei veniva il nonno con in mano il suo cappotto grigio. La mamma si fece avanti per prenderlo, lo appese all'attaccapanni, quello sotto la scala accanto allo specchio. Fuori comparve pap, batt le scarpe contro il bordo delle scale per far cadere la neve.
Ciao, disse il nonno. Tuo padre ci ha detto che stasera vai a una festa".
Esatto, confermai.
Come siete cresciuti, comment la nonna. Pensa, una festa di Capodanno".
S, ormai la nostra compagnia non  pi gradita, intervenne pap dall'ingresso. Si pass una mano tra i capelli e scosse la testa un paio di volte.
Perch non ci accomodiamo in soggiorno? sugger la mamma.
Li seguii, e quando presero posto sul divano andai a sedermi nella poltroncina in vimini, accanto alla porta che dava sul giardino. I passi pesanti di pap risuonarono prima sulle scale, poi attraverso il soffitto del soggiorno, sopra cui si trovava la sua camera.
Intanto vado a prepararvi il caff, disse la mamma mentre si alzava. Tocc a me gestire il silenzio che era calato nella stanza dopo che se ne era andata.
Allora Erling  a Trondheim? chiesi.
A quanto pare, s, disse la nonna. Stasera festeggiavano a casa".
Portava un vestito blu, di un tessuto simile alla seta, con un motivo nero disegnato sul petto. Perle bianche alle orecchie, collana d'oro al collo. I capelli erano scuri, dovevano essere tinti, anche se non ne ero sicuro, e in tal caso perch non aveva colorato anche la ciocca grigia che aveva sulla fronte? Non era pingue, neanche grassa, ma in un certo senso corpulenta, e questo sembrava creare un forte contrasto con la sveltezza dei suoi movimenti. Ma quello che colpiva maggiormente di lei erano gli occhi. Erano limpidi e di una tonalit di azzurro particolarmente chiara, e forse perch quel colore era cos insolito o forse perch faceva da contrasto a tutto il resto della sua persona, che era invece scuro, parevano quasi artificiali, come se fossero stati scolpiti nella pietra. Gli occhi di mio padre erano identici e trasmettevano la stessa impressione. A parte l'amore per i bambini, una delle sue doti maggiori era quella di avere il pollice verde. Quando in estate andavamo a trovarla, il pi delle volte era in giardino, e quando pensavo a lei, era l che me la immaginavo. Quando, con indosso i guanti e i capelli scomposti dal vento, attraversava il prato con le braccia piene di rametti secchi da bruciare, o quando se ne stava inginocchiata davanti a una piccola buca che aveva appena scavato, e con cautela stava togliendo la tela di protezione dalle radici per piantarci dentro l'alberello, o quando sbirciando al di sopra della spalla controllava se l'irrigatore si fosse messo a roteare quando aveva aperto il rubinetto sotto la veranda, per poi, con le mani sui fianchi, godersi la vista dell'acqua che veniva spruzzata in aria e brillava alla luce del sole. Oppure quando se ne stava accovacciata sul pendio dietro casa, intenta a strappare le erbacce dalle aiuole, che erano state create in ogni anfratto e avvallamento della montagna, allo stesso modo in cui l'acqua si raccoglie in pozze tra le cavit degli scogli che compongono la fascia di isolette lungo la costa, e sembravano come recise dal loro ambiente naturale. Ricordo che provavo pena per quelle piante, sole ed esposte alle intemperie, ognuna abbandonata a s sulla propria roccia, dove anelavano sicuramente la vita che vedevano svilupparsi sotto di s. Laggi dove ogni tipo di vegetazione si fondeva nell'altra, creando combinazioni sempre nuove a seconda dell'ora del giorno e della notte, e del periodo dell'anno, come i vecchi peri e prugni che un tempo la nonna aveva prelevato dalla dimora di campagna dei suoi nonni, il gioco d'ombre che delineavano sull'erba quando il vento ne lambiva le foglie in uno di quei sonnolenti giorni d'estate quando il sole stava tramontando dietro l'orizzonte, l dove il fiordo sfocia nel mare, e si potevano sentire i suoni lontani della citt che si innalzavano e si abbassavano come onde nell'aria, mescolandosi al ronzio delle vespe e dei calabroni al lavoro tra i cespugli di rose, che crescevano lungo il muro, dove i petali pallidi delle corolle rilucevano bianchi e pacifici in tutto quel verde. All'epoca il giardino aveva gi acquisito un'aria di antico, una dignit e una pienezza che soltanto il tempo  in grado di conferire, e sicuramente era quello il motivo per cui la nonna aveva collocato la serra pi in basso, seminascosta dietro una roccia, dove poteva espandere il suo raggio d'azione e coltivare alberi e piante pi rare senza che il resto del giardino venisse intaccato da quella sensazione di industriale e provvisorio che emanava la costruzione. In estate e in inverno la intravedevamo l dentro sotto forma di una sagoma indistinta di colore dietro le pareti lucide, e non senza un certo orgoglio ci diceva, quasi buttandola l per caso, che i cetrioli e i pomodori in tavola non venivano dal negozio, ma dalla sua serra.
Il nonno non aveva niente a che vedere con il giardino, e quando la nonna e pap, o la nonna e Gunnar, o la nonna e il fratello della nonna, Alf, discutevano di piante, fiori e alberi, poich in famiglia esisteva un grande interesse per tutto ci che  coltivabile, lui preferiva prendere un giornale e sfogliarlo, se invece non era gi impegnato con una schedina del totocalcio e a conferire con le tabelle dei risultati e dei prognostici. Ho sempre pensato che fosse strano che un uomo che lavorava con i numeri si occupasse di numeri anche nel tempo libero, e non accudisse invece il giardino o facesse piccoli lavori di falegnameria o qualsiasi altra attivit che coinvolgesse tutto il corpo. Invece no, numeri al lavoro e tabelle nel tempo libero. Sapevo per che gli piaceva anche la politica. Se la conversazione in corso entrava sul vivo dell'argomento, si infervorava tutto, le sue opinioni erano forti e decise, ma la voglia di dibattere lo era ancora di pi, cos, se qualcuno la pensava diversamente, lui apprezzava molto la cosa. Almeno: i suoi occhi non avevano mai espresso altro che cordialit le poche volte in cui la mamma aveva esposto il suo punto di vista, orientato a sinistra, bench la voce del nonno si fosse fatta pi tagliente e avesse iniziato a parlare pi forte. Dal canto suo la nonna, in tali occasioni, lo pregava sempre di cambiare discorso o di darsi una calmata. Era spesso ironica nei suoi confronti, a volte quasi lo scherniva, ma lui le rispondeva a tono e, se noi eravamo presenti, lei ci strizzava sempre l'occhio, come per farci capire che non dicevano sul serio. La nonna rideva facilmente e amava raccontare tutte le stranezze che le erano capitate o di cui aveva sentito parlare. Ricordava tutte le cose divertenti che aveva detto Yngve da piccolo, erano molto attaccati l'uno all'altra, da bambino aveva abitato dai nonni per sei mesi e anche dopo era stato spesso a casa loro. Raccontava anche le stranezze che erano successe a Erling quando andava a scuola a Trondheim, ma il repertorio pi ricco risaliva agli anni trenta, quando aveva lavorato come chauffeur per una ereditiera molto ricca e gi anziana, probabilmente un po' arteriosclerotica.
Adesso i nonni erano sulla settantina, la nonna aveva qualche anno pi del nonno, ma tutti e due godevano di buona salute e in inverno continuavano a recarsi all'estero, come avevano sempre fatto.
Nessuno parlava da un po'. Mi sforzai di trovare qualcosa da dire mentre guardavo fuori dalla finestra per rendere il silenzio meno opprimente.
Allora, come va al liceo? chiese finalmente il nonno. Stray ha qualcosa di sensato da dirvi?
Stray era il nostro insegnante di francese. Era un settantenne basso, tarchiato, calvo ed energico, e possedeva la casa che si trovava accanto a quella dove un tempo il nonno aveva lo studio. Da quel che avevo capito, avevano litigato per qualcosa, forse una linea di confine; non sapevo se fossero anche andati per vie legali, e neppure se la controversia fosse stata risolta, fatto sta che i due non si salutavano, e non lo facevano ormai da molti anni.
Insomma... risposi. Mi chiama sempre il guitto seduto nell'angolo'".
Me lo posso immaginare, comment il nonno. E il vecchio Nygaard?
Mi strinsi nelle spalle.
Sta bene, credo. Fa il suo dovere fino in fondo. D'altro canto  della vecchia scuola. A proposito, dove lo hai conosciuto?
Tramite Alf, spieg il nonno.
Ma certo, dissi.
Il nonno si alz e and verso la finestra, si mise a guardare fuori, con le mani dietro la schiena. A parte la debole luce che filtrava dalle finestre, quel lato della casa era completamento avvolto nel buio.
Vedi qualcosa, nonno? gli chiese la nonna facendomi l'occhiolino.
Abitate davvero in un bel posto, disse lui.
In quel momento la mamma riapparve in soggiorno con quattro tazze tra le mani. Si gir verso di lei.
Stavo dicendo a Karl Ove che abitate davvero in un bel posto".
La mamma si ferm, come se non riuscisse a trovare l su due piedi le parole adatte.
S, siamo molto soddisfatti, disse. Rimase immobile con le tazze in mano guardando il nonno con un lieve sorriso sulle labbra. In quel momento c'era qualcosa... s, quasi di ardente che l'avvolgeva. Non che fosse arrossita o facesse la timida, non si trattava di questo. Era pi che altro il fatto che lei non si nascondeva dietro a niente. Non lo faceva mai. Quando parlava era sempre per dire quello che pensava, e mai soltanto per dire qualcosa.
La casa  cos vecchia, continu. I muri sentono il peso degli anni. E questo pu essere un bene e un male. Comunque  perfetta".
Il nonno annu, continuando a scrutare nel buio. La mamma si avvicin al tavolino, su cui cominci a disporre le tazze.
Che fine ha fatto il padrone di casa? chiese la nonna.
Sono qui, rispose pap.
Tutti si girarono. Era in piedi davanti alla tavola apparecchiata in sala da pranzo, chino sotto le travi a vista del soffitto, tra le mani una bottiglia di vino, che stava evidentemente studiando.
Come aveva fatto ad arrivare l?
Non avevo sentito nessun suono prodotto da lui. E se c'era qualcosa a cui stavo particolarmente attento qui in casa, erano i suoi spostamenti.
Vai a prendere dell'altra legna prima di uscire, Karl Ove? mi disse.
S, risposi, mi alzai e andai nell'ingresso, infilai i piedi negli scarponcini e aprii la porta. Fui investito da una folata di vento, ma almeno aveva smesso di nevicare. Attraversai il cortile ed entrai nel ripostiglio sotto il fienile. La luce intensa della lampadina che pendeva nuda dal soffitto si rifletteva sui muri grezzi. Il pavimento era quasi completamente ricoperto da pezzi di corteccia e schegge di legno. Un'ascia era appoggiata sul ceppo usato per tagliare la legna. In un angolo c'era la motosega nera e arancione che mio padre aveva comprato quando ci eravamo trasferiti qui. Nella nostra propriet c'era un albero che voleva abbattere. Quando si era messo all'opera, non era riuscito a far funzionare quell'arnese. Imprecando l'aveva esaminato a lungo, poi aveva chiamato il negozio per reclamare. Che cos' che non andava con la motosega? gli avevo chiesto quando era uscito. Niente, aveva risposto. Solo un dettaglio che si erano dimenticati di dirmi". Doveva trattarsi di qualche dispositivo di sicurezza, da quanto avevo capito, per impedire ai bambini di azionarla. L'aveva accesa, e dopo aver abbattuto l'albero aveva trascorso l'intero pomeriggio a tagliarlo. Gli piaceva farlo, l'avevo notato. Ma quando ebbe finito, non c'era niente altro che gli permettesse di usarla, e da quella volta era rimasta l abbandonata per terra.
Presi quanta pi legna possibile, aprii la porta con un calcio e vacillando riattraversai il cortile mentre pensavo intensamente a quanto sarebbero rimasti impressionati vedendomi, riuscii a sfilarmi le scarpe ed entrai in soggiorno, curvo, quasi sul punto di afflosciarmi, sotto tutto quel peso.
Guardatelo! esclam la nonna quando feci la mia comparsa nella stanza. Ma quanta legna sei riuscito a prendere!
Mi fermai davanti al cesto della legna.
Aspetta, ti aiuto, intervenne pap venendo verso di me, afferr i ciocchi in cima per riporli nel cesto. Aveva la bocca contratta, gli occhi freddi. Mi inginocchiai facendo cadere il resto dentro il contenitore.
Adesso siamo a posto con la legna fino a quest'estate, comment.
Dopo essermi raddrizzato, tolsi qualche scheggia dalla camicia prima di andarmi a sedere mentre pap si accucciava, apriva lo sportello del camino e vi infilava un paio di ciocchi. Indossava un abito scuro e una cravatta bordeaux, scarpe nere e una camicia bianca, su cui risaltavano gli occhi azzurri, di ghiaccio, la barba nera e la pelle leggermente abbronzata del viso. In estate, quando poteva, amava stare al sole, ad agosto era sempre scuro, ma quell'inverno doveva essersi fatto qualche lampada, pensai in quel momento, a meno che non fosse riuscito a prendere cos tanto sole da giustificare il fatto che l'abbronzatura fosse ancora visibile.
Intorno agli occhi la cute aveva cominciato a screpolarsi, come si screpola il cuoio rinsecchito, e aveva formato una rete di rughe fitte e sottili.
Guard l'orologio.
Sarebbe ora che Gunnar arrivasse se vogliamo mangiare prima di mezzanotte, disse.
 colpa di questo tempaccio, comment la nonna. Stasera star sicuramente guidando con prudenza".
Pap si gir verso di me.
Non dovevi andare?
S, ma prima volevo salutare Gunnar e Tove".
Pap ridacchi.
Vai a divertirti. Non c' bisogno che tu stia qui con noi".
Mi alzai.
La camicia  appesa all'armadio l fuori, disse la mamma.
La presi e salii in camera per cambiarmi. Pantaloni neri di cotone, ampi sulle cosce, stretti in fondo e con le tasche laterali, camicia bianca e giacca nera. La cintura con le borchie che avevo pensato di mettermi la arrotolai prima di infilarla dentro il borsone, perch anche se non me l'avrebbero vietata, non sarebbe passata inosservata, e adesso non volevo subire nessun interrogatorio. Poi aggiunsi le Doc Martens nere, una camicia di ricambio, due pacchetti di Pall Mall light, gomma da masticare e le caramelline. Quando ebbi finito, mi affacciai alla finestra. Erano le sette e cinque. Avrei gi dovuto essere in cammino, ma dovevo aspettare il pi possibile l'arrivo di Gunnar, altrimenti avrei rischiato di beccarmelo per strada. Con due sacchetti pieni di birra in mano, non sarebbe stato di certo il massimo.
A parte il vento, e gli alberi al limitare del bosco, che si intravedevano appena fino a dove giungeva la luce di casa, fuori era tutto perfettamente immobile.
Se non arrivavano entro cinque minuti, sarei dovuto andare via comunque.
Mi infilai il giaccone, poi rimasi per un attimo alla finestra sforzandomi di cogliere l'eventuale rumore di un motore, mentre fissavo il punto da cui sarebbe spuntato il bagliore dei fari. Alla fine mi girai, spensi la luce e scesi le scale.
Pap era in cucina e stava versando dell'acqua in una grossa casseruola. Mi guard quando arrivai.
Vai? mi chiese.
Annuii.
Allora divertiti, aggiunse.
Per qualche secondo rimasi immobile, in ascolto, in fondo alla discesa, dove le tracce del mattino erano state ricoperte dalla neve e dal vento. Quando fui sicuro che non stesse sopraggiungendo nessuna vettura, risalii la scarpata e mi infilai tra gli alberi. I sacchetti erano l, dove li avevo lasciati, coperti da un sottile strato di neve che scivol via lungo la plastica liscia quando li sollevai. Riscesi con i sacchetti in mano prima di fermarmi dietro un albero, rimasi in ascolto e visto che non si sentiva nessun rumore, scavalcai il cumulo di neve e corsi gi fino alla curva. In quella zona non abitava molta gente, il traffico maggiore era concentrato lungo la strada dall'altro lato del fiume, quindi se fosse sbucata un'automobile, era molto probabile che fosse quella di Gunnar. Tagliai la curva e mi spostai verso il punto in cui abitava la famiglia di William. La loro casa, che distava alcuni metri dalla via, si trovava in prossimit del bosco, che a sua volta si inerpicava subito dopo lungo una collina. Il bagliore azzurrognolo della televisione illuminava il soggiorno. La costruzione risaliva agli anni settanta, il terreno su cui sorgeva era stato lasciato all'incuria, era pieno di sassi, spuntoni di roccia, c'erano poi un'altalena rotta, una catasta di legna coperta da un telo impermeabile, la carcassa di un'auto, alcuni pneumatici. Non capivo perch tenessero tutto in quelle condizioni. Non volevano vivere in un bell'ambiente? O non potevano? Non significava niente per loro? O pensavano invece che andasse bene cos? Il padre era una brava persona, buono e arrendevole, la madre era perennemente arrabbiata, i tre figli andavano sempre in giro con indumenti troppo piccoli o troppo grandi.
Una mattina, mentre stavo andando a scuola, avevo visto il padre e la figlia arrampicarsi su per un ghiaione sull'altro lato della strada, entrambi con la fronte sanguinante, la bambina con un fazzoletto bianco intriso di sangue annodato intorno alla testa. Ricordo che in quel momento avevo pensato che in loro ci fosse qualcosa di animalesco, perch non dissero una parola, non gridarono, ma continuarono ad arrampicarsi tranquillamente, come se niente fosse. In fondo al ghiaione c'era il loro camion, il cofano schiacciato contro un albero. Avevo chiesto loro se avessero bisogno d'aiuto, ma il padre aveva risposto che non era necessario, va tutto bene, aveva detto dal fondo della scarpata, e bench quella scena fosse cos inaspettata che non riuscivo a staccarmi, mi sembr quasi immorale starmene l a guardare, cos proseguii verso la fermata dell'autobus. Quando mi voltai, quell'unica volta che mi concessi di farlo, i due stavano attraversando la strada zoppicando, lui, come sempre in tuta da lavoro, cingeva con il braccio il corpo gracile della figlia undicenne.
Prendevamo in giro sia lei sia William. Era facile farli arrabbiare e metterli in difficolt, parole, concetti e finezze linguistiche non erano il loro forte, ma che questo li ferisse, lo capii soltanto quando un noioso giorno d'estate qualsiasi io e Per avevamo suonato da William per chiedergli se voleva giocare a pallone con noi. Uscita sulla veranda, la madre ci aveva dato una bella strigliata, rivolgendosi in particolare a me, perch mi credevo superiore a tutti gli altri, soprattutto a suo figlio e a sua figlia. Le avevo risposto per le rime. Neanche lei era molto brava con le parole, ma non per questo la sua rabbia si era placata, quindi l'unica cosa che ricavai da quella situazione fu la risata ammirata di Per per la prontezza e l'arguzia delle mie battute, che erano gi state dimenticate qualche ora dopo. Ma gli abitanti di quella casa, loro non dimenticarono. Il padre era troppo buono per affrontare la questione, ma la madre... mi fulminava con lo sguardo ogni volta che mi vedeva. Per me era solo gente su cui potevo accanirmi per farmi bello agli occhi degli altri. Se William si presentava a scuola con i pantaloni che gli arrivavano alle caviglie, non aveva capito qualcosa di fondamentale, se usava una parola in modo sbagliato, perch non avrebbe dovuto sentirselo dire? Giusto, no? E poi stava a lui bloccare sul nascere o contrastare le risate che scatenava con i suoi comportamenti. Neanche io ero privo di punti deboli, erano l, davanti agli occhi di tutti, se a qualcuno fosse venuto in mente di approfittarsene, e se non lo facevano, perch non avevano la capacit emotiva e l'arguzia necessarie per coglierli, era un problema mio? Le premesse erano uguali per tutti. A scuola William bazzicava un gruppo di ragazzi che fumava sotto la tettoia, guidava i motorini dall'et di tredici anni, mollava gli studi a quattordici, faceva a botte e beveva. Anche loro ridevano di William, ma in un modo che lui riusciva a gestire e ad accettare perch si trattava di qualcosa con cui era in grado di rapportarsi, inoltre aveva sempre la possibilit di rifarsi. Insieme a noi, e con noi intendo quelli che abitavano lass, era diverso, c'era sarcasmo, ironia, commenti pungenti e cattivi, e tutto questo aveva il potere di mandarlo in tilt, perch erano al di l della sua portata. Ma lui aveva pi bisogno di noi di quanto noi avessimo bisogno di lui, e tornava sempre. Per me era una questione di libert. Quando mi ero trasferito l, non mi conosceva nessuno, e anche se in fondo si trattava della stessa libert di cui avevo goduto prima, ora mi dava la possibilit di fare cose che non avevo mai sperimentato. Per esempio, vicino alla fermata dell'autobus c'era un negozietto all'antica, dove i prodotti venivano serviti e pagati allo stesso bancone, le proprietarie erano due sorelle sulla settantina. Erano gentili, e soprattutto estremamente lente nei movimenti. Se un cliente voleva qualcosa che si trovava su uno degli scaffali pi in alto, gli giravano le spalle per un minuto o due, e a quel punto uno poteva tranquillamente infilarsi nel giaccone qualsiasi tipo di dolciume e cioccolato. Per non parlare delle volte in cui qualcuno desiderava una merce che si trovava in cantina. A Tromya non mi sarebbe mai passato per la testa di comportarmi cos, ma qui non avevo la minima esitazione, qui non ero soltanto uno che rubava cioccolato e dolciumi a due anziane signore, ma che istigava anche gli altri ragazzi a fare lo stesso. Avevano un anno meno di me, non avevano quasi mai messo piede fuori dal paese, rispetto a loro mi sentivo un uomo di mondo. Per esempio, tutti erano gi andati a rubare le fragole, ma io aggiunsi all'operazione un tocco di raffinatezza, convincendoli a portarsi nel campo di fragole anche piatto, cucchiaio, latte e zucchero.
Nel magazzino della fabbrica dovevamo compilare da soli la lista dei lavori che avevamo eseguito, e venivamo pagati di conseguenza, a quanto pareva a nessuno di loro era mai venuto in mente di sfruttare il sistema a proprio favore e che fosse possibile imbrogliare. Cominciammo noi. Il cambiamento pi importante che avvenne in me dal punto di vista comportamentale fu per connesso alla comunicazione verbale, perch scoprii le possibilit che avevano le parole di vessare gli altri. Molestavo e tormentavo, manipolavo e ironizzavo, e mai, neanche una volta, gli altri si resero conto che le fondamenta su cui si basava quel potere erano cos fragili che sarebbe bastato un colpo ben assestato per mandarle in frantumi. Avevo un difetto di pronuncia! Non sapevo dire la r! Dopo essere stati presi in giro e ridicolizzati da me, a loro sarebbe bastato farmi il verso, e io ne sarei rimasto annientato. Invece non lo fecero mai.
O meglio, il fratello di Per, che aveva tre anni meno di me, ci prov una volta. Per e io stavamo parlando nella loro stalla, appena costruita dal padre accanto al garage, per far posto al cavallo di razza fjord che aveva comprato per la figlia Marit, la sorellina di Per e Tom. Avevamo bighellonato tutta la sera e alla fine eravamo finiti l, in quella stanza accogliente e calda che odorava di cavallo e fieno, quando Tom, a cui non piacevo, probabilmente perch gli requisivo il fratello che prima era sempre a sua disposizione, di colpo mi fece il verso.
Fovd Sievva? disse. E cosa sarebbe una Fovd Sievva?
Tom, intervenne Per con tono di rimprovero.
La Fovd Sievva  una macchina, ribattei. Non ne hai mai sentito parlare?
Mai sentito di una macchina che si chiama Fovd, insistette. E comunque non Sievva".
Tom! esclam Per.
Ah, vuoi dire Ford! disse Tom.
S, certo, risposi.
E allora perch non l'hai detto? Forrrrrd! Sierrrra!
Sparisci, Tom, gli intim Per. E visto che l'interpellato non dava segno di voler ubbidire, gli sferr un pugno su una spalla.
Ahia! piagnucol Tom. Piantala!
Sparisci, moccioso! gli disse il fratello prima di affibbiargli un altro cazzotto.
Tom scomparve, noi continuammo a parlare come se non fosse successo nulla.
Che quella fosse stata l'unica volta in cui uno dei ragazzini, che abitavano nella mia zona, avesse cercato di colpirmi in uno dei miei punti deboli era strano, visto che io non facevo altro che maltrattarli di continuo. Eppure era cos. L ero il re, il re dei bambinetti. Ma il mio potere era limitato. Quando spuntava qualcuno della mia et o che abitava gi nella valle, non aveva pi nessun valore. Ecco perch, come sempre, dovevo valutare e selezionare con cura il mio seguito.
Posai per un attimo i sacchetti per terra, aprii il giaccone e tirai su la sciarpa che mi avvolsi per bene intorno al viso, ripresi i sacchetti e proseguii. Il vento mi fischiava nelle orecchie, sollevando ovunque la neve e facendola turbinare in aria. Mancavano cinque chilometri alla casa di Jan Vidar, dovevo accelerare il passo. Mi misi a correre. I sacchetti mi pesavano tra le mani. Lungo la strada, sull'altro lato della curva spuntarono i fari di una macchina. La luce squarci il bosco immerso nel buio. Gli alberi sembrarono trasalire, uno dopo l'altro. Mi fermai, appoggiai un piede lungo il ciglio del fossato, dentro cui collocai delicatamente i sacchetti. Poi ripresi a camminare. Girai la testa quando la macchina mi super. Alla guida c'era un uomo anziano, che non conoscevo. Ripercorsi i venti metri e recuperai i sacchetti dal fossato, continuai la discesa, feci la curva, passai davanti alla casa di un vecchio che abitava l da solo, raggiunsi la piana, dove vidi le luci della fabbrica, attutite in quella oscurit satura di neve, superai la piccola fattoria in rovina, che quella sera era avvolta dalle tenebre, ed ero quasi arrivato all'ultima abitazione prima dell'incrocio che immetteva sulla strada principale, quando apparve un'altra macchina. Feci la stessa cosa di prima, appoggiai rapidamente i sacchetti nel fossato e continuai a camminare a mani vuote. Neanche questa volta era Gunnar. Dopo che l'auto mi ebbe superato, tornai indietro di corsa, presi le bottiglie e aumentai ulteriormente il passo: erano gi le sette e mezzo. Mi affrettai pi che potevo e quando stavo per sbucare sulla via principale, giunsero altre tre macchine. Riappoggiai i sacchetti. Speriamo che sia Gunnar, pensai, perch non appena fosse passato non avrei pi avuto bisogno di fermarmi e nascondere la birra ogni volta che sbucava un'automobile. Due delle vetture proseguirono in direzione del ponte, la terza gir superandomi. Niente Gunnar. Presi i sacchetti, arrivai sulla strada principale che seguii fino alla fermata dell'autobus, la oltrepassai, superai il negozietto all'antica, l'officina del meccanico, le vecchie villette, tutto immerso in un bagno di luce, tutto battuto dal vento, tutto deserto. Quasi giunto in cima a quell'interminabile salita, vidi arrivare i fari di un'altra macchina. Qui non c'era il fossato, appoggiai i sacchetti a ridosso dei cumuli di neve ammonticchiati lungo i lati della strada, e dal momento che si vedevano, mi allontanai in tutta fretta di qualche metro.
Guardai dentro l'abitacolo dell'automobile quando mi super. Questa volta era Gunnar. Anche lui si volt in contemporanea e quando mi riconobbe, fren. Lasciando una scia di neve che volteggiava rossiccia al bagliore delle luci dei freni, la vettura rallent piano lungo la discesa e quando finalmente si ferm, si mise a risalire la china in retromarcia. Il motore gemette.
Una volta che la macchina si blocc accanto a me, Gunnar apr la portiera.
Sei in giro a piedi con questo tempo? mi disse.
Gi".
Dove stai andando?
A una festa".
Dai, salta su, ti ci porto io".
No, non ce n' bisogno. Sono quasi arrivato. Non importa".
No, no, insistette Gunnar. Dai, monta".
Scossi la testa.
Siete gi in ritardo. Sono le sette e mezzo passate".
Ma no, figurati. Forza, sali.  l'ultimo dell'anno. Ci mancherebbe altro che tu te ne vada in giro a piedi con questo freddo. Ti accompagniamo noi. Fine della discussione".
Non potevo continuare a protestare senza destare sospetti.
Okay allora, dissi. Molto gentile da parte tua".
Ridacchi.
Sali dietro e poi dimmi dove devo andare".
Aprii la portiera e mi sedetti sul sedile posteriore. L dentro c'era un bel tepore. Harald, il loro figlio di quasi tre anni, era nel suo seggiolino e mi seguiva silenzioso con gli occhi.
Ciao Harald, gli dissi sorridendo.
Tove, che era seduta davanti, si gir verso di me.
Ciao Karl Ove. Che bello vederti".
Ciao, risposi. E buon Natale".
Allora si parte, riprese Gunnar. Immagino che dobbiamo andare dalla parte opposta, vero?
Annuii.
Scendemmo fino alla fermata dell'autobus, svoltammo e imboccammo nuovamente la salita. Quando superammo il punto dove avevo lasciato i sacchetti, non riuscii a trattenermi, ma mi chinai in avanti per controllare. Erano ancora l.
Dove devi andare? mi domand Gunnar.
Prima da un amico a Solsletta. Poi andiamo a Sm, a una festa".
Posso portarvi fin l, se vuoi".
Tove lo guard.
No, non  necessario, dissi. Siamo rimasti d'accordo di incontrarci con degli altri sull'autobus".
Gunnar aveva dieci anni meno di pap e lavorava in citt come revisore legale in uno studio piuttosto grande. Era l'unico dei figli maschi ad aver seguito le orme paterne: gli altri due erano entrambi insegnanti. Pap in un liceo a Vennesla, Erling in una scuola media a Trondheim. Erling era l'unico con cui usavamo l'epiteto di zio, era un tipo pi rilassato e non cos interessato al prestigio sociale come gli altri due. Da piccoli non erano molte le occasioni in cui ci capitava di vedere i fratelli di pap, ma ci piacevano molto, erano due mattacchioni, soprattutto Erling, ma anche Gunnar, che io e Yngve preferivamo, forse perch era relativamente pi vicino d'et. Aveva i capelli lunghi, suonava la chitarra, e oltretutto aveva una barca con un motore Mercury da venti cavalli nella sua casa al mare vicino a Mandal, dove in estate trascorreva lunghi periodi quando noi eravamo ancora piccoli. Gli amici di cui parlava erano avvolti nella mia mente da un'aura di mistero, in parte perch pap non ne aveva, in parte perch non li avevamo mai visti, erano solo persone che incontrava quando usciva in mare con la sua imbarcazione, e immaginavo le loro vite diurne come un'eterna crociera tra isolotti e scogli a bordo delle loro barche da corsa, i capelli biondi che svolazzavano al vento, i volti sorridenti, abbronzati e resi coriacei dal sole, mentre la sera e la notte giocavano a carte, suonavano la chitarra, quando a loro si univano anche le ragazze.
Ma ora si era sposato e aveva un figlio, e anche se possedeva ancora la barca, quell'aura di romanticismo legata a quell'esistenza trascorsa sul mare, si era dissolta. E con essa i capelli lunghi. Tove, sua moglie, che veniva da una famiglia dove il padre era a capo di un distretto di polizia nella contea del Trndelag, lavorava come insegnante in una scuola elementare.
Avete passato un bel Natale? mi chiese Tove voltandosi verso di me.
S, risposi.
Ho sentito dire che c'era anche Yngve, intervenne Gunnar.
Annuii. Yngve era il suo cocco, sicuramente perch era il maggiore e aveva trascorso molto tempo dai nonni quando Gunnar abitava ancora con loro. Ma probabilmente anche perch Yngve non era stato cos debole e frignone come me quando eravamo piccoli. Con Yngve si divertiva. Quando li incontravo, cercavo sempre di contrastare questa impressione, mi sforzavo di scherzare molto, fare battute, raccontare barzellette, per mostrare in questo modo che io ero di indole spensierata come loro, ero pronto a divertirmi come loro ed ero un tipico norvegese della costa meridionale come loro.
 ripartito qualche giorno fa, spiegai. Andava in un rifugio sul mare con degli amici".
S, ormai  diventato uno di Arendal! comment Gunnar.
Passammo davanti all'edificio adibito a casa di preghiera e punto di ritrovo di una setta protestante, superammo la curva che si snodava accanto al dirupo dove non batteva mai il sole, attraversammo il ponticello. I tergicristalli si muovevano avanti e indietro sul parabrezza. La ventola ronzava. Accanto a me Harald batteva le palpebre.
La festa  a casa di chi? domand Gunnar. Magari qualcuno della tua classe?
Una che frequenta la sezione parallela alla mia".
S, tutto cambia quando si comincia il liceo".
Anche tu andavi alla Katedralskolen, giusto? gli chiesi.
Certo, rispose e gir la testa in modo da guardarmi prima di concentrarsi nuovamente sulla strada. Il suo viso era lungo e stretto, come quello di mio padre, ma l'azzurro degli occhi era pi scuro, pi simile a quello del nonno che della nonna. La nuca era larga, come quella del nonno e della mia, mentre le labbra, che erano molto sensibili e quasi pi espressive dei suoi occhi e che facevano trapelare molto del suo stato d'animo, erano identiche a quelle di pap e di Yngve.
Arrivammo sulla piana e la luce dei fari, che fino a quel momento si era scontrata con alberi e rocce, muri delle case e pendii, finalmente trov spazio libero intorno a s.
 qui in fondo, dissi. Puoi lasciarmi vicino al negozio".
Bene". Rallent e si ferm.
Ciao e buon anno!
Buon anno anche a te, rispose Gunnar.
Dopo aver sbattuto la portiera, mi incamminai verso la casa di Jan Vidar mentre la macchina faceva inversione di marcia e si allontanava nella stessa direzione da cui eravamo arrivati. Quando scomparve, mi misi a correre. Adesso avevamo davvero i minuti contati. Scesi velocemente il pendio che sboccava nella loro propriet, vidi che in camera di Jan Vidar la luce era accesa, mi avvicinai e bussai sul vetro della finestra. Il suo viso apparve un secondo dopo, scrut nel buio con gli occhi socchiusi. Gli indicai la porta. Quando finalmente mi vide, annu e io mi diressi sull'altro della casa, dove c'era l'ingresso.
Mi dispiace, esordii. Ma le birre sono su a Krageboen. Dobbiamo muoverci e andare subito a prenderle".
E cosa ci fanno l? Perch non le hai prese?
Mentre stavo venendo da te,  passato mio zio. Ho fatto appena in tempo a mollarle sul bordo della strada prima che si fermasse. Poi ha insistito per accompagnarmi, cazzo. Non potevo dire di no, si sarebbe insospettito".
Oh, no. Che sfiga che abbiamo".
S, merda. Ma ora andiamo. Dobbiamo darci una mossa".
Qualche minuto dopo stavamo arrancando sul pendio che portava alla strada. Jan Vidar aveva il berretto calato sulla fronte, la sciarpa avvolta intorno alla bocca, il collo del giaccone tirato fin sopra le guance. L'unico dettaglio visibile del suo viso erano gli occhi, ma di poco, perch, quando i nostri sguardi si incrociarono, vidi che gli occhialetti rotondi alla Lennon che portava si erano appannati.
E ora gambe in spalla, dissi.
S, rispose.
Trottando, ma trascinando le gambe per non dar subito fondo a tutte le nostre forze, cominciammo a correre. Avevamo il vento a sfavore. La neve ci turbinava intorno. Mi lacrimavano gli occhi, anche se li tenevo quasi socchiusi. I piedi erano intirizziti, sembra che non volessero pi rispondere ai miei movimenti, ma erano rigidi come due pezzi di legno dentro gli scarponcini.
Il passaggio di una macchina, che pochi istanti dopo scomparve dietro la curva in fondo alla piana, evidenzi quanto fosse inconcludente la nostra andatura.
Possiamo camminare? grid Jan Vidar.
Annuii.
Spero soltanto che i sacchetti siano ancora l! dissi.
Cosa hai detto?
I sacchetti! Spero che non li abbia presi nessuno!
Ma se non c' in giro anima viva! esclam Jan Vidar.
Scoppiammo a ridere. Arrivati alla fine della piana, ricominciammo a correre. Su per la discesa, dove c'era la stradina sterrata che portava alla propriet vicino al fiume, dall'aspetto cos maestoso da sembrare una tenuta, sopra il ponticello, rasente il dirupo, davanti al garage fatiscente del meccanico, alla casa di preghiera e alle villette dipinte di bianco risalenti agli anni cinquanta, che si trovavano su ambo i lati della via, fino a quando arrivammo finalmente al punto in cui avevo lasciato i due sacchetti. Ne prendemmo uno a testa e tornammo indietro.
Quando raggiungemmo la casa di preghiera, sentimmo una macchina alle nostre spalle.
Facciamo l'autostop? disse Jan Vidar.
Perch no?
Con la mano sinistra stretta sui sacchetti e il pollice di quella destra piegato in direzione della carreggiata, ci fermammo prima di sorridere alla macchina in arrivo. Il conducente non si cur neanche di togliere gli abbaglianti. Riprendemmo a trottare.
Che facciamo se non ci caricano? disse Jan Vidar dopo un po'.
Vedrai che qualcuno lo troviamo che ci d un passaggio".
Ma se passano due macchine all'ora".
Visto che la fai lunga, hai qualcosa di meglio da proporre?
Non so. Ma da Richard c' un po' di gente".
E no, cazzo, adesso vedi di smetterla!
Stig e Liv sono a Kjevik insieme a degli amici. Anche questa potrebbe essere una soluzione".
Abbiamo detto Sm, no? E ora non puoi tirar fuori altri posti dove andare a Capodanno! L'ultimo dell'anno  adesso!
S, e ci troviamo sul ciglio della strada. Sai che divertimento!
Dietro di noi stava arrivando una vettura.
Vedi! esclamai. Un'altra macchina!
Non si ferm.
Quando ci trovammo nuovamente davanti alla casa di Jan Vidar, erano le otto e mezzo. Avevo freddo ai piedi e per un attimo fui sul punto di suggerire di dimenticarci delle birre e andare invece da lui a festeggiare il Capodanno con i suoi genitori. Stoccafisso ammollato nella liscivia al forno e bibite, gelato, torte e fuochi d'artificio. D'altronde era quello che avevamo sempre fatto. Quando incrociai il suo sguardo, mi resi conto che anche a lui era venuta in mente la stessa idea. Ma proseguimmo. Ci lasciammo alle spalle la zona residenziale, superammo la strada che portava alla chiesa, la curva e il gruppetto di case, dove abitava tra l'altro anche Kre, un compagno di classe.
Secondo te stasera Kre festeggia fuori? chiesi.
S,  da Richard".
Un motivo in pi per non andarci, replicai.
Non c'era niente di sbagliato in Kre, ma neppure niente di giusto. Aveva le orecchie grandi e a sventola, le labbra tumide, i capelli sottili, color sabbia, e gli occhi irosi. Era quasi sempre arrabbiato e aveva i suoi buoni motivi per esserlo. L'estate in cui avevo cominciato ad andare a scuola l, era stato ricoverato in ospedale con le costole e un polso rotti. Era andato in citt insieme al padre a prendere dei materiali, tra l'altro alcuni pannelli di legno, che avevano caricato nel carrello che avevano attaccato alla macchina, ma senza fissarli bene, cos quando erano arrivati al ponte di Varoddbrua, il padre aveva chiesto a Kre di scendere e di andare a sedersi nel carrello per tenerli fermi. Era rovinato a terra insieme ai pannelli, procurandosi numerose lesioni. Ne avevamo riso per tutto l'autunno ed era ancora una delle cose a cui si pensava quando compariva Kre.
Adesso che aveva il motorino, aveva cominciato a girare insieme agli altri ragazzi motorizzati come lui.
Sull'altro lato della curva abitava Liv, per cui Jan Vidar aveva sempre avuto un debole. A me non faceva impazzire. Aveva un bel corpo, ma al contempo c'era nel suo modo di fare e nel suo senso dell'umorismo qualcosa di mascolino che in un certo senso mettevano fuori gioco i seni e i fianchi. Inoltre una volta che ero seduto in autobus davanti a lei, aveva cominciato ad agitare le mani, in modo frenetico, rivolta ad alcune delle altre ragazze, dicendo: Oh, sono cos disgustose! Quelle manacce lunghe che si ritrova! Ma le avete viste?. Dal momento che non c'era stata la reazione attesa da parte delle altre, che invece mi stavano fissando, si gir verso di me e arross come non le avevo mai visto fare prima, cancellando cos ogni dubbio su chi, a suo avviso, avesse delle mani cos orripilanti.
L sotto c'era l'edificio che veniva usato come punto di ritrovo per i vari eventi cittadini, poi un pendio corto, ma ripido, che portava al negozio, dove cominciava la vasta pianura di Ryensletta, alla cui estremit si trovava l'aeroporto.
Credo che mi fumer una sigaretta, dissi indicando con la testa la fermata dell'autobus dall'altro lato dell'edificio. Ci fermiamo l un attimo?
Fuma pure, ribatt Jan Vidar. Tanto  l'ultimo dell'anno".
Perch non ci beviamo anche una birra? proposi.
Qui? A che scopo?
Ma sei arrabbiato?
Insomma...
Nooo, ma dai! dissi prima di togliermi il borsone che portavo sulle spalle, tirai fuori l'accendino e un pacchetto di sigarette, lo aprii e, dopo aver protetto la fiammella dal vento con una mano, mi accesi una sigaretta.
Vuoi? gli chiesi porgendogli il pacchetto.
Scosse la testa.
Tossii, il fumo che sembrava essersi appiccicato nella parte superiore della gola mi fece venire un conato di vomito.
Cazzo! esclamai.
Buono, eh? disse Jan Vidar.
Di solito non mi viene da tossire, ma mi  andato il fumo di traverso. Non  perch non ci sono abituato".
No, figuriamoci replic Jan Vidar. Succede a tutti quelli che fumano.  una cosa risaputa. Mia madre fuma da trent'anni. Ogni volta le va il fumo di traverso e tossisce".
Ah, ah".
Dal buio della curva spunt una macchina. Jan Vidar fece un passo in avanti e mostr il pollice. L'auto si ferm! Jan Vidar si avvicin e apr la portiera. Poi si gir verso di me, facendomi segno di raggiungerlo. Buttai via la sigaretta, mi misi il borsone in spalla, afferrai il sacchetto e mi avvicinai. Dalla vettura scese Susanne. Si chin in avanti, tir su la levetta e spinse in avanti il sedile. Poi mi guard.
Buongiorno, Karl Ove, mi disse.
Buongiorno, Susanne, risposi.
Jan Vidar era gi salito dentro l'oscurit della macchina. Il sacchetto con le bottiglie tintinn.
Vuoi metterlo dietro? chiese Susanne.
No, dissi. Va bene cos".
Salii prima di appoggiare il sacchetto, poi lo tenni stretto tra le gambe. Susanne si accomod. Terje, che sedeva al volante, gir la testa e mi guard.
Fate l'autostop a Capodanno?
Nooo... intervenne Jan Vidar, come se volesse dire che quello in realt non era fare l'autostop. Stasera abbiamo avuto una sfiga terribile".
Terje mise in prima, gli pneumatici slittarono a fatica per qualche metro prima che alle ruote arrivasse la spinta del motore, poi scivolammo gi per la discesa e proseguimmo lungo la piana.
Dove dovete andare, ragazzi? ci domand Terje.
Ragazzi.
Che stronzo.
Come faceva ad andare in giro con la permanente pensando di essere fico? Credeva davvero di sembrare un duro con quei baffi e i capelli conciati cos?
Cresci di statura. Dimagrisci di venti chili. Tagliati i baffi. Tagliati i capelli. Poi ne riparliamo.
Come faceva Susanne a stare con uno cos?
Andiamo a Sm, a una festa, dissi. Voi?
Noi ci fermiamo a Hamre. Alla festa di Helge. Ma possiamo portarvi fino all'incrocio di Timenes, se volete".
Benissimo, disse Jan Vidar. Grazie mille".
Gli lanciai un'occhiata, ma stava guardando fuori dal finestrino e quindi non vide il mio sguardo.
Chi c' da Helge? chiese.
La solita cricca, rispose Terje. Richard, Ekse, Molle, Jgge, Hebbe, Tjdi. E Frode, John, Joms e Bjrn".
Niente ragazze?
S, s, certo. Non penserai mica che siamo del tutto tarati?
E chi?
Kristin, Randi, Kathrine, Hilde... Inger, Ellen, Anne Kathrine, Rita, Vibecke... Perch, hai voglia di venire anche tu?
Stiamo andando a un'altra festa, intervenni prima che Jan Vidar riuscisse ad aprire bocca. E cominciamo a essere davvero in ritardo".
Di sicuro, se dovete fare l'autostop, comment Terje.
Davanti a noi spuntarono le luci dell'aeroporto. Sull'altro lato del fiume, che attraversammo subito dopo, la piccola discesa da slalom che si stendeva sotto la scuola era immersa in un bagno di luce. La neve sembrava arancione.
Come va all'istituto tecnico commerciale, Susanne? dissi.
Bene, rispose, seduta immobile davanti a me. E tu al liceo?
Bene".
Sei in classe con Molle, vero? domand Terje lanciandomi una rapida occhiata.
Esatto".
 la classe con ventisei ragazze, no?
S".
Scoppi a ridere.
Chiss che baldoria, eh?
Su un lato della strada apparve il campeggio, coperto di neve e abbandonato, sull'altro la piccola casa di preghiera, il supermercato e la stazione di benzina della Esso. Lo spazio aereo sopra i tetti delle case che si annidavano fitte lungo tutta la collina era pieno dei bagliori di luce provocati dai fuochi d'artificio. Nel parcheggio un gruppetto di bambini era assiepato intorno a un fuoco d'artificio, che sputava verso l'alto piccole sfere di luce che esplodevano scintillando. Alcune macchine stavano sfilando lentamente lungo la via che per un pezzo si snodava parallela alla nostra. Dall'altra parte c'era la spiaggia. L'insenatura era coperta da uno strato bianco di ghiaccio, che alcuni metri pi in l si incrinava e spariva in un mare di nero.
Ma che ore sono? chiese Jan Vidar.
Le nove e mezzo, rispose Terje.
Cazzo. Non ce la facciamo a ubriacarci prima di mezzanotte, sbott Jan Vidar.
Dovete essere a casa per quell'ora?
Ah, ah, fece Jan Vidar.
Qualche minuto dopo Terje si ferm davanti alla fermata dell'autobus, all'incrocio di Timenes. Scendemmo. Ci piazzammo con i nostri sacchetti sotto la tettoia.
L'autobus non passava alle otto e dieci? disse Jan Vidar.
S. Magari  in ritardo?
Scoppiammo a ridere.
Fanculo! Adesso per possiamo berci una birra, annunciai.
Non ero capace di aprirla con l'accendino e la diedi a Jan Vidar. Senza dire una parola, fece saltare via i tappi di due bottiglie e me ne porse una.
Ahhh, che goduria, dissi passandomi il dorso della mano sulla bocca. Se adesso ce ne scoliamo due o tre, ci facciamo il fondo per dopo".
Mi si stanno congelando i piedi. A te, no?
S, in effetti".
Mi portai la bottiglia alla bocca e bevvi il pi a lungo possibile. Quando l'abbassai, era rimasto soltanto un dito di birra. Lo stomaco era pieno d'aria e di schiuma. Provai a ruttare, ma invece dell'aria sentii in bocca un rigurgito di schiuma.
Me ne apri un'altra? dissi.
S, certo. Per non possiamo rimanere qui impalati tutta la sera".
Fece saltare un altro tappo, mi porse la bottiglia. Me la portai alla bocca e chiusi gli occhi concentrato. Riuscii a mandarne gi un po' pi di met. Segu un altro rigurgito di schiuma.
Oh, cazzo, esclamai. Certo che non  il massimo bere la birra in fretta".
La strada dove ci trovavamo era l'arteria principale che collegava le varie cittadine della Norvegia meridionale. Di solito era molto trafficata, ma nei dieci minuti che eravamo l erano passate soltanto due automobili, entrambe dirette verso Lillesand.
Illuminata dalla forte luce dei lampioni, l'aria era piena di neve che turbinava incessantemente. Il vento, che i cristalli di neve rendevano visibile, cresceva e diminuiva a ondate, a volte in modo lento e ampio, a volte con movimenti bruschi e vorticosi. Jan Vidar batteva i piedi l'uno contro l'altro, l'uno contro l'altro, l'uno contro l'altro...
E bevi! gli dissi. Mi scolai l'ultima met e poi buttai la bottiglia vuota tra gli alberi dietro la tettoia.
Un'altra! aggiunsi.
Tra un po' vomiti, comment Jan Vidar. Vedi di darti una calmata".
E dai! Ancora una. Sono quasi le dieci, cazzo".
Fece saltare il tappo di un'altra bottiglia e me la diede.
E adesso che facciamo? disse.  troppo lontano per andarci a piedi. L'autobus  gi passato. Qui non ci sono macchine per fare l'autostop. E neanche un telefono nelle vicinanze, almeno potevamo chiamare qualcuno".
Moriremo qui, proclamai.
Ehi! esclam Jan Vidar. Sta arrivando un autobus. Uno-di-quelli-per-Arendal!
Mi stai prendendo in giro? dissi alzando lo sguardo verso la salita. Non stava scherzando, in quel momento, dopo la curva, stava arrivando un autobus, splendido e alto.
Muoviti, butta via la bottiglia. E vedi di fare un bel sorriso".
Tese la mano. L'autobus mise la freccia e si ferm, apr le porte.
Due biglietti per Sm, disse Jan Vidar porgendo all'autista una banconota da cento corone. Sbirciai in direzione del corridoio. Era buio, e completamente vuoto.
Quelle dovete aspettare a berle, comment l'autista mentre prendeva il resto dal marsupio. Inteso?
Ma certo, rispose Jan Vidar.
Ci sedemmo a met corridoio. Jan Vidar si appoggi allo schienale e premette i piedi contro il divisorio che ci separava dalle porte centrali.
Ahhh, che meraviglia, dissi. Senti che calduccio".
Mmm".
Mi chinai in avanti per slacciarmi le scarpe.
Hai l'indirizzo del posto dove dobbiamo andare? gli domandai.
Elgstien qualcosa, disse. Pi o meno so dov'".
Mi tolsi le scarpe e mi massaggiai i piedi. Quando arrivammo al piccolo distributore automatico di benzina, che esisteva da tempi immemorabili e che da sempre stava a indicare che eravamo in prossimit di Kristiansand quando abitavamo ad Arendal e andavamo a trovare i nonni, mi infilai le scarpe, le allacciai ed ero pronto a scendere proprio nel momento in cui l'autobus si accost alla fermata davanti al ponte di Varoddbrua.
Buon anno! grid Jan Vidar all'autista prima di saltare gi nel buio dietro di me.
Anche se in macchina ero passato di l un'infinit di volte, non avevo mai messo piede in quel posto, se non in sogno. Il ponte di Varoddbrua era uno di quei luoghi che sognavo molto spesso. A volte mi trovavo ai piedi di quella struttura e osservavo dal basso il pilone che si ergeva come un gigante, a volte ci camminavo sopra. In quel caso il parapetto spariva e io dovevo mettermi a sedere sull'asfalto cercando un appiglio, o il ponte si spezzava di colpo e io scivolavo inesorabilmente verso il bordo. Quando ero pi piccolo, era quello di Tromybrua ad assolvere nei miei sogni quella funzione. Adesso era questo.
Mio padre era presente all'inaugurazione, dissi indicando con la testa il ponte mentre attraversavamo la strada.
Fortunato lui, rispose Jan Vidar.
Scarpinammo in silenzio verso la zona residenziale. Di solito da l si godeva una vista fantastica, era possibile scorgere Kjevik e il fiordo, che da un lato penetrava nell'entroterra, dall'altro sfociava in lontananza nel mare. Ma quella sera era tutto buio pesto.
Non ti sembra che il vento sia calato leggermente? dissi dopo un po'.
A quanto pare, rispose Jan Vidar, girandosi verso di me. Le birre che hai bevuto ti stanno facendo effetto?
Scossi la testa.
Niente. Sprecate".
Mentre camminavamo, ci trovammo circondati da case che spuntavano da tutte le parti. Alcune erano vuote e buie, altre piene di gente vestita a festa. Su qualche veranda alcuni stavano sparando fuochi d'artificio. Da un'altra parte vidi un gruppo di bambini che agitavano al vento le stelle filanti. Avevo di nuovo i piedi ghiacciati. Tenevo le dita della mano, quella che non stringeva il sacchetto, appallottolate dentro la muffola, senza che questo servisse a scaldarle. Ma eravamo quasi arrivati, a detta di Jan Vidar, che subito dopo si ferm in mezzo a un incrocio.
Allora, c' una Elgstien lass, spieg. Un'altra l sopra. Poi una scende laggi e un'altra l. Scegli tu. Quale prendiamo?
Ci sono quattro vie che si chiamano Elgstien?
A quanto pare. Ma quale scegliamo? Usa il tuo istinto femminile".
Femminile? Perch aveva detto una cosa cos? Pensava che fossi effeminato?
Che cosa intendi dire? Perch secondo te avrei un istinto femminile?
E dai, Karl Ove! disse. Allora, da che parte?
Indicai in alto a destra. Ci incamminammo. Dovevamo andare al numero tredici. Il numero della prima casa era il ventitr, quello della seconda il ventuno, avevamo imboccato la direzione giusta.
Qualche minuto dopo eravamo davanti alla casa. Era stata costruita negli anni settanta e aveva un'aria alquanto fatiscente. Il vialetto non era stato spalato, e da parecchio, a giudicare dal sentiero di orme profonde fino al ginocchio che si snodava fino all'ingresso.
Come si chiama quello che ha organizzato la festa? gli domandai quando ci fermammo davanti alla porta.
Jan Ronny, disse Jan Vidar prima di suonare il campanello.
Jan Ronny?
Si chiama cos".
La porta si apr e ci trovammo davanti quello che doveva essere il padrone di casa. Aveva i capelli corti, biondi, le guance coperte di brufoli e lungo la radice del naso, una catenina d'oro al collo, jeans neri, una camicia di flanella alla boscaiola e calze da tennis bianche. Sorrise mentre indicava la pancia di Jan Vidar.
Jan Vidar! disse.
In carne e ossa, rispose l'interpellato.
E tu... continu puntando l'indice verso di me. Kai Olav!
Karl Ove, dissi.
What the fuck! Entrate! Siamo qua dentro!
Ci togliemmo i giacconi nell'ingresso, poi lo seguimmo gi per le scale fino alla taverna. C'erano cinque persone. Stavano guardando la tv. Il tavolino davanti a loro era pieno di bottiglie di birra, ciotole di patatine, pacchetti di sigarette e di tabacco. yvind, che sedeva sul divano con le braccia intorno alla sua ragazza, Lene, che andava solo in settima, ma era comunque carina e cos sfacciata che non veniva spesso da pensare alla differenza d'et esistente tra i due, ci sorrise quando entrammo.
Ciao! disse. Sono contento che ce l'avete fatta a venire!
Ci present gli altri. Rune, Jens ed Ellen. Rune faceva la nona, Jens ed Ellen l'ottava, mentre Jan Ronny, che era il cugino di yvind, frequentava una scuola professionale, macchine e meccanica. Nessuno di loro si era vestito a festa. Neanche una camicia bianca.
Che cosa state guardando? domand Jan Vidar mentre si accomodava sul divano prima di tirarsi fuori una birra. Io rimasi in piedi vicino alla parete, sotto la finestra bassa della taverna, che all'esterno era coperta di neve.
Un film di Bruce Lee, spieg yvind.  quasi finito. Ma abbiamo anche Addio al celibato e uno dell'Ispettore Callaghan. Jan Ronny ne ha anche altri. Cosa volete vedere? Per me  indifferente".
Jan Vidar si strinse nelle spalle.
Per me  uguale. Tu che ne dici, Karl Ove?
Feci spallucce.
Avete un apribottiglie? chiesi.
yvind si allung per prendere un accendino dal tavolino e me lo lanci. Ma io non ero capace di usarlo per aprire le bottiglie e non potevo neanche chiedere a Jan Vidar di farlo per me, sarebbe stato troppo da gay.
Presi una birra dal sacchetto e mi infilai il collo della bottiglia tra i denti, lo feci scivolare leggermente in avanti in modo che il tappo fosse proprio sopra il molare, poi diedi un morso. Il tappo si stacc con uno schizzo di schiuma.
Non farlo! esclam Lene.
Non c' problema, dissi.
Bevvi tutto d'un fiato, ma a parte tutta l'anidride carbonica che mi ingolf lo stomaco d'aria e che mi costrinse a deglutire i piccoli rigurgiti che mi riempirono la bocca, non sentii nessun effetto. E non ce l'avrei fatta a scolarmene un'altra allo stesso modo.
Avvertii un fastidioso formicolio ai piedi quando cominciarono a scaldarsi.
Avete qualcosa di pi forte da bere? domandai.
Scossero la testa.
Soltanto birra, purtroppo, disse yvind. Te ne possiamo dare una, se vuoi".
Ho le mie, grazie, risposi.
yvind sollev la bottiglia.
Svuotiamo e dimentichiamo! proclam.
Svuotiamo e dimentichiamo! dissero gli altri mentre si toccavano a vicenda il collo delle bottiglie facendole tintinnare. Risero.
Presi il pacchetto di sigarette dal sacchetto, e me ne accesi una. Pall Mall light, non era certo tra le pi forti, e adesso che me ne stavo l con quella sigaretta tutta bianca in mano, dove anche il filtro era dello stesso colore, mi pentii di non aver comprato le Prince. Ma per tutto il tempo i miei pensieri erano sempre stati concentrati sulla festa a cui saremmo andati dopo mezzanotte, quella organizzata dalla mia compagna di classe Irene, e l le Pall Mall non avrebbero dato particolarmente dell'occhio. Inoltre erano quelle che fumava Yngve. O perlomeno quell'unica volta in cui l'avevo visto fumare, una sera in giardino mentre mamma e pap erano da Alf, lo zio di pap.
Adesso si trattava di aprire un'altra bottiglia. Non volevo usare nuovamente i denti, qualcosa mi diceva che prima o poi sarebbe andata a finire male, che prima o poi il dente avrebbe ceduto e si sarebbe rotto. E ora che avevo mostrato di essere capace di farlo, forse non sarebbe sembrata una cosa da gay lasciare che ci pensasse Jan Vidar.
Andai da lui, presi qualche patatina dalla ciotola sul tavolino.
Me la apri?
Annu, senza staccare gli occhi dal film.
Nell'ultimo anno si era dato alla kickboxing. Me ne dimenticavo sempre, venivo puntualmente colto di sorpresa quando mi invitava ad assistere a un incontro o a qualcosa di simile. Ovviamente mi ero sempre rifiutato di andarci. Ma quello era Bruce Lee, combattere era tutto e Jan Vidar sapeva che cosa volesse dire.
Con la bottiglia di birra in mano ritornai al mio posto accanto alla parete. Nessuno disse niente. yvind mi guard.
Siediti, Karl Ove, disse.
Sto bene qui".
Comunque, alla salute! esclam alzando la bottiglia verso la mia. Feci due passi in avanti per brindare con lui. Il collo delle due bottiglie tintinn.
yvind era grande per la sua et e incredibilmente robusto. Aveva il fisico di un adulto. Era anche buono e gentile, sembrava che non si curasse di quello che avveniva intorno a lui, o affrontava tutto in maniera tranquilla e rilassata. Come se fosse immune al mondo. Suonava la batteria con noi, certo, perch no. Era insieme a Lene, certo, perch no. Non parlava molto con lei, se la trascinava in giro quando incontrava gli amici, niente di male, Lene voleva stare insieme a lui, pi che con chiunque altro. Una volta ci avevo provato, un paio di mesi prima, soltanto per sondare il terreno, ma anche se avevo due anni di pi, non aveva mostrato il minimo interesse. Ah, che cosa ridicola. Circondato com'ero da ragazze del liceo, dovevo andare a cercare proprio lei? Una di settima? Ma sotto la maglietta sembrava avere un bel seno. Quella mi sarebbe piaciuto togliergliela. Avevo ancora voglia di sentire i suoi seni tra le mani, liceale o no. E non c'era niente, n nel suo fisico, n nel suo modo di fare, che potesse far pensare che avesse soltanto quattordici anni.
Mi portai la bottiglia alla bocca e la scolai tutta d'un fiato. Adesso per basta tracannare birra cos, pensai quando l'appoggiai sul tavolino e ne aprii un'altra con i denti. Avevo la pancia piena di anidride carbonica. Ancora un goccio, e mi sarebbe uscita la schiuma dalle orecchie. Per fortuna erano quasi le undici. Alle undici e mezzo saremmo potuti andarcene da l. Se non fosse stato per quello, avrei tagliato la corda gi da un pezzo.
Quello che si chiamava Jens di colpo si alz per met sul divano, afferr un accendino dal tavolino e se lo mise dietro al sedere.
E vai! esclam.
Scoreggi mentre accendeva l'accendino, dal didietro si lev una piccola fiammella. Rise. E anche gli altri.
E smettila! disse Lene.
Jan Vidar sorrise, ma facendo attenzione a non incrociare il mio sguardo. Con la bottiglia in mano attraversai la stanza e mi diressi verso la porta all'altro capo della taverna. L dentro c'era un cucinino. Mi appoggiai al ripiano della cucina. La casa si ergeva su un pendio, e l la finestra, posizionata al di sopra del livello della strada, dava sul retro del giardino. Due pini oscillavano al vento. Pi in basso c'erano altre case. Attraverso la finestra di una di esse vidi tre uomini e una donna che parlavano con ognuno il proprio bicchiere in mano. Gli uomini in abito scuro, la donna con un vestito nero senza maniche. Andai all'altra porta che c'era nella stanza e l'aprii. Una doccia. Alla parete era appesa una muta da sub. Per, pensai mentre chiudevo la porta e ritornavo nella taverna. Gli altri erano seduti come prima.
Senti qualcosa? mi domand Jan Vidar.
Scossi la testa.
No, niente. Tu?
Sorrise.
Un po'".
Mi sa che tra non molto ce ne dobbiamo andare, dissi.
Dove? chiese yvind.
Su all'incrocio. Dove si ritrovano tutti a mezzanotte".
S, ma cazzo, sono soltanto le undici! E ci andiamo anche noi. Possiamo andarci assieme, cazzo".
Mi guard.
E poi che ci vai a fare adesso?
Mi strinsi nelle spalle.
Sono rimasto d'accordo con altri che ci saremmo visti l".
Ma s che vi aspettiamo, intervenne Jan Vidar.
Erano le undici e mezzo quando ci avviammo. Quel quartiere residenziale cos silenzioso, dove, a eccezione di qualche sagoma su una veranda o in un vialetto, fino a mezz'ora prima non c'era anima viva, adesso era pieno di vita e movimento. Dalle case uscivano fiumi di persone tutte agghindate. Donne con il cappotto sulle spalle, il bicchiere in mano e ai piedi scarpe eleganti con il tacco alto, uomini con il palt sopra il vestito, scarpe di vernice e sacchetti di fuochi d'artificio in mano, bambini eccitati che correvano tra di loro, molti che stringevano tra le dita stelle filanti accese, l'aria era satura di grida e risate. Io e Jan Vidar camminavamo con il rispettivo sacchetto di plastica bianco con la birra accanto a quei ragazzini brufolosi delle medie, in abiti da tutti i giorni, con cui avevamo trascorso la serata. O meglio, non esattamente accanto a loro. Nel caso ci fossimo imbattuti in qualcuno della scuola che conoscevo, facevo in modo di precederli sempre di qualche passo. Fingevo di guardarmi in giro e mostrare interesse per una cosa o per l'altra, cos che chi ci vedeva non avrebbe potuto capire che facevamo parte del loro gruppo. E in effetti era vero. Io avevo un bell'aspetto, la camicia era bianca, le maniche arrotolate, come Yngve mi aveva detto quell'autunno che andavano portate; sopra la giacca e i pantaloni neri, che sembravano quelli di un completo, indossavo un cappotto grigio, ai piedi avevo le mie Doc Martens, e intorno ai polsi dei braccialetti di cuoio. I capelli erano lunghi sulla nuca e corti, quasi a spazzola, in cima. L'unica nota stonata era il sacchetto con la birra. Ne ero dolorosamente consapevole. Quel dettaglio era anche ci che mi accomunava a quel branco di straccioni che mi seguiva dondolando perch i sacchetti con la birra ce li avevano anche loro, nessuno escluso.
All'incrocio, che si trovava su un'altura ed era diventato un punto di ritrovo perch da l sopra si poteva vedere tutta l'insenatura, c'era una confusione infernale. Era fitto di gente, la maggior parte ubriaca, e tutti volevano sparare fuochi d'artificio. Si sentivano botti e scoppi dappertutto, l'odore acro della polvere da sparo penetrava nelle narici, il fumo appestava l'aria, e sotto la volta celeste coperta da nuvole basse i razzi esplodevano uno dopo l'altro in mille colori. Il cielo tremava per via di tutte quelle luci, come se da un momento all'altro fosse sul punto di squarciarsi e aprirsi.
Ci fermammo al margine di quella confusione. yvind, che aveva con s dei fuochi d'artificio, ne tir fuori uno, enorme, che sembrava un candelotto di dinamite, e se lo piazz davanti ai piedi. Vacillava mentre lo preparava. Jan Vidar parlava a ruota libera, come faceva quando era ubriaco, con un sorriso stampato sulle labbra. Adesso stava conversando con Rune. Si erano trovati sulla kickboxing. I suoi occhiali continuavano ad appannarsi, ma adesso non si prendeva pi la briga di toglierseli per pulirli. Io mi mantenevo dietro di loro a qualche passo di distanza mentre scrutavo la folla. Quando esplose il primo razzo e una luce rossa schizz via accanto a me simile a un rigurgito, sobbalzai. yvind rideva di gioia.
Niente male! grid. Ne spariamo subito un altro? chiese prima di posizionarne un secondo e, senza attendere risposta, lo accese. Un attimo dopo il fuoco d'artificio cominci a vomitare palline di luce e, il fatto che avvenisse seguendo una specie di ritmo, eccit yvind a tal punto che si mise a frugare in modo quasi febbrile per trovarne un terzo da sparare prima che si spegnesse il primo.
Ah, ah, ah! rise.
Accanto a noi un uomo con una giacca azzurra, la camicia bianca e una cravatta di pelle rossa fin a gambe all'aria dentro un cumulo di neve al bordo della strada. Una donna, che portava un paio di scarpe con i tacchi alti, lo raggiunse correndo e lo tir per un braccio, ma non in modo abbastanza forte da rimetterlo in piedi, ma con forza sufficiente da incitarlo con quel gesto a farcela da solo. L'uomo si spazzol via la neve dai vestiti mentre guardava fisso in avanti, come se non fosse appena finito dentro quel cumulo, ma si fosse semplicemente fermato per tenere sotto controllo la situazione. Sulla tettoia della fermata dell'autobus due ragazzi stringevano ognuno il proprio razzo puntandoli di traverso. Dopo averli accesi, li tennero tra le mani mentre sibilavano e crepitavano, poi, girata la testa di lato, li lasciarono andare. I due fuochi d'artificio schizzarono via verso l'alto e, dopo aver percorso un paio di metri, esplosero con una tale forza e potenza da far voltare tutte le persone l intorno.
Jan Vidar, dissi. Mi apri anche questa?
Sorridendo fece saltare il tappo della bottiglia che gli avevo dato. Finalmente cominciavo a sentire qualcosa, ma non si trattava n di gioia n di una specie d'oscurit, ma piuttosto di un intontimento dei sensi che mi stava assalendo velocemente. Bevvi, accesi una sigaretta, guardai l'orologio. Mezzanotte meno dieci.
Mancano dieci minuti! dissi.
Jan Vidar annu prima di rimettersi a parlare con Rune. Avevo deciso che avrei aspettato ad andare a cercare Irene passata la mezzanotte. Prima di quell'ora quelli che erano alla sua festa sarebbero rimasti insieme, si sarebbero abbracciati facendosi gli auguri di buon anno, si conoscevano da prima, erano amici, una compagnia, come ce l'avevano tutti quelli che frequentavano il liceo, e rispetto a quel gruppo ero ancora un estraneo per potermi mescolare a loro in quei momenti. Dopo la mezzanotte tutto si sarebbe allentato, sarebbero rimasti l a bere, non sarebbero rientrati subito, ma in tempi relativamente brevi, e in quella situazione, di stacco, di improvvisazione, avrei potuto avvicinarmi, fare due chiacchiere, e quasi per caso, o perlomeno senza far vedere che ci tenessi particolarmente, mi sarei aggregato al gruppo e sarei andato via con loro.
Il problema era Jan Vidar. Voleva davvero venire con me? C'erano solo persone che non conosceva e con cui avevo pi cose in comune di lui. Dava l'idea di trovarsi a suo agio mentre era l a chiacchierare, no?
Ah, dovevo chiederglielo. Se non voleva, pace. Io, comunque, non avrei pi rimesso piede in quella taverna di merda, poco ma sicuro.
Eccola.
Era qualche metro pi in su, forse una trentina rispetto a noi, circondata dai suoi invitati. Cercai di contarli, ma al di l della cerchia degli amici pi stretti era difficile indovinare chi facesse parte della sua festa e chi no. Per ero sicuro che fossero tra le dieci e le dodici persone. Avevo gi visto quasi tutte quelle facce, era con loro che se ne stava durante l'intervallo. Bella non era di certo, aveva un accenno di doppio mento e le guance un po' troppo paffute, senza essere per niente grassa, gli occhi azzurri e i capelli biondi. Era piccola di statura e aveva qualcosa che la faceva somigliare a una papera. Ma niente di tutto questo scalfiva l'opinione che gli altri avevano di lei perch possedeva qualcos'altro, che era pi importante: era un punto di riferimento. Ogni volta che entrava da qualche parte e apriva bocca, contava solo quello che era e ci che aveva da dire. Usciva tutti i fine settimana, in citt o a feste private, se non era in montagna a sciare in qualche impianto sportivo o si era recata all'estero a vedere qualche grande citt. Sempre con la sua compagnia. Io le compagnie le odiavo, davvero, e quando se ne stava l a raccontare tutto quello che aveva fatto di recente, odiavo anche lei.
Quella sera indossava un cappotto blu scuro, lungo fino al ginocchio. Sotto intravidi un vestito azzurro e un paio di collant color carne. In testa aveva un... s, doveva essere... un diadema? Come una principessa del cazzo?
Intorno a me la confusione e il baccano erano aumentati gradualmente. Adesso non si sentiva altro che botti, esplosioni e grida da tutte le parti. Cos, come se giungessero dall'alto, come se Dio in persona manifestasse la sua gioia per l'arrivo del nuovo anno. Cominciarono a suonare le sirene. L'entusiasmo intorno a noi crebbe. Guardai l'orologio. Mezzanotte.
Jan Vidar incroci il mio sguardo.
 mezzanotte! grid. Buon anno!
Si diresse verso di me barcollando.
No, cazzo, non aveva mica pensato di venirmi ad abbracciare?
Invece s, mi butt le braccia al collo mentre premeva la sua guancia sulla mia.
Buon anno, Karl Ove, disse. E grazie per quello appena passato!
Buon anno, risposi. I peli ispidi della barba incolta si strofinarono sulla mia guancia liscia. Mi affibbi due pacche sulla schiena prima di fare un passo indietro.
yvind! esclam, andando verso di lui.
Perch cazzo aveva dovuto abbracciarmi? A che pro? Non lo facevamo mai. Non eravamo tipi da abbracciarci, noi, proprio no.
Che stronzata tutto quanto.
Buon anno, Karl Ove! disse Lene. Mi sorrise e io mi chinai in avanti e l'abbracciai.
Buon anno. Sei cos carina".
Il suo viso, che fino a un secondo prima si era mosso ovunque per prendere parte a tutto quello che accadeva, rimase come paralizzato.
Cosa hai detto?
Niente, risposi. Grazie per l'anno appena finito".
Sorrise.
Ho sentito quello che hai detto. Grazie altrettanto".
Quando si gir, avevo l'uccello duro.
Oh, ci mancava anche quella.
Finii la mia birra. Nel sacchetto ne erano rimaste soltanto tre. Avrei dovuto conservarle per dopo, ma dovevo pur far qualcosa, cos ne presi una, l'aprii con i denti e cominciai a scolarmela. Mi accesi anche una sigaretta. Erano i miei strumenti, la mia corazza. Una sigaretta in una mano, una bottiglia di birra nell'altra. Me ne stavo l cos e le alzavo verso la bocca, prima una poi l'altra. Sigaretta, birra, sigaretta, birra.
A mezzanotte e dieci diedi una pacca a Vidar, dicendogli che facevo un salto a salutare gente che conoscevo e che sarei tornato subito, non ti muovere, annu, mi feci largo tra la gente per raggiungere Irene. All'inizio non mi vide, era di spalle e stava parlando con altre persone.
Ciao, Irene! esordii.
Visto che non si volt, probabilmente perch la mia voce non si distingueva abbastanza tra tutto quel chiasso che ci circondava, fui costretto a toccarla leggermente su una spalla. Una mossa pessima, era una richiesta troppo diretta, toccare qualcuno sulla spalla non  come imbattersi per caso in una persona, comunque dovevo pur fare un tentativo.
Comunque lei si gir.
Karl Ove, disse. Cosa ci fai qui?
Siamo a una festa qua nei paraggi. Ti ho visto e ho pensato di venirti a fare gli auguri di buon anno. Buon anno!
Buon anno! Ti stai divertendo?
Certo! dissi. E tu?
S".
Ci fu una breve pausa.
Hai organizzato una festa? domandai.
S".
Nelle vicinanze?
S, abito laggi".
Indic un punto verso l'alto.
In quella casa l? dissi, facendo un cenno con la testa nella stessa direzione.
No, dietro. Non si vede dalla strada".
Posso venirci anche io? Cos possiamo parlare un po'? Mi piacerebbe".
Scosse la testa mentre arricciava il naso con espressione ironica.
Non credo, rispose. Non  una festa di classe, come puoi vedere".
S, lo so. Ma soltanto per fare due chiacchiere? Niente di pi. Sono anch'io a una festa, non lontano da qui".
Allora ritornaci! sentenzi. Tanto ci vedremo a scuola nell'anno nuovo!
Mi aveva spiazzato completamente, dopo quelle parole non c'era pi niente da dire.
 stato un piacere vederti, dissi. Mi sei sempre piaciuta".
Poi mi girai e tornai indietro. Mi era costato dirle che mi era sempre piaciuta, perch non era vero, perlomeno la mia affermazione sarebbe servita a distrarla dal fatto che l'avevo pregata di andare alla sua festa. Adesso avrebbe creduto che l'avevo implorata perch volevo provarci con lei. E che l'avevo fatto soltanto perch ero ubriaco. Chi non lo fa all'ultimo dell'anno?
Brutta troia. Brutta troia di merda.
Niente festa, comunicai. Non abbiamo il permesso di andarci".
Perch no? Avevo capito che li conoscevi".
Sono ammessi solo gli invitati. E noi non lo siamo. Che situazione del cazzo".
Jan Vidar sbuff.
E allora torniamo dove eravamo prima. Non era poi cos male".
Lo fissai attonito, a bocca aperta, cos avrebbe capito l'antifona. Ma non avevamo scelta. Non potevamo telefonare a suo padre prima delle due. E poi non si chiamava a mezzanotte e dieci la notte di Capodanno. Fu cos che mi rimisi alla testa di quel branco di ragazzini delle medie, pieni di brufoli e vestiti in modo dozzinale, per riattraversare il quartiere residenziale di Sm quella ventosa sera dell'ultimo dell'anno 1984/1985.
Alle due e venti il padre di Jan Vidar ferm la macchina davanti alla casa. Noi lo stavamo gi aspettando. Io, che ero il meno ubriaco, mi sedetti davanti mentre Jan Vidar, che fino a un'ora prima se ne era andato in giro saltellando con in testa un paralume, si accomod dietro, come avevamo pianificato. Fortunatamente aveva vomitato e dopo aver bevuto qualche bicchiere d'acqua ed essersi sciacquato per bene la faccia sotto il rubinetto, era stato in grado di telefonare a suo padre per dirgli dove eravamo. Non era stato molto convincente, ero accanto a lui e avevo sentito come sembrava quasi rigurgitare la prima parte di una parola per poi deglutire l'ultima, comunque era riuscito a biascicare l'indirizzo, del resto i nostri genitori non potevano di certo credere che ci saremmo tenuti lontani dall'alcol in occasioni come quella, no?
Buon anno, ragazzi! ci disse suo padre quando fummo saliti in macchina. Vi siete divertiti?
S, risposi. C'era un sacco di gente in giro a mezzanotte. Un casino! Come  andata a Tveit?
Tutto tranquillo, afferm, appoggi il braccio dietro lo schienale del mio sedile torcendo il busto per fare retromarcia. Ma da chi eravate?
Un amico di yvind. Sai, il batterista del gruppo".
S, s, disse il padre, ingran la prima e cominci a percorrere la stessa strada da cui era appena arrivato. In alcuni giardini la neve era macchiata dalle tracce lasciate dai fuochi d'artificio. Qualche coppia camminava lungo la strada. Ogni tanto passava un taxi. Per il resto era tutto calmo e tranquillo. C'era qualcosa in quello scivolare attraverso il buio dentro una macchina, con il quadro strumenti acceso, accanto a un uomo sicuro e pacato nei movimenti, che mi era sempre piaciuto. Il padre di Jan Vidar era una brava persona. Era gentile e mostrava interesse per quello che facevamo, ma ci lasciava anche in pace quando Jan Vidar gli faceva capire che stava esagerando. Ci portava a pescare, ci riparava le cose - una volta, per esempio, avevo forato mentre stavo andando da loro e lui mi aveva messo una toppa sul copertone, senza dirmi niente, la bici era a posto quando era venuto il momento di tornarmene a casa - e quando andavano in vacanza con tutta la famiglia, mi invitavano a unirmi a loro. Chiedeva dei miei genitori, lo faceva anche la mamma di Jan Vidar, e le volte in cui mi riaccompagnava a casa in macchina, cosa che succedeva abbastanza spesso, scambiava sempre due parole con la mamma o con pap, se erano nei paraggi, e li invitava da loro. Che i miei non ci andassero mai non era certo imputabile a lui. Per aveva un bel temperamento, lo sapevo, anche se non lo avevo mai visto arrabbiarsi e tra i sentimenti che Jan Vidar provava per lui c'era anche l'odio.
E cos eccoci nel 1985, commentai quando svoltammo sulla E18 vicino al ponte di Varoddbrua.
Eh, s, disse il padre di Jan Vidar. E tu, l dietro, cosa mi racconti?
Jan Vidar non apr bocca. Non aveva detto una parola neanche quando suo padre era sceso dall'auto. Si era limitato a guardare fisso davanti a s e a salire subito in macchina. Mi girai a guardarlo. Sedeva senza muovere la testa e aveva gli occhi puntati sul poggiatesta.
Il gatto ti ha mangiato la lingua? gli chiese il padre prima di farmi un sorriso.
Da dietro non giunse alcun suono.
I tuoi genitori, riprese il padre. Sono rimasti a casa stasera?
Annuii.
Sono venuti da noi i miei nonni e lo zio. Stoccafisso e acquavite".
Contento di non essere stato con loro?
S".
Ci dirigemmo verso la strada per Kjevik, passando per Hamresanden, e poi su per Ryensletta. Buio, silenzioso, caldo e piacevole. Sarei potuto restarmene seduto l cos per il resto della vita, pensai. Davanti alla loro casa, su per le curve che portavano a Krageboen, gi verso il ponte sull'altro lato, su per il pendio. L non era passato lo spazzaneve, era coperto da almeno cinque centimetri di neve fresca. Nell'ultimo tratto suo padre guid pi lentamente. Super la casa dove abitavano Susann ed Elise, le due sorelle che si erano trasferite qui dal Canada e con cui nessuno riusciva a entrare davvero in contatto, la curva dove viveva William, gi lungo la discesa, e su per l'ultimo pezzo in salita.
Ti lascio qui, disse. Cos evitiamo di svegliarli se stanno dormendo. Okay?
Okay. E grazie per il passaggio. Ciao, Jevis!
Jan Vidar batt le palpebre prima di spalancarle di colpo.
Ciao, s, biascic.
Ti siedi davanti? gli chiese il padre.
Tanto che senso ha, bofonchi Jan Vidar. Richiusi la portiera, alzai la mano a mo' di saluto e sentii il rumore della macchina che faceva inversione mentre risalivo verso casa. Jevis! Perch l'avevo detto? Non avevo mai usato quel soprannome, segnalava un'amicizia che non avevo bisogno di rimarcare, noi eravamo amici.
Le finestre di casa erano buie. Erano andati a dormire. Ne ero felice, non perch avessi qualcosa da nascondere, ma perch volevo starmene in pace. Dopo essermi tolto scarpe e giaccone nell'ingresso, andai in soggiorno. Avevano ripulito ogni traccia della festa. In cucina si sentiva il ronzio sommesso della lavastoviglie. Mi sedetti sul divano, mi sbucciai un'arancia. Anche se il caminetto era spento, nella stanza si avvertiva un certo tepore. Sulla poltroncina di vimini il gatto alz pigramente la testa. Quando incroci il mio sguardo, si alz, trotterell silenzioso verso di me e mi salt sulle ginocchia. Allontanai la buccia dell'arancia, la detestava pi di ogni altra cosa.
Puoi startene un po' qui, gli dissi accarezzandolo. Puoi. Ma non tutta la notte, sai. Tra poco me ne vado a nanna".
Cominci a fare le fusa mentre si acciambellava sopra di me. La testa si abbass lentamente andando ad appoggiarsi su una zampa e nell'arco di pochi secondi gli occhi, che aveva tenuto socchiusi di piacere, si chiusero definitivamente dal sonno.
Qualcuno ce l'ha, dissi.
La mattina dopo fui svegliato dalla radio in cucina, ma rimasi a letto a poltrire, non c'era nessun motivo per alzarsi e mi riaddormentai. Quando riaprii gli occhi per la seconda volta, erano le undici e mezzo. Mi vestii e andai di sotto. La mamma era seduta al tavolo della cucina e stava leggendo, alz lo sguardo quando entrai.
Ciao, disse. Ti sei divertito ieri?
S,  stato bello".
A che ora sei tornato?
Verso le due e mezzo. Ci ha riaccompagnati il pap di Jan Vidar".
Dopo essermi seduto, spalmai del pat su una fetta di pane, dopo qualche tentativo riuscii anche a infilzare un cetriolino sotto aceto con la forchetta, ce lo misi sopra e alzai la teiera per vedere se era vuota.
Ce n' ancora? domand la mamma. Ti preparo dell'altro t".
Me ne basta una tazza piccola, dissi. Ma forse  gi freddo".
La mamma si alz.
Siediti, le dissi. Posso farlo io".
Ma no, tanto sono qui seduta accanto ai fornelli".
Mise dell'acqua in un pentolino, lo poggi sulla piastra, prese a crepitare.
E che cosa vi hanno dato da mangiare?
C'era un buffet freddo. Credo che l'avesse preparato la mamma della tipa che ha organizzato la festa. C'era... s, come si chiama, sai, i gamberetti con le verdure in gelatina, trasparente...?
Aspic?
S, un aspic di gamberetti. E poi gamberetti freschi. E granchi. Due astici, non erano abbastanza per tutti, ma li abbiamo assaggiati. E poi, s, un po' di prosciutto e cose cos".
Buono".
S. Poi a mezzanotte siamo andati fuori, a un incrocio dove si ritrovano tutti. Per sparare i fuochi d'artificio. Non noi, ma gli altri".
Hai conosciuto qualcuno?
Indugiai un po'. Presi un'altra fetta di pane, cercai qualcosa da metterci sopra tra quello che c'era in tavola. Salame e maionese, poteva andare.
Non proprio, risposi. Pi che altro sono stato con quelli che conoscevo gi".
La guardai.
Dov' pap?
Nel fienile. Oggi va dalla nonna. Vuoi andarci anche tu?
Preferirei di no. Ieri c'era cos tanta gente. Ho voglia di starmene da solo. Magari dopo faccio un salto da Per. E poi basta. E tu?
Non so. Magari leggo un po'. Devo anche cominciare a preparare le valigie. Domani l'aereo parte presto".
Ah, gi, dissi. E Yngve, quando torna anche lui a Bergen?
Tra qualche giorno, credo. Restate qui tu e pap".
S". Posai gli occhi sulla carne di maiale speziata in gelatina preparata dalla nonna. Perch non una fetta anche con quello? E poi un'altra con la soppressa di agnello.
Mezz'ora dopo stavo suonando il campanello a casa di Per. Venne ad aprire suo padre. Sembrava in procinto di uscire, indossava una giacca militare imbottita di colore verde sopra una tuta di stoffa lucida, scarponcini chiari e in mano teneva un guinzaglio. Il loro cane, un vecchio gold retriever, gli scodinzolava tra le gambe.
Ah, guarda chi si vede! disse. Buon anno!
Buon anno".
Sono in soggiorno. Accomodati pure".
Usc in cortile fischiettando, diretto verso il garage aperto. Mi tolsi le scarpe ed entrai. La casa, che era grande e spaziosa, era stata costruita qualche anno prima, da suo padre a quanto avevo capito, e da quasi tutte le stanze si godeva la vista sul fiume. Dall'anticamera si accedeva alla cucina, dove la madre di Per, indaffarata, gir la testa mentre passavo, mi sorrise e mi salut. Poi c'era il soggiorno, dove era seduto Per in compagnia di suo fratello Tom, sua sorella Marit e il suo miglior amico Trygve.
Cosa state guardando? chiesi.
I cannoni di Navarone, mi spieg Per.
 iniziato da molto?
No, una mezz'ora. Possiamo farlo ripartire, se vuoi".
Farlo ripartire? intervenne Trygve. E chi ha voglia di rivederlo dall'inizio?
Ma Karl Ove non lo ha visto, sentenzi Per. Non ci vuole mica tanto".
Non ci vuole mica tanto? Mezz'ora! insistette Trygve.
Per and al videoregistratore e si inginocchi.
Non puoi decidere da solo, continu Trygve.
Ah, no? rispose Per.
Premette stop e poi rewind.
Marit si alz e si diresse verso la scala che portava al primo piano.
Chiamatemi quando arrivate allo stesso punto". Per annu. Dall'interno del videoregistratore giunse qualche clic clac, poi l'apparecchio prese a emettere alcuni suoni brevi, simili ai gemiti prodotti da un impianto idraulico. Finalmente era pronto a entrare in funzione. Il nastro si mise a scorrere all'indietro a una velocit e con un rumore sempre pi forti fino a quando si arrest poco prima della fine, l'ultima parte si riavvolse in modo molto lento. Faceva quasi pensare a un aereo, che dopo essere sfrecciato attraverso il cielo, decelera al momento dell'atterraggio, frena mentre percorre la pista, si appropinqua con calma e prudenza al terminal.
Scommetto che ieri sera sei rimasto a casa con mamma e pap, dissi guardando Trygve.
Allora? rispose. Invece tu eri sicuramente fuori a bere".
No, risposi. Ero sicuramente fuori a bere come una spugna. Anche se avrei fatto meglio a starmene a casa. Non c'era nessuna festa dove andare, cos abbiamo bighellonato alla cazzo in mezzo a quella bufera di neve con in mano un sacchetto pieno di birra a testa. Siamo finiti a Sm. Ma aspetta. Tra poco toccher a voi gironzolare di notte come due disperati e con i sacchetti in mano".
Ecco fatto, disse Per.
Sai che divertimento, comment Trygve quando sullo schermo del televisore comparvero le prime immagini del film. Fuori il silenzio era totale, come succede soltanto d'inverno. E anche se era nuvoloso e il cielo era grigio, la luce del paesaggio era incredibilmente bianca e luminosa. Ricordo che pensai che avevo soltanto voglia di starmene l seduto, in una casa costruita da poco, su un disco di luce in mezzo ai boschi, e fare lo scemo come e quanto mi pareva.
Il mattino dopo pap accompagn la mamma all'aeroporto. Quando torn, quella specie di cuscinetto antiurto che si era creato tra di noi era scomparso, e la vita che avevamo trascorso durante tutto l'autunno riprese come prima. Lui si rintan nell'appartamento sotto il fienile, io presi l'autobus per andare da Jan Vidar, ci collegammo al suo amplificatore e suonammo per un po' finch ci stufammo, vagabondammo fino al negozio, dove non successe niente, ritornammo indietro e guardammo la gara di salto con gli sci in tv, parlammo di qualche ragazza. Verso le cinque ripresi l'autobus, pap mi venne incontro sulla porta, voleva sapere se mi doveva accompagnare in citt con la macchina. Per me andava bene, dissi. Per strada sugger di passare dai nonni, sicuramente avevo fame, potevamo mangiare l.
Quando pap parcheggi l'auto davanti al garage, spunt dalla finestra la testa della nonna.
Siete voi! esclam.
Un minuto dopo venne ad aprirci.
Grazie per la festa di ieri, disse.  stato proprio bello trascorrere il Capodanno da voi".
Mi guard.
E ho sentito dire che ti sei divertito?
S, s, risposi.
Non mi abbracci? Lo so che adesso sei grande, ma puoi sempre abbracciare la nonna!
Mi chinai e sentii la sua guancia secca, rugosa sulla mia. La nonna aveva un buon odore, quello del profumo che usava da sempre.
Avete gi mangiato? chiese pap.
Abbiamo appena finito, ma vi posso scaldare qualcosa, non  un problema. Avete fame?
Se abbiamo fame? disse pap prima di guardarmi abbozzando un sorriso.
Io certamente s, dissi.
Con il mio orecchio interno percepii come i due dovevano avermi sentito pronunciare quelle parole.
Io cevtamente s".
Ci togliemmo le giacche nell'ingresso, sistemai con cura le scarpe alla base del guardaroba aperto, appesi il giaccone a una delle vecchie grucce dalla vernice dorata e ormai un po' screpolata, la nonna era ai piedi della scala e ci guardava con quel suo corpo che come sempre fremeva d'impazienza. Si pass una mano sulla guancia, gir leggermente la testa di lato, fece oscillare il suo peso da un piede all'altro. Apparentemente impassibile a quelle piccole movenze parlava al contempo con pap. Gli chiese se da noi c'era ancora tanta neve. Quando era partita la mamma, quando sarebbe tornata la prossima volta. S, certo, rispondeva ogni volta che pap diceva qualcosa. Certo.
E tu, Karl Ove, mi disse avvicinandosi. Quando ricominci la scuola?
Tra due giorni".
Va bene, no?
S, certo".
Pap lanci una breve occhiata alla sua immagine riflessa nello specchio. Il suo viso era calmo, ma nei suoi occhi era visibile un'ombra d'insoddisfazione, sembravano freddi e privi di interesse. Fece un passo verso la nonna, che si gir e cominci a salire le scale, leggera e veloce. Pap la segu con il suo incedere pesante, e poi venivo io, con lo sguardo fisso sulla capigliatura nera e folta che gli ricopriva la nuca.
Ma bene! disse il nonno quando entrammo in cucina. Era seduto al tavolo, a gambe larghe, la schiena appoggiata alla sedia, le bretelle nere sulla camicia bianca abbottonata fino al collo. Una ciocca di capelli gli ricadeva sul viso, se la pettin subito indietro con la mano. Dalla bocca gli pendeva un mozzicone di sigaretta spento.
Come erano le strade? domand. Ghiacciate?
Non male, rispose pap. Era peggio l'ultimo dell'anno. E non c' nemmeno traffico".
Sedetevi, disse la nonna.
No, se no tu dove ti metti? comment pap.
Sto in piedi. Tanto vi devo scaldare da mangiare. E poi sto seduta tutto il giorno. Sedetevi, su!
Il nonno tenne un accendino sotto il mozzicone e lo accese. Tir qualche boccata, soffi il fumo nella stanza.
La nonna accese i fornelli, poi, come faceva sempre, si mise a tamburellare le dita sul ripiano della cucina e a fischiettare piano, con un suono simile a un sibilo.
In un certo senso pap era troppo grande per stare seduto al tavolo della cucina, pensai. Non fisicamente, c'era spazio per lui, dava piuttosto l'impressione di non trovarsi a suo agio. C'era qualcosa in lui, o che emanava, che sembrava volesse prendere le distanze da quel tavolo.
Tir fuori una sigaretta e l'accese.
Si sarebbe sentito meglio in sala da pranzo? Se ci fossimo messi l a mangiare?
S. Sarebbe stato molto meglio.
Ed eccoci nel 1985, dissi per spezzare quel silenzio che durava gi da parecchi secondi.
Eh, s, conferm la nonna.
E tuo fratello dov'? domand il nonno.  gi tornato a Bergen?
No,  ancora ad Arendal, risposi.
S, riprese.  proprio diventato uno di loro".
Gi, ormai non viene pi qui tanto spesso, intervenne la nonna. Ci divertivamo tanto quando era piccolo".
Mi guard.
Per tu vieni!
Cos' che sta studiando adesso? chiese il nonno.
Scienze politiche, credo, disse pap lanciandomi un'occhiata.
No, ora ha cominciato scienze della comunicazione, dissi.
Non sai neanche cosa studia tuo figlio? comment il nonno sorridendo.
Ma s, certo che lo so, ribatt pap. Spense il mozzicone della sigaretta fumata a met nel posacenere prima di girarsi verso la nonna. Adesso possiamo anche mangiare, mamma. Non deve essere per forza bollente. Sicuramente  gi caldo abbastanza, non credi?
Certo, disse la nonna che and a prendere due piatti dalla credenza, ce li mise davanti, estrasse le posate dal cassetto, le dispose accanto ai piatti.
Per oggi vi dovete accontentare, aggiunse, poi prese il piatto di pap che riemp di patate bollite, pur di piselli, polpette di carne e salsa.
Va benissimo, disse pap nel momento in cui la nonna gli pos davanti il piatto e prese il mio.
Le uniche due persone che conoscevo, che mangiavano veloce quanto me, erano Yngve e pap. Pochi minuti dopo che la nonna ci aveva servito, avevamo gi ripulito i piatti. Pap si appoggi allo schienale della sedia, si accese un'altra sigaretta, la nonna gli vers una tazza di caff e gliela porse, io mi alzai e andai in soggiorno, dove rimasi a guardare la citt con le sue luci scintillanti, i cumuli di neve grigia, quasi nera lungo i muri dei magazzini allineati sul molo. La luce dei lampioni si diffondeva tremolante sulla superficie dell'acqua, lucida e nera come la pece.
Per un attimo mi sentii colmare dalla sensazione di quella neve bianca sull'acqua nera. Come il bianco cancella ogni dettaglio intorno a uno stagno o a un ruscello nel bosco, cos che il contrasto tra il paesaggio e l'acqua diventa assoluto, e l'acqua giace come qualcosa di profondamente estraneo, un buco nero nel mondo.
Mi girai. L'altro soggiorno si trovava due gradini pi in alto rispetto a quello in cui ero, erano separati da una porta scorrevole. Adesso era per met aperta, ed entrai, senza nessun motivo particolare, ero soltanto inquieto. Era il salotto buono, lo usavano unicamente per occasioni speciali, non ci era permesso di rimanere l dentro da soli.
Lungo una parete c'era un pianoforte, sopra cui erano appesi due dipinti raffiguranti motivi tratti dal Vecchio Testamento. Sullo strumento c'erano le foto dei tre figli quando studiavano all'universit. Pap, Erling, Gunnar. Mi faceva sempre impressione vedere pap senza barba. Sorrideva, aveva il cappello nero da studente calato baldanzosamente sulla nuca. I suoi occhi brillavano di gioia.
Al centro della stanza c'erano due divani, e in mezzo un tavolino. Un caminetto bianco in muratura in un angolo in fondo al salotto, dove troneggiavano due divani neri in pelle e un mobile angolare antico, decorato con ornamenti floreali tipicamente norvegesi dipinti a mano.
Karl Ove? chiam mio padre dalla cucina.
Scesi velocemente nel soggiorno prima di rispondere.
Andiamo?
S".
Quando entrai in cucina, si era gi alzato.
Allora ciao, dissi. Ci vediamo".
S, ciao, rispose il nonno. Come sempre la nonna ci accompagn di sotto.
 vero, esclam pap mentre eravamo nell'ingresso e ci stavamo vestendo. Ho qualcosa per te".
Usc, la portiera della macchina venne aperta e richiusa, e quando rientr aveva in mano un pacco, che porse alla nonna.
Buon compleanno, mamma".
No, ma non dovevi! disse lei. Che tesoro. Non c'era bisogno di un regalo".
Invece s, insistette pap. Aprilo, adesso!
Non sapevo da che parte guardare. In quel gesto c'era qualcosa di intimo, che io non avevo mai visto e di cui non sospettavo l'esistenza.
La nonna era l con una tovaglia in mano.
Che bella! disse.
Ho pensato che si intonasse al tappeto che c' sopra, spieg pap. Vedi?
Deliziosa".
Bene, concluse pap, con un tono che faceva capire che non intendeva approfondire il tema. Allora noi andiamo".
Ci sedemmo in macchina, pap accese il motore e una cascata di luci invest il portone del garage. In piedi sulle scale la nonna ci salut con un gesto della mano mentre facevamo retromarcia lungo la leggera discesa. Come sempre richiuse la porta quando svoltammo e nel momento in cui ci allontanammo per imboccare la strada principale, non c'era pi.
Nei giorni successivi mi capit di ripensare a quel piccolo episodio e ogni volta la sensazione era la stessa: avevo assistito a qualcosa che non avrei dovuto vedere. Ma tutto spar presto dalla mia mente, i miei pensieri non erano rivolti esattamente a pap e alla nonna, successero tante cose in quelle settimane. Durante la prima ora di lezione del nuovo anno Siv distribu a tutti un invito, avrebbe tenuto una festa di classe il sabato seguente, ed era una bella notizia, una festa di classe era una festa a cui avevo diritto di partecipare, dove nessuno poteva accusarmi di essermi intrufolato, e dove la confidenza che avevo instaurato con gli altri e che mi permetteva di comportarmi in classe in modo molto simile alla persona che ero avrei potuto espanderla a un universo pi ampio. In breve, potevo bere, ballare, ridere e magari pomiciare con qualcuna, appoggiati da qualche parte a una parete. D'altro canto le feste di classe erano meno quotate proprio per quel motivo, non ci si veniva invitati in virt di quello che si era, ma per dove ci si trovava fisicamente, in quel caso nella 1B. Non permisi che quelle considerazioni mi togliessero la gioia di parteciparvi. Una festa non era soltanto una festa, ma era anche quello. Si ripresent lo stesso problema dell'ultimo dell'anno, come procurarmi da bere, pensai per un attimo di telefonare nuovamente a Tom, ma arrivai alla conclusione che il modo migliore era provarci da solo. Avevo soltanto sedici anni, ma sembravo pi vecchio della mia et, e se soltanto avessi fatto finta di niente, probabilmente nessuno mi avrebbe bloccato. Se me lo avessero impedito, sarebbe stato imbarazzante, ma niente di pi, e avrei sempre potuto chiedere a Tom di pensarci lui. Cos mercoled andai al supermercato, infilai dodici birre nel carrello, pane e pomodori come alibi, mi misi in fila alla cassa, appoggiai tutto sul nastro, porsi i soldi alla commessa, che li prese senza neanche degnarmi di uno sguardo, e poi eccitatissimo mi precipitai a casa con due sacchetti tintinnanti in mano.
Quando rientrai da scuola venerd pomeriggio, pap era stato nell'appartamento. Sul tavolo c'era un biglietto.
Karl Ove,
questo fine settimana sono a un seminario. Torno domenica sera. In frigo ci sono dei gamberetti freschi e nel cestino un filone di pane bianco. Divertiti!
Pap
Sopra il biglietto c'era una banconota da cinquecento corone.
Ah, ma era perfetto!
I gamberetti erano il mio piatto preferito. Li mangiai quella sera davanti alla televisione, poi andai a fare un giro in centro, ascoltai con il walkman prima Lust for Life di Iggy Pop e dopo uno degli ultimi album dei Roxy Music. In quei momenti si creava tra l'interno e l'esterno una specie di distanza che mi piaceva molto: quando vedevo le facce di tutte quelle persone ubriache radunate davanti ai vari locali, era come se si trovassero in una dimensione diversa dalla mia, lo stesso valeva per le macchine che passavano, i conducenti che entravano e uscivano dalle loro auto alle stazioni di benzina, i commessi e le commesse che stavano dietro ai banconi con i loro sorrisi stanchi e i movimenti meccanici, gli uomini che portavano fuori il cane.
La mattina seguente passai dai nonni, dove mangiai qualche panino prima di andare in centro, comprai tre dischi e una grande confezione di dolciumi, alcune riviste di musica e un libro in edizione tascabile, Jean Genet Diario del ladro. Bevvi due birre mentre guardavo la partita di calcio inglese che valeva per la schedina, un'altra mentre facevo la doccia e mi cambiavo, un'altra ancora mentre mi fumavo l'ultima sigaretta prima di uscire.
Ero rimasto d'accordo con Bassen di incontrarci all'incrocio di Rundingen alle sette. Era gi l e mi sorrise quando mi vide arrancare su per la salita con il sacchetto che mi penzolava in mano. Lui teneva le birre dentro uno zainetto che aveva sulla schiena e, nel momento in cui me ne resi conto, mi sarei battuto sulla fronte da solo. Ma certo! Era cos che si faceva.
Ci incamminammo per la Kuholmsveien, passammo davanti alla casa dei nonni e dopo diverse salite arrivammo nel quartiere residenziale che circondava lo stadio, dove abitava Siv.
Dopo un attimo di smarrimento trovammo il numero dell'abitazione e suonammo il campanello. Venne ad aprirci Siv, accogliendoci con un gridolino.
Gi prima di svegliarmi, sapevo che era accaduto qualcosa di bello. Era come se dall'alto una mano venisse tesa verso di me, l dove giacevo sul fondo della coscienza guardando una dopo l'altra le immagini che mi scorrevano davanti. Una mano che afferrai e che mi sollev riportandomi lentamente in superficie, mi stavo avvicinando sempre pi a me stesso, poi di colpo spalancai gli occhi.
Dov'ero?
Ah, s, in soggiorno, nell'appartamento, al piano di sotto. Ero sdraiato sul divano, completamente vestito.
Mi tirai su a sedere, la testa che mi martellava, la strinsi tra le mani.
La mia camicia sapeva di profumo.
Una fragranza penetrante, esotica.
Avevo pomiciato con Monica. Avevamo ballato, ci eravamo appartati in un angolo, sotto una scala, l'avevo baciata. Lei aveva baciato me.
Ma non era quello!
Mi alzai e andai in cucina, aprii il rubinetto e mi riempii un bicchiere d'acqua, che bevvi tutto d'un fiato.
No, non era quello!
Era successo qualcosa di fantastico, si era accesa una luce, ma non era Monica. Era qualcos'altro.
Ma cosa?
Tutto l'alcol che avevo ingurgitato, aveva creato uno squilibrio nel mio corpo, ma sapevo cosa ci voleva per rimettere tutto in sesto: hamburger, patatine fritte, wurstel. Tanta coca-cola. Ecco cosa mi serviva. E mi serviva adesso.
Andai nell'ingresso e mi guardai allo specchio mentre mi passavo una mano tra i capelli. Non avevo un aspetto cos terribile, soltanto gli occhi leggermente arrossati: potevo uscire.
Mi allacciai gli scarponcini, afferrai il giaccone e me lo infilai.
Ma che cosa era?
Una spilla?
Con scritto Smile!?
Ah, ecco cos'era!
Ecco che cosa era successo di bello!
L'ultima ora avevo parlato con Hanne.
Era quello!
Avevamo conversato a lungo. Aveva riso ed era cos felice. Non aveva bevuto. Io invece s, cos potevo esserci anch'io, l dov'era lei, in quella spensieratezza, in quella gioia. Poi avevamo ballato.
Oh, avevamo ballato sulle note di Frankie Goes to Hollywood The Power of Love.
The POWER of LO-OVE!
Ma Hanne, Hanne.
Sentirla cos vicina. Stare a parlare con lei, cos vicini l'uno all'altra. La sua risata. I suoi occhi verdi. Il suo nasino.
Appena prima di andare via, proprio davanti alla porta, mi aveva attaccato quella spilla alla giacca.
Era questo, quello che era successo. Non era molto, ma quel poco che era successo, era stato in compenso fantastico.
Mi abbottonai il giaccone e uscii. Una coltre di nubi incombeva bassa sulla citt, un vento gelido spazzava le strade soffiando verso il mare. Tutto era grigio e bianco, freddo e inospitale. Ma dentro di me tutto splendeva. The POWER of LO-OVE! continuava a risuonarmi nelle orecchie mentre camminavo lungo il fiume diretto al fast food.
Cos' che era successo?
Hanne era sempre Hanne, non era cambiata, era la stessa compagna di classe di quell'autunno, di quell'inverno. Mi era sempre piaciuta, ma non avevo mai provato niente di particolare per lei. E invece adesso! E poi questo!
Era come se fossi stato colpito da un fulmine. A intervalli regolari sentivo la felicit scorrere attraverso le terminazioni nervose. Il cuore tremava, l'anima si illuminava. Di colpo non potevo pi aspettare che ricominciasse la scuola.
Avrei dovuto telefonare?
Avrei dovuto invitarla fuori?
Senza pensare, ordinai un cheeseburger con bacon e patatine fritte, e una coca-cola grande. Stava insieme a uno, me lo aveva detto, uno che faceva il terzo anno del liceo a Vsbygd, l'ultimo. Erano insieme da molto. Ma il modo in cui mi aveva guardato, quella vicinanza che si era creata all'improvviso, non poteva non avere nessun significato. Doveva voler dire qualcosa. In lei c'era un interesse, c'era una volont nei miei confronti. Doveva esserci.
Luned, luned l'avrei rivista.
Ma che cazzo avrei fatto fino ad allora?
Mancava ancora UN giorno intero!
Mi sorrise quando mi vide. Le sorrisi anch'io.
Non te la sei tolta la spilla! comment.
No, risposi. Penso a te ogni volta che la vedo".
Abbass lo sguardo. Giocherell con uno dei bottoni del giaccone.
Eri molto ubriaco, disse guardandomi nuovamente negli occhi.
Lo so. Non ricordo molto, se devo essere sincero".
Non ricordi?
S, s, s! Ricordo Frankie Goes to Hollywood, per esempio...
In fondo al corridoio stava arrivando Tnnessen, il giovane insegnante di geografia, aveva la barba, parlava il dialetto di Mandal ed era il responsabile della nostra classe.
Allora, ragazzi, avete passato un bel fine settimana? chiese mentre apriva la porta dell'aula.
Abbiamo fatto una festa di classe, spieg Hanne con un sorriso.
Ah s? E non sono stato invitato? disse, un commento che non pretendeva risposta, visto che non la degn di uno sguardo, ma si diresse deciso verso la cattedra, su cui appoggi la sua minuscola pila di libri.
Non riuscii a concentrarmi durante la lezione. Pensavo soltanto a Hanne, anche se si trovava come me nella stessa stanza. O meglio, pi che pensare, mi sentivo colmo fino all'inverosimile di sensazioni, di sentimenti, che non permettevano a nessun pensiero di distruggere quello stato d'animo. E fu cos per tutto l'inverno e la primavera. Ero innamorato, e non si trattava di una semplice infatuazione, era un innamoramento di quelli grandi, di quelli che nella vita si provavano soltanto tre, forse quattro volte. Quello era il primo e, dal momento che in esso tutto era nuovo, forse fu il pi grande in assoluto. Ogni cosa in me era concentrata su Hanne. Quando la mattina mi svegliavo, non vedevo l'ora di andare a scuola, dove ci sarebbe stata lei. E se non c'era, era malata o assente, tutto perdeva subito di significato, il resto della giornata si riduceva unicamente a una battaglia per resistere. Per cosa? Che cosa mi aspettavo quando aspettavo? Di sicuro non abbracci appassionati n baci intensi, perch molto semplicemente quel tipo di relazione non esisteva. No, quello che aspettavo e per cui vivevo era la mano che mi sfiorava la spalla, era il sorriso che le illuminava il viso quando mi vedeva o dicevo qualcosa di divertente, era la stretta e l'abbraccio quando ci incontravamo da amici dopo la scuola. Quei secondi, quando la stringevo tra le braccia e sentivo la sua guancia sulla mia, il suo odore, lo shampoo che usava, con quel leggero profumo di mela. Era attratta da me, lo sapevo, ma aveva posto dei paletti cos rigidi intorno a s e a quello che poteva fare che era impossibile che io e lei ci mettessimo insieme. O meglio, non ero cos sicuro che fosse davvero attratta da me, poteva sentirsi semplicemente lusingata da tutte le attenzioni che riceveva, e che volesse giocarci un po'. Comunque io speravo, e quando tornavo a casa davo un'interpretazione a tutto quello che aveva detto durante la giornata di scuola e questo o mi faceva precipitare nella valle pi profonda dell'infelicit o mi portava sulla vetta pi alta e meravigliosa della gioia - non esisteva una via di mezzo.
A scuola cominciai a mandarle dei bigliettini. Piccoli commenti, saluti, brevi messaggi che spesso avevo pensato la sera prima. Poi lei rispondeva, io leggevo e scrivevo una risposta, che le rimandavo osservandola attentamente mentre leggeva. Se metteva fine a qualcosa a cui avevo dato inizio, mi rabbuiavo. Se la mandava avanti, tremavo e rilucevo dentro di me come una campana. Dopo un po' i bigliettini furono sostituiti da un quaderno che ci passavamo, non troppo spesso, non volevo che le venisse a noia, ma almeno due, tre volte nell'arco di una giornata, questo s. Le chiedevo pi volte se voleva andare con me al cinema o in un caff, ma lei rispondeva sempre, lo sai che non posso.
Durante l'intervallo discutevamo, un po' di politica, perlopi di religione, lei era cristiana, io un fervente anticristiano e lei sottoponeva le mie argomentazioni al giovane responsabile del suo gruppo e la volta dopo tornava con la risposta che le aveva dato. Il tipo con cui stava apparteneva alla stessa comunit religiosa, e anche se non costituivo una diretta minaccia alla loro relazione, creavo un contrasto alla vita che lei aveva con loro. Con il tempo lo spazio entro cui si svolgevano i nostri incontri a scuola durante l'intervallo, che del resto non avvenivano quotidianamente, si espanse in modo cauto e impercettibile fino a comprendere anche altri luoghi. Eravamo amici, compagni di classe, non potevamo berci ogni tanto un caff in un bar dopo le lezioni? O fare la strada insieme fino alla fermata dell'autobus?
Vivevo per quello. Quei brevi sguardi, quei brevi sorrisi, quel breve sfiorarsi. E, oh, la sua risata! Quando riuscivo a farla ridere!
Era per quello che vivevo. Ma volevo di pi, molto, molto di pi. Volevo vederla sempre, stare tutto il tempo con lei, essere invitato a casa sua, incontrare i suoi genitori, uscire con i suoi amici, andare in vacanza con lei, portarla a casa mia...
Lo sai che non posso.
Il cinema, quello era un posto che veniva collegato all'amore, all'essere una coppia, ma esistevano altri eventi che non lo erano, e a uno di questi invitai Hanne un giorno d'inizio febbraio. Da qualche parte in centro si sarebbe tenuto un incontro di carattere politico destinato ai giovani, avevo visto un manifesto a scuola e una mattina le scrissi chiedendole se voleva andarci con me. Dopo aver letto il messaggio, mi guard, senza sorridere. Scrisse qualcosa. Mi rimand il quaderno, lo aprii e lessi. S! c'era scritto.
S, pensai.
S, s, s.
La stavo aspettando seduto sul divano quando verso le sei buss alla porta.
Ciao, dissi. Vuoi entrare mentre mi vesto?
Perch no, rispose.
Aveva le guance rosse per il freddo. Portava un berretto bianco calato sugli occhi, uno sciarpone bianco avvolto intorno al collo.
Allora  qui che abiti! esclam.
S, risposi aprendo la porta che dava in soggiorno. Qui c' il soggiorno. Poi di l c' la cucina. E sopra una camera da letto. In realt questo  l'ufficio di mio nonno.  l dentro, spiegai indicando con la testa la porta sull'altro lato.
Non ti senti solo ad abitare qui senza nessuno?
No. Per niente. A me piace stare da solo. E poi sto molto su a Tveit".
Mi infilai il giaccone, su cui c'era ancora la spilla con lo smile, mi avvolsi una sciarpa e mi infilai gli scarponcini.
Vado un attimo al gabinetto e poi andiamo, dissi. Chiusi la porta del bagno. La sentii cantare piano tra s. In quell'appartamento si sentiva tutto, forse voleva coprire il suono di quello che succedeva qui dentro, forse aveva solo voglia di cantare.
Sollevai il coperchio del water e tirai fuori il pisello.
In quel momento mi resi conto che era impossibile pisciare mentre lei era l fuori. In quella casa si sentiva tutto, l'ingresso era cos piccolo. Avrebbe percepito anche che non ci riuscivo.
Cazzo.
Mi sforzai.
Neanche una goccia.
Lei cantava camminando avanti e indietro.
Chiss cosa stava pensando?
Dopo mezzo minuto mi arresi, aprii il rubinetto e lasciai scorrere l'acqua per qualche secondo, almeno per dare l'impressione che fosse accaduto qualcosa, poi lo chiusi, spalancai la porta e uscii, teneva gli occhi abbassati, lo sguardo imbarazzato.
Allora andiamo? dissi.
Le strade erano buie e c'era vento, come avviene spesso in questa citt durante l'inverno. Non parlammo molto. Un po' della scuola, di quelli che la frequentavano, Bassen, Molle, Siv, Tone, Anne. Per qualche motivo cominci a raccontare di suo padre, era un pap cos meraviglioso. Non era cristiano, disse. La cosa mi sorprese. Lei lo era diventata di propria iniziativa? Aggiunse che suo padre mi sarebbe piaciuto. Sarebbe? pensai. S, dissi. Dalle sue parole sembrava una brava persona. Laconico. Cosa significa laconico? Mi chiese guardandomi con quei suoi occhi verdi. Ogni volta che lo faceva, mi sentivo andare in frantumi. Sarei stato capace di rompere tutti i vetri intorno a noi, buttare per terra tutti i passanti e saltarci sopra fino a che non avessero dato pi segni di vita, tanta era l'energia che mi infondevano i suoi occhi. Sarei stato anche capace di afferrarla per la vita e ballare un valzer per strada, lanciare fiori a tutte le persone che incontravamo, cantare a squarciagola. Laconico? dissi.  difficile da spiegare. Qualcosa di secco e oggettivo, forse esageratamente razionale, aggiunsi. Una specie di understatement. Ma siamo arrivati, non  qui?
Doveva essere da qualche parte in Dronningens gate. S, era l. Sulla porta erano appesi dei manifesti.
Entrammo.
La sala era al primo piano, piena di sedie, con un podio e vicino, un proiettore. Un manipolo di ragazzi, dieci, forse dodici.
Sotto la finestra c'era un grande termos, accanto una piccola ciotola con dei dolcetti e una pila di tazze di plastica bianche.
Vuoi del caff? chiesi.
Scosse la testa sorridendo.
Un biscottino magari?
Mi riempii una tazza di caff, presi un paio di dolcetti e tornai da lei. Ci sedemmo in una delle ultime file.
Arrivarono altre cinque, sei persone e poi la riunione ebbe inizio. Organizzato dal movimento giovanile del Partito laburista, voleva essere una specie di incontro per reclutare nuovi adepti per l'Auf. Presentarono il loro programma prima di parlare di politica giovanile in generale, del perch fosse importante partecipare attivamente, di quanto si potesse fare in concreto e, come piccolo bonus, di quanto sarebbe stato gratificante a livello personale.
Se non fosse stato per Hanne, che sedeva al mio fianco con le gambe accavallate, cos vicina che mi sentivo bruciare, me ne sarei andato. Mi ero immaginato una specie di comizio, una sala gremita di gente, il fumo delle sigarette, oratori infervorati, risate che si alzavano nella sala, insomma un qualcosa alla Mykle, con la stessa valenza, la stessa enfasi, ragazze e ragazzi che volevano qualcosa, che ardevano per qualcosa, il socialismo, quella parola magica degli anni cinquanta, e non questi ragazzotti noiosi con indosso maglioni noiosi e pantaloni orrendi che parlavano a ragazzi e ragazze simili a loro, di questioni noiose e insulse.
Chi se ne frega della politica quando senti che le fiamme ti bruciano dentro?
Chi se ne frega della politica quando ardi dalla voglia di vivere? Dalla voglia di tutto ci che  vivo?
Non io, almeno.
Dopo i tre interventi ci sarebbe stata una piccola pausa, a cui sarebbero seguiti un workshop e discussioni di gruppo. Quando fu il momento dell'intervallo, chiesi a Hanne se volevamo andare, per lei non c'erano problemi, disse, e cos ci trovammo nuovamente avvolti nel buio freddo della sera. Nella sala aveva appeso il giaccone allo schienale della sedia, e il pesante maglione di lana che indossava le modellava sul corpo un leggero gonfiore che mi spingeva a deglutire in continuazione, era cos vicina a me, ci divideva cos poco.
Mentre tornavamo, le spiegai che idea avessi io della politica. Mi disse che avevo un'opinione su ogni cosa, dove avevo trovato il tempo per studiare tutto quanto? Lei invece sapeva a malapena cosa pensare sulla maggior parte delle cose, aggiunse. Le risposi che neppure io sapevo quasi niente. Ma tu sei un anarchico, no? disse. Come ti  saltata in mente quest'idea? So a malapena cosa sia un anarchico. Tu invece sei cristiana, affermai. Come mai? I tuoi genitori non lo sono. E neppure tua sorella. Soltanto tu. E ne sei convinta. S, disse, hai ragione. Per mi sembra che tu mediti cos tanto. Dovresti vivere di pi. Ci provo, risposi.
Ci fermammo davanti al mio appartamento.
Dove prendi l'autobus? le chiesi.
Lass, rispose indicando un punto con un cenno del capo.
Ti accompagno?
Scosse la testa.
Vado da sola. Ho il walkman".
Okay".
Grazie per la serata".
Be', in realt non c' molto di cui ringraziarmi, commentai.
Sorrise, si allung verso di me e in equilibrio sulla punta dei piedi mi baci sulla bocca. La strinsi forte a me, ricambi l'abbraccio prima di divincolarsi. Ci guardammo per un attimo, poi si allontan.
Quella sera non riuscivo a stare fermo, vagavo per l'appartamento, camminavo avanti e indietro per la camera, salivo e scendevo le scale, entravo e uscivo dalle stanze al pianoterra. Mi sentivo pi grande del mondo, come se io fossi in grado di contenerlo tutto dentro di me e non esistesse pi nulla verso cui protendermi. L'umanit era piccola, la storia era piccola, la Terra era piccola, s, persino l'universo, che si diceva fosse infinito, era piccolo. Io ero pi grande di tutto. Era una sensazione fantastica, ma mi rendeva irrequieto perch la cosa pi importante era l'anelito, l'aspettativa verso quello che sarebbe venuto, quello che avrei fatto, e non ci che stavo facendo o avevo fatto.
Come potevo bruciare, consumare tutto quello che adesso albergava in me?
Mi costrinsi ad andare a letto, mi obbligai a rimanere sdraiato, immobile, a non muovere un muscolo, indipendentemente da quanto tempo mi ci sarebbe voluto per addormentarmi. Stranamente il sonno mi colse dopo qualche minuto, mi stan in silenzio come fa un cacciatore quando si avvicina alla preda ignara, e io non mi sarei accorto dello sparo se non fosse stato per il sussulto improvviso di un piede, che con quel suo contrarsi repentino mi rese consapevole dei miei pensieri, cos lontani dalla realt, come se mi fossi trovato sul ponte di una nave mentre accanto a me un'enorme balena si immergeva nelle profondit del mare e io potevo vedere tutto questo nonostante la posizione impossibile che occupavo. Era l'inizio di un sogno, capii, era il braccio stesso del sogno che attirava l'io dentro di s, dove veniva plasmato dall'ambiente che lo circondava, perch era questo che era successo quando ero sobbalzato, io ero un sogno, il sogno era me.
Chiusi nuovamente gli occhi.
Non muoversi, non muoversi, non muoversi...
Il giorno dopo era sabato e la mattina c'era l'allenamento con la prima squadra.
Che io giocassi con loro era incomprensibile a molti. Non ero bravo. C'erano almeno sei, forse addirittura sette o otto ragazzi della juniores che erano meglio di me. Eppure quell'inverno soltanto io e un altro, Bjrn, eravamo stati convocati in quella categoria.
Io sapevo perch.
La prima squadra aveva un nuovo allenatore, voleva vedere in azione tutti i giocatori della juniores, cos ognuno di noi fu mandato a turno ad allenarsi con loro per una settimana. Le possibilit di farsi notare erano tre. Per tutto l'autunno avevo corso molto e godevo di una condizione fisica cos buona da essere stato selezionato per i 1500 metri nella squadra della scuola bench non avessi mai fatto atletica. Cos quando tocc a me allenarmi con la prima squadra e mi ero presentato sul campo coperto di neve vicino a Kjyta, sapevo che l'unica alternativa era correre. Era la mia unica possibilit. Corsi e corsi. Qualsiasi distanza percorressimo sul campo, io ero sempre davanti agli altri. E ogni volta davo tutto. Quando cominciammo a giocare, fu lo stesso, non feci che correre, su ogni palla, ovunque, correvo come un invasato, e dopo tre allenamenti cos, sapevo che era andata bene e quando arriv la comunicazione che sarei passato alla categoria superiore, non rimasi sorpreso. Lo furono invece gli altri giocatori della juniores. Ogni volta che stoppavo male la palla, sbagliavo il passaggio, me lo sentivo dire, che cazzo ci fai nella prima squadra? Perch hanno preso te?
Oh, io conoscevo il motivo, era perch correvo.
Bastava correre.
Dopo l'allenamento, quando nello spogliatoio gli altri mi sfotterono come sempre per la mia cintura con le borchie, chiesi a Tom di darmi uno strappo fino a Sannes. Dopo avermi lasciato davanti alle cassette delle lettere, fece inversione e spar gi per la discesa mentre io salivo verso casa. Il sole era basso all'orizzonte, il cielo era terso e azzurro, intorno a me la neve luccicava ovunque.
Non avevo avvertito che sarei arrivato, non sapevo neanche se pap fosse a casa.
Con cautela abbassai la maniglia della porta. Era aperta.
Dal soggiorno proveniva della musica. Il volume era alto, tutta la casa ne era invasa. Era Arja Saijonmaa che cantava in svedese, Jeg vill tacka livet, Ringrazio la vita.
Pap?
Con la musica cos alta non mi ha sentito, pensai, e mi tolsi il giaccone e le scarpe.
Non volevo comparirgli davanti all'improvviso, cos lo chiamai nuovamente mentre ero ancora nell'ingresso davanti al soggiorno. Nessuna risposta.
Era seduto sul divano con gli occhi chiusi. La testa oscillava a tempo con la musica. Le sue guance erano rigate di lacrime.
Indietreggiai silenziosamente di qualche passo fino a raggiungere l'ingresso, dove il pi velocemente possibile, prima che finissero le note di quella canzone, mi rivestii e mi precipitai fuori.
Percorsi tutto il tragitto di corsa fino alla fermata dell'autobus con il borsone sulle spalle. Per fortuna un autobus arriv poco dopo. Nei quattro, cinque minuti che impieg per arrivare a Solsletta, meditai se scendere e andare da Jan Vidar o continuare fino in citt. Ma la risposta era scontata, non volevo rimanere solo, volevo stare con qualcuno, parlare con qualcuno, pensare ad altro e a casa di Jan Vidar, con la cordialit con cui mi accoglievano sempre i suoi genitori, avrei potuto farlo.
Non c'era, era con suo padre a Kjevik, ma sarebbero tornati presto, non volevo aspettarlo in soggiorno?
S. Ed ero seduto l, con il giornale aperto davanti a me, una tazza di caff e una fetta di pane imburrata sul tavolo, quando Jan Vidar e suo padre arrivarono un'ora dopo.
All'imbrunire ritornai verso casa, lui non c'era e neppure io volevo che ci fosse. Non solo tutto era sporco e sgradevole, cosa che in un certo senso la luce del sole doveva avere mitigato visto che, quando ero stato l prima, non ci avevo pensato, ma scoprii anche che l'acqua nelle tubature si era ghiacciata. E doveva essere successo gi da tempo perch c'era in funzione una specie di sistema fatto di secchi e di neve. In bagno ce n'erano alcuni, in cui la neve si era sciolta trasformandosi in poltiglia, la usava sicuramente per il gabinetto. E poi c'era un altro secchio accanto ai fornelli della cucina, anch'esso pieno di neve mezza liquefatta che probabilmente faceva sciogliere nelle pentole e usava per fare da mangiare.
No, non volevo rimanere l. Coricarmi in quella camera vuota di quella casa vuota immersa nel bosco, circondato dal disordine e dalla sporcizia e per di pi senz'acqua corrente?
Che ci stesse lui.
A proposito, che fine aveva fatto?
Mi strinsi nelle spalle, anche se ero completamente solo, mi vestii e scesi alla fermata dell'autobus in un paesaggio che giaceva come ipnotizzato sotto il chiarore della luna.
Dopo il bacio davanti a casa mia Hanne si era fatta pi schiva, adesso non accadeva pi che rispondesse immediatamente ai miei bigliettini, o che ci sedessimo spontaneamente a parlare durante l'intervallo. Ma in questo non c'era una logica, n un sistema: un giorno accett inaspettatamente una delle mie proposte, sarebbe venuta volentieri al cinema con me quella sera, ci incontrammo nell'atrio alle sette meno dieci.
Quando entrando si mise a cercarmi con lo sguardo, ebbi un assaggio di cosa avrebbe voluto dire stare con lei: tutti i giorni sarebbero stati come quello.
Ciao, disse.  da tanto che aspetti?
Scossi la testa. Sapevo che mi stavo spingendo un po' troppo oltre e quindi dovevo sforzarmi di minimizzare tutto ci che avrebbe potuto indurla a pensare che quello che stavamo facendo in quel momento fosse invece prerogativa di una coppia vera e propria. Non doveva pentirsi di essere l con me. N essere costretta a guardarsi nervosamente in giro per controllare se nei paraggi ci fosse qualcuno che la conosceva. Niente braccio intorno alle sue spalle, nessuna mano nella mano.
Il film era francese e lo proiettavano nella sala pi piccola. Ero stato io a suggerirlo. Si intitolava Betty Blue. Yngve l'aveva visto e ne era rimasto entusiasta, adesso lo davano anche in citt ed era ovvio che dovessi vederlo, non accadeva spesso che qui mostrassero film di qualit, normalmente si trattava sempre di pellicole americane.
Ci sedemmo, ci togliemmo i giacconi, appoggiammo la schiena sulle poltroncine. C'era in lei qualcosa di teso, di contratto, vero? Come se in realt non desiderasse trovarsi l?
Avevo le mani sudate. Fu come se tutte le energie che avevo si dissolvessero dentro il corpo, sprofondassero prima di sparire, non avevo pi forza per nulla.
Il film cominci.
Due che scopavano.
Oh, no. No, no, no.
Non osai guardare Hanne, ma immaginavo che anche lei provasse la stessa cosa, non aveva il coraggio di guardarmi, ma aggrappata alla poltroncina, stringeva i braccioli, non vedeva l'ora che quella scena finisse.
Invece non fu cos. Sullo schermo i due continuarono a scopare.
Cazzo.
Cazzo, cazzo, cazzo.
Ci pensai per tutta la durata del film, chiedendomi se anche Hanne stesse facendo lo stesso, come era probabile. Finito lo spettacolo, l'unica cosa che volevo era tornarmene a casa.
In fondo era naturale, l'autobus di Hanne partiva dal terminal centrale, io ero diretto nella direzione opposta.
Ti  piaciuto? le chiesi fermandomi fuori.
Si-, rispose Hanne. Bello".
S, abbastanza. Perlomeno era francese!
Tutti e due avevamo francese tra le materie facoltative.
Hai capito qualcosa di quello che dicevano? Senza guardare i sottotitoli, intendo dire? domandai.
Qualcosina".
Pausa.
Bene. Mi sa che per adesso devo andare. Grazie per la serata! dissi.
Ci vediamo domani, rispose. Ciao".
Mi girai a guardarla, per vedere se si voltava anche lei, ma non fu cos.
L'amavo. Non c'era niente tra di noi, lei non voleva mettersi con me, ma io l'amavo. Non pensavo ad altro. Persino quando giocavo a pallone, l'unico momento in cui ero totalmente immune da pensieri, dove tutto verteva sul fatto di esserci con il corpo, lei mi appariva nella mente. Se Hanne adesso fosse stata qui a guardarmi, pensavo, sarebbe rimasta sorpresa. Ogni volta che mi capitava qualcosa di bello, ogni volta che sparavo una battuta che faceva ridere tutti, pensavo, se Hanne l'avesse visto. Avrebbe dovuto vedere il nostro gatto, Mefisto. La nostra casa, l'atmosfera che vi regnava. La mamma, avrebbe dovuto sedersi a parlare con lei. Avrebbe dovuto vedere il fiume che scorreva davanti a noi. E i miei dischi! Avrebbe dovuto sentirli, tutti quanti. Ma il nostro rapporto non procedeva in quella direzione, non era lei che voleva entrare nel mio mondo, ero io che volevo entrare nel suo. A volte pensavo che non sarebbe mai successo, a volte pensavo che forse sarebbe potuto arrivare un colpo del destino che avrebbe cambiato tutto. La osservavo tutto il tempo, non con uno sguardo inquisitore, non si trattava di questo, no, un'occhiata qua, un'occhiata l, era sufficiente. C'era speranza ogni volta che avevo la possibilit di vederla.
In tutta quella tempesta dell'anima giunse la primavera.
Poche cose sono pi difficili da immaginare di un paesaggio sepolto sotto la neve, inerte e inanimato fino al midollo, che nell'arco di pochi mesi diventa verde, rigoglioso, caldo, vibrante di ogni forma di vita, dagli uccelli che volano tra gli alberi e cantano, agli sciami di insetti che qua e l sembrano rimanere sospesi a grappoli nell'aria. Nulla di quel paesaggio invernale lascia presagire l'odore dell'erica e del muschio caldi di sole, gli alberi gonfi di linfa, l'acqua che scorre libera e che in primavera e in estate lo riempie, niente di quella sensazione di libert che ti assale quando l'unico elemento bianco rimasto  rappresentato dalle nuvole che solcano il cielo blu, scorrono sopra le acque azzurre del fiume che lentamente confluisce verso il mare, con la sua superficie perfettamente lucida e fresca, interrotta qua e l dalle rocce, dalle rapide, dai corpi dei bagnanti. Non esiste, non c', tutto  bianco e immobile, e quando si rompe il silenzio  per via del vento gelido o del gracchiare solitario di un corvo. Ma arriva... Arriva. Una sera di marzo la neve si tramuta in pioggia e i cumuli si afflosciano. Una mattina di aprile le gemme spuntano sui rami degli alberi e tra l'erba gialla e avvizzita che ricopre il terreno appaiono sfumature di verde. Si aprono i narcisi, le anemoni nemorosa e quelle epatiche. E di colpo l'aria calda si insinua simile a colonne tra gli alberi che si ergono lungo i pendii. Sui versanti inondati di sole sono sbocciate le foglie, tra cui spuntano qua e l i ciliegi in fiore. Se si hanno sedici anni, tutto questo colpisce, lascia il segno perch  la prima volta che si acquisisce la consapevolezza che  primavera, la si percepisce con tutti i sensi, ed  anche l'ultima perch davanti a essa tutte le primavere successive sbiadiscono. E se per giunta si  innamorati, s, allora... allora l'unica questione  resistere. Riuscire a tenere lontano tutta quella gioia, quella bellezza, quel senso di futuro che esiste in tutte le cose. Tornando a casa da scuola, vidi un cumulo di neve che si era sciolto sull'asfalto, pareva un punteruolo conficcato nel cuore. Notai alcune cassette di frutta sotto la tenda di un negozio, poco lontano un corvo si stava allontanando saltellando, alzai la testa verso il cielo, era cos bello. Attraversai il quartiere residenziale di villette, arriv un acquazzone, mi vennero le lacrime agli occhi. Al contempo facevo le cose di sempre, andavo a scuola, giocavo a calcio, mi vedevo con Jan Vidar, leggevo libri, ascoltavo dischi, incontravo ogni tanto pap - un paio di volte, per caso, come quando mi imbattei in lui al supermercato e pareva quasi imbarazzato per essere stato visto l dentro, o forse aveva reagito cos per via di quella situazione cos innaturale, dove uno ignaro della presenza dell'altro spingevamo ognuno un carrello prima di proseguire nuovamente per la propria strada, o come la mattina che stavo salendo verso casa e lui scendeva in macchina con una persona seduta accanto, che, mi accorsi in quel momento, aveva i capelli grigi anche se era giovane - ma la maggior parte delle volte ci eravamo messi d'accordo che sarebbe passato da me in centro e poi cenavamo dai nonni, o su in casa, dove comunque si teneva il pi possibile alla larga da me. Sembrava che avesse mollato la presa nei miei confronti, ma non in maniera incondizionata, capitava ancora che affondasse i suoi colpi, come quella volta che mi ero fatto i buchi alle orecchie e lui, quando ci incrociammo nell'ingresso, disse che sembravo un deficiente, che non riusciva a capire perch volevo avere l'aspetto di un deficiente e che lui si vergognava di essere mio padre.
Un pomeriggio presto di marzo sentii una macchina parcheggiare davanti all'appartamento. Scesi per guardare dalla finestra, era pap, aveva in mano un borsone. Era contento, almeno cos pareva. Mi affrettai a salire in camera mia, non volevo fare la figura del curioso che se ne sta con il naso appiccicato alla finestra. Lo sentii armeggiare in cucina, misi una cassetta dei Doors che mi aveva prestato Jan Vidar e che volevo ascoltare dopo aver finito di leggere Beatles di Saaby Christensen. Andai a prendere i ritagli di giornale che avevo raccolto sul caso Treholt perch ero sicuro che ce l'avrebbero chiesto all'esame, mi sedetti a leggerli quando sentii i suoi passi sulle scale.
Alzai lo sguardo verso la porta quando entr. In mano teneva qualcosa che sembrava una lista della spesa.
Puoi fare un salto per me al supermercato? mi chiese.
S, certo".
Cosa stai leggendo?
Niente di particolare, risposi.  per norvegese".
Mi alzai. I raggi di sole inondavano la stanza. La finestra era aperta, si sentiva il canto degli uccelli, che cinguettavano a pochi metri di distanza dopo essersi posati sul vecchio melo. Pap mi porse la lista.
La mamma e io abbiamo deciso di divorziare, disse.
Oh?
S. Ma per te non ci saranno conseguenze. Non noterai nessuna differenza. E poi sei grande, sei quasi un adulto, tra due anni te ne andrai comunque a vivere per conto tuo".
S,  vero".
Okay?
Okay".
Mi sono dimenticato di scrivere le patate. Magari prendiamo anche qualcosa per il dessert? No, meglio di no. Ecco i soldi".
Mi diede una banconota da cinquecento corone, me la infilai in tasca, scesi le scale, uscii in strada, camminai lungo il fiume fino al supermercato. Mi aggirai tra gli scaffali riempiendo il carrello. Niente di quello che aveva detto pap avrebbe avuto la forza di imporsi sul resto. Avrebbero divorziato, okay, se  quello che avevano intenzione di fare. Forse sarebbe stato diverso se fossi stato pi giovane, otto, nove anni, pensai, allora s che quella decisione avrebbe significato davvero qualcosa, ma non ora, in fondo non aveva importanza, io avevo la mia vita.
Gli consegnai la spesa, prepar la cena, mangiammo quasi in silenzio.
Poi se ne and.
Ne ero felice. Quella sera Hanne avrebbe cantato in una chiesa, mi aveva chiesto se volevo andare a sentire, ovviamente avevo detto di s.
C'era anche il suo ragazzo, cos feci in modo di non farmi notare, ma quando la vidi, l in piedi davanti a me, cos pura e bella, pensai che lei era solo mia, i sentimenti di nessun altro potevano paragonarsi a quelli che provavo io. Fuori la polvere copriva l'asfalto, su entrambi i lati della strada, negli incavi della roccia e lunghi i pendii in ombra, si vedevano gli ultimi resti di neve, lei cantava, io ero felice.
Diretto verso casa scesi al terminal degli autobus e percorsi l'ultimo tratto camminando per la citt senza che questo servisse a placare la mia irrequietudine. I sentimenti che provavo erano cos molteplici e forti che non riuscivo a gestirli. Arrivato a casa, mi buttai sul letto e scoppiai in lacrime. In quel pianto non c'era disperazione, n dolore o rabbia, soltanto gioia.
Il giorno dopo restammo in classe soli, gli altri erano usciti, tutti e due ce l'eravamo presa comoda, lei forse perch voleva sapere cosa ne pensavo del concerto che avevano tenuto. Le dissi che aveva cantato magnificamente, che lei era magnifica. Si illumin tutta mentre era intenta a preparare lo zaino. Poi arriv Nils. La cosa non mi piacque, la sua presenza aleggi su di noi come un'ombra. Facevamo insieme francese e lui era diverso dagli altri ragazzi della prima, frequentava i pub della citt con gente molto pi vecchia di lui, aveva opinioni indipendenti e un modo di vivere tutto suo. Rideva molto, scherzava con chiunque, anche con me. Mi sentivo sempre piccolo quando lo faceva, non sapevo mai da che parte guardare n cosa dire. Adesso si era messo a parlare con Hanne. Le ronzava intorno, la guardava negli occhi, rideva, avvicinandosi sempre pi, di colpo era appiccicato a lei. Conoscendolo me lo aspettavo, non fu quello a mettermi in agitazione, ma il modo in cui reag Hanne. Non lo respinse, non lo allontan da s con una risata. Bench fossi l presente, si apr nei suoi confronti. Rise con lui, incroci il suo sguardo, seduta sul banco scost addirittura le ginocchia permettendogli di arrivare fino a lei. Era come se l'avesse stregata. Per un attimo lui rimase immobile a fissarla negli occhi, un istante carico di tensione e di inquietudine, poi scoppi in una risata maligna, indietreggi di qualche passo, se ne usc con un commento disarmante, alz la mano verso di me a mo' di saluto e spar. Pazzo di gelosia guardai Hanne, che aveva ripreso a preparare lo zaino, ma non come se niente fosse, in qualche modo era come se si fosse chiusa in se stessa.
Che cosa era successo? Hanne, luminosa, bella, giocosa, felice, sempre con una domanda stupita, spesso ingenua dipinta sulle labbra, in che cosa si era trasformata? Che cos'era quello che avevo visto? Il lato buio, profondo, forse addirittura violento, albergava tutto questo in lei? Gli aveva risposto, soltanto per un attimo, eppure. L, in quel momento, io non ero nessuno. Ero stato annientato. Io con tutti i miei bigliettini che le scrivevo, con tutte le mie conversazioni con lei, con tutte le mie facili speranze e i miei desideri infantili, non ero nessuno, un grido nel cortile della scuola, una pietra in un dirupo, il rumore di clacson di una macchina.
Avrei potuto farlo con lei? Sarei stato capace di portarla fino a quel punto?
Ci sarei mai riuscito con qualcuno?
No.
Per Hanne ero e rimanevo nessuno.
Per me lei era tutto.
Cercai di minimizzare quello che avevo visto, anche davanti a lei, continuando a comportarmi esattamente come prima e facendo finta che tutto andasse bene. Ma non era cos, lo sapevo, ne ero assolutamente certo. L'unica speranza che avevo, era che lei non se ne rendesse conto. Ma in quale mondo vivevo in realt? In quali sogni credevo?
Due giorni dopo, quando cominciarono le vacanze di Pasqua, la mamma torn a casa.
Pap si era espresso come se il divorzio fosse deciso e definitivo. Eppure quando arriv la mamma, capii che per lei non era cos. And dritta su a casa, dove la stava aspettando pap, e l rimasero per due giorni mentre io vagavo per la citt tentando di ingannare il tempo.
Quel venerd parcheggi la sua macchina davanti all'appartamento. La vidi dalla finestra. Aveva un livido enorme intorno all'occhio. Aprii la porta.
Cosa  successo? le chiesi.
Lo so quello che stai pensando, rispose. Ma non  cos. Sono caduta. Sono svenuta, ogni tanto mi capita, sono andata a sbattere sullo spigolo del tavolino che c' sopra. Sai, quello di vetro".
Non ti credo".
 vero, insistette. Sono svenuta. Non  successo altro".
Arretrai di un passo. Entr nell'ingresso.
Adesso siete divorziati? domandai.
Appoggi la valigia per terra, appese il cappotto chiaro all'attaccapanni.
S".
Ti spiace?
Mi spiace?
Mi guard con aria genuinamente sorpresa, come se quella possibilit non l'avesse sfiorata.
Non lo so, riprese. Addolorata, forse. E tu? Come sar per te?
Bene. Basta solo che non debba abitare con pap".
Abbiamo parlato anche di questo. Ma prima ho bisogno di bermi un caff".
La seguii in cucina, la osservai mentre riempiva d'acqua il bollitore del caff, si sedette sulla sedia con la borsa sulle ginocchia, tir fuori il pacchetto di sigarette, evidentemente a Bergen aveva cominciato a fumare le Barclay, ne prese una e l'accese.
Mi guard.
Andr a stare nella casa. Noi abiteremo lass. Invece pap qui. Probabilmente dovr rendergli la met del valore dell'immobile, non so come, ma in qualche modo trover i soldi".
S".
E tu? Come stai? Sono cos felice di vederti".
Anch'io. Non ti vedo da Natale. E sono successe tante cose".
Ah s?
Si alz per andare a prendere un posacenere dall'armadietto, prese anche il sacchetto di caff e lo appoggi sul ripiano della cucina mentre nel frattempo l'acqua aveva cominciato a sibilare leggermente, ricordava il suono che si sente quando ci si avvicina al mare.
S, dissi.
Qualcosa di bello a quanto pare? comment sorridendo.
S. Sono innamorato. Ecco".
Che bello.  qualcuna che conosco?
E chi potrebbe essere che conosci anche tu? No,  una mia compagna di classe. Forse  una situazione un po' stupida, ma  cos. Non  possibile pianificare questo genere di cose".
No. E come si chiama?
Hanne".
Hanne, ripet abbozzando un sorriso. Quando me la fai conoscere?
Il punto  proprio questo. Non siamo insieme. Sta con un altro".
Allora non  facile".
No".
Sospir.
No, non sempre lo . Comunque ti vedo bene. Sembri felice".
Non sono mai stato cos felice. Mai".
Per qualche stupido motivo mi vennero le lacrime agli occhi mentre lo dicevo. Non divennero soltanto lucidi, cosa che avveniva puntualmente quando dicevo qualcosa che mi toccava da vicino, no, le lacrime mi scendevano lungo le guance.
Sorrisi.
In realt sono lacrime di gioia, dissi. Poi mi misi a singhiozzare. Alla fine piangevo a tal punto che dovetti voltarmi. Per fortuna l'acqua cominci a bollire proprio in quel momento, cos potei togliere il bollitore dalla piastra e versarci la polvere di caff prima di rimettere il coperchio, poi agitai il bollitore un paio di volte, lo alzai e lo abbassai, presi due tazze.
Quando le appoggiai sul tavolo, era tutto passato.
*
Sei mesi pi tardi, una sera di fine luglio, scesi alla fermata vicino alla cascata dopo aver preso l'ultimo autobus. Sulla spalla avevo una sacca da marinaio: ero stato in Danimarca a un ritiro con la squadra e dopo, senza essere passato prima da casa, avevo partecipato a una festa di classe sulle isolette davanti alla costa. Ero felice. Erano le dieci e mezzo passate, la tenue oscurit che caratterizzava quel periodo dell'anno si era posata come un velo grigiastro sul paesaggio. La cascata rimbombava sotto di me. Mi incamminai lungo la salita, poi seguii la strada fiancheggiata da un muretto in pietra. Il prato sottostante digradava verso la fila di latifoglie che cresceva lungo la riva del fiume. Sopra c'era la vecchia fattoria, con il fienile in rovina che, simile a una bocca spalancata, dava sulla strada. Le luci dell'edificio principale erano spente. Superai la curva, l dove si trovava la casa successiva, l'anziano che ci abitava, stava guardando la televisione seduto in soggiorno. Sull'altro lato del fiume stava sopraggiungendo un tir. Il suono mi giunse in anticipo, ma soltanto quando ebbe affrontato la lieve salita ed era arrivato in cima, lo sentii cambiare la marcia. Sopra le corone degli alberi, sul cielo pallido, svolazzavano due pipistrelli e mi venne in mente il tasso in cui mi imbattevo spesso quando tornavo a casa con l'ultimo autobus. Di solito scendeva lungo la strada che costeggiava il letto del torrente mentre io arrancavo su per la salita. Per sicurezza stringevo sempre un sasso in ogni mano. A volte lo incontravo anche sulla strada, allora si fermava a guardarmi prima di tornare indietro con quel suo incedere trotterellante.
Mi fermai in quel punto, posai lo zaino, appoggiai un piede sul muricciolo e mi accesi una sigaretta. Non volevo rientrare subito, ma aspettare ancora qualche minuto. La mamma, con cui avevo abitato lass per tutta la primavera e met estate, adesso era a Srbvg. Non aveva ancora dato a pap la parte che gli spettava della casa e lui, forte dei suoi diritti, aveva deciso che sarebbe rimasto l fino alla ripresa della scuola, insieme alla sua nuova compagna, Unni.
Un aereo di grandi dimensioni sorvol il bosco e dopo aver virato lentamente si raddrizz completamente quando un secondo dopo pass sopra di me. Le luci delle ali lampeggiavano mentre si stava abbassando il carrello d'atterraggio. Lo seguii con gli occhi fino a quando scomparve alla mia vista e si sent unicamente il boato dei motori, che and affievolendosi sempre pi fino a sparire, un attimo prima che atterrasse a Kjevik. Mi piacevano gli aerei, mi erano sempre piaciuti. Anche se abitavo da tre anni in mezzo alle rotte di passaggio, li guardavo sempre con gioia.
Il fiume luccicava nel buio dell'estate. Il fumo della mia sigaretta non saliva, ma fluttuava compatto davanti a me simile a una lastra. Non c'era un filo d'aria e adesso che anche quel frastuono era svanito, non si sentiva il bench minimo suono. S invece: quello prodotto dai pipistrelli, che si alzava e abbassava a seconda di dove li portava il loro battere d'ali.
Tirai fuori la lingua e ci spensi sopra la sigaretta, buttai il mozzicone nella scarpata, mi misi la sacca in spalla e proseguii. Nell'abitazione di William le luci erano accese. Dopo la curva successiva le chiome degli alberi erano cos fitte che non si vedeva il cielo. Si sent il gracidare di qualche rana o rospo provenire dalla zona quasi paludosa che si estendeva tra la strada e il fiume. Poi vidi qualcosa che si muoveva in fondo alla discesa. Era il tasso. Non si era accorto della mia presenza e stava trotterellando sull'asfalto. Feci qualche passo verso l'altro lato della strada nel tentativo di lasciargli libero il passaggio, ma in quel momento alz la testa e si ferm. Eh s, era proprio bello con quel muso striato di bianco e nero a mo' di hipster! La pelliccia era grigia, gli occhi gialli e furbi. Mi spostai, scavalcai il muretto e mi piazzai al margine del pendio sottostante. Il tasso soffi, ma continu a guardarmi. Evidentemente stava valutando la situazione perch le altre volte in cui mi ero imbattuto in quell'animale, si era subito girato ed era scappato via. Di colpo riprese a trotterellare e con mia grande gioia scomparve su per la salita. Soltanto allora, quando ritornai sulla strada, sentii una debole musica in lontananza, doveva esserci stata tutto il tempo.
Proveniva da casa nostra?
Mi affrettai a percorrere l'ultimo tratto, poi alzai lo sguardo in direzione del pendio, dove si trovava la casa, tutte le luci erano accese. S, la musica veniva da l. Probabilmente attraverso la porta aperta del soggiorno, pensai, e capii che ci doveva essere una festa perch sul prato si muovevano diverse sagome, buie e misteriose, avvolte da quel chiarore grigiastro tipico delle notti d'estate. Di solito avrei seguito il letto del torrente fino a raggiungere il lato occidentale della casa, ma con quella festa in corso e la propriet piena di sconosciuti non volevo arrivare quasi ruzzolando dal bosco, quindi seguii la strada che saliva.
Tutto il vialetto era occupato da macchine, parcheggiate per met sul prato, accanto al fienile e perfino in cortile. Mi fermai in cima al pendio per riprendermi un attimo. Un uomo con una camicia bianca attravers il cortile senza vedermi. Dal giardino dietro casa giungeva un brusio di voci. Al tavolo della cucina, che vedevo attraverso la finestra, sedevano due donne e un uomo, ognuno con il proprio bicchiere di vino davanti a s, ridevano e bevevano alternativamente.
Dopo aver inspirato profondamente, mi diressi verso la porta d'ingresso. Nella parte del giardino pi vicina al bosco avevano allestito un lungo tavolo. Era coperto da una tovaglia bianca che risplendeva in quel buio profondo sotto la chioma degli alberi. C'erano sei, sette persone, tra cui pap. Mi fiss. Quando incrociai il suo sguardo, si alz e mi fece un cenno con la mano. Mi tolsi la sacca che appoggiai accanto al lastricato in legno e andai da lui. Non l'avevo mai visto cos. Indossava un'ampia camiciola bianca con dei ricami lungo il collo a v, jeans blu, mocassini di pelle di color marrone chiaro. Il suo volto, quasi nero dal sole, aveva un che di luminoso. Gli brillavano gli occhi.
Sei tu, Karl Ove, disse appoggiandomi una mano sulla spalla.
Pensavamo che saresti arrivato prima. Stiamo facendo una festa, come vedi. Ma rimani un po' con noi, vero? Siediti qui!
Obbedii e mi accomodai con le spalle rivolte verso casa. L'unica persona che avevo visto prima era Unni. Anche lei indossava una camiciola bianca identica o una casacca o come diavolo si chiama.
Ciao Unni, dissi.
Mi sorrise calorosamente.
Questo  Karl Ove, il pi piccolo dei miei figli, spieg pap andandosi a sedere sull'altro lato del tavolo accanto a Unni. Feci un cenno di saluto con la testa agli altri cinque commensali.
E questa, Karl Ove,  Bodil, continu. Mia cugina".
Non avevo mai sentito parlare di nessuna cugina Bodil e probabilmente la guardai con espressione leggermente interrogativa perch mi sorrise dicendomi:
Da bambini abbiamo passato molto tempo insieme, io e tuo padre.
E anche da adolescenti, aggiunse lui. Si accese una sigaretta, inal prima di soffiare fuori il fumo con espressione soddisfatta. E poi abbiamo Reidar, Ellen, Martha, Erling e ge. Miei colleghi, tutti quanti".
Ciao, dissi.
Il tavolo era pieno di bicchieri e bottiglie, piatti da portata e piatti. Due capienti ciotole stracolme di gusci di gamberetti non lasciavano dubbi su che cosa avessero mangiato. Il tipo che mio padre aveva nominato per ultimo, ge, un uomo sulla quarantina, con un paio di occhiali grandi ma dalla montatura sottile, stava sorseggiando un bicchiere di birra mentre mi osservava. Quando lo pos, mi disse:
Sei stato a un ritiro con la squadra, giusto?.
Annuii.
In Danimarca, precisai.
In Danimarca dove? chiese.
Nykbing, risposi.
Mors?
S, credo. Era un'isola nel Limfjorden".
Rise e si guard intorno.
Ma  da dove veniva Aksel Sandemose! esclam. Poi mi guard dritto negli occhi. Sai quale legge ha descritto nel suo romanzo prendendo spunto dalla cittadina in cui sei appena stato?
Ma cos'era? Un'interrogazione? Eravamo forse a scuola?
S, risposi abbassando gli occhi. Non volevo pronunciare quella parola, non volevo dirgliela.
Ed ...?
Quando alzai lo sguardo e incontrai il suo, era di sfida mista a timidezza.
La legge di Jante, dissi.
Esatto!
Vi siete divertiti? mi domand pap.
S. Bei campi di calcio. Una bella cittadina".
Nykbing: stavo rientrando alla scuola, dove alloggiavamo, dopo aver trascorso tutta la sera e la notte insieme a una ragazza che avevo conosciuto, era pazza di me, gli altri miei quattro compagni di squadra che erano con noi non avevano resistito cos a lungo ed erano gi rientrati, eravamo rimasti soltanto io e lei e mentre camminavo, pi ubriaco del solito, mi ero fermato davanti a una delle case. Tutti i dettagli erano spariti, non ricordavo di averla abbandonata da qualche parte, non ricordavo di essere arrivato fin l, ma nel momento in cui mi trovo davanti a quella porta  come se io ritornassi in me. Prendo la sigaretta accesa che ho in bocca, apro la fessura per la posta e la lascio cadere all'interno, sul pavimento dell'ingresso. Poi tutto ritorna a essere indistinto, ma in qualche modo devo essere riuscito a raggiungere la scuola, a entrare e ad andare a letto, per essere svegliato per la colazione e l'allenamento tre ore dopo. La sigaretta che avevo gettato dentro quella casa mi torn in mente di colpo mentre eravamo seduti a parlare sotto una delle enormi piante che si ergevano al margine del campo di allenamento. Assalito all'improvviso da un gelo che mi attanagli l'anima, mi alzai, calciai con forza un pallone e presi a corrergli dietro. E se fosse scoppiato un incendio? E se fossero morte delle persone? Che cosa avrebbe comportato per me? In che razza di persona mi avrebbe trasformato?
Ero riuscito a reprimere quei pensieri per molti giorni, ma adesso, seduto a quel tavolo in giardino la prima sera che passavo a casa, la paura mi assal di nuovo.
In che squadra giochi, Karl Ove? chiese un altro.
Tveit, risposi.
In che categoria giocate?
Io gioco nella juniores, invece la prima squadra  in quinta categoria".
Non proprio lo Start, allora, sentenzi. Dal suo dialetto capii che veniva da Vennesla, quindi era facile passare al contrattacco e ribattere facendo riferimento alla squadra della sua cittadina d'origine.
No, pi o meno allo stesso livello del Vindbjart, risposi.
Tutti risero della battuta. Abbassai lo sguardo. Mi sembrava di aver attirato fin troppo l'attenzione su di me, ma quando lanciai un'occhiata furtiva verso pap, vidi che mi sorrideva.
S, gli brillavano gli occhi.
Non hai voglia di berti una birra, Karl Ove?
Annuii.
Perch no".
Guard sul tavolo.
Sembra che qui sia finita, ma ce n' una cassa in cucina. Vai a prendertene una, disse.
Mi alzai. Nel momento in cui mi stavo dirigendo verso la porta d'ingresso, uscirono due persone. Un uomo e una donna, avvinghiati. Lei indossava un vestitino bianco. Le braccia e le gambe nude erano abbronzate. I seni pesanti, il ventre e i fianchi formosi. Gli occhi dolci in quel viso carnoso. Lui, che aveva una camicia azzurra e i pantaloni bianchi, aveva un accenno di pancia, ma per il resto era magro. Anche se sorrideva e gli occhi da ubriaco sembravano scivolare ovunque, il dettaglio che mi colp fu la rigidit impressa nei lineamenti del suo viso: in essi era cessato ogni movimento, ne restavano soltanto delle tracce, come nel greto asciutto di un fiume.
Ciao! disse lei. Sei tu il figlio?
S, ciao".
Lavoro con tuo padre".
Mi fa piacere, aggiunsi. Per fortuna non ci fu bisogno di aggiungere altro perch si allontanarono subito. Quando fui nell'ingresso, si apr la porta del bagno. Ne usc una donna piccola e tarchiata, gli occhiali e i capelli scuri. Mi sfior appena con lo sguardo prima di passarmi davanti con gli occhi fissi sul pavimento e proseguire dentro casa. Annusai con discrezione la scia di profumo che aveva lasciato dietro di s e la seguii. Era fresco, sapeva di fiori. In cucina, in cui entrai un attimo dopo, c'erano ancora seduti i tre che avevo visto dalla finestra al mio arrivo. L'uomo, anche lui sulla quarantina, stava bisbigliando qualcosa all'orecchio della donna seduta alla sua destra. Lei gli sorrise, ma solo per gentilezza. L'altra stava rovistando nella borsa che teneva in grembo. Alz lo sguardo su di me nello stesso istante in cui appoggi sul tavolo un pacchetto di sigarette ancora nuovo.
Salve, dissi. Volevo solo prendermi una birra".
Lungo la parete accanto alla porta c'erano due casse piene, una sopra l'altra. Presi una bottiglia da quella che stava in alto.
Qualcuno di voi ha un apribottiglie? domandai.
L'uomo si raddrizz, si tocc la coscia.
Ho un accendino, tieni".
Allung la mano facendo oscillare lentamente l'avambraccio in modo che io mi potessi preparare a quello che sarebbe successo, poi quasi di scatto l'accendino fluttu in aria. And a sbattere contro lo stipite della porta cadendo per terra con un tintinnio. Se non fosse stato per quel gesto, non avrei saputo come risolvere la situazione perch non ne volevo sapere di qualsiasi atteggiamento paternalistico nei miei confronti se mi fossi fatto aprire la bottiglia da lui, adesso invece era stato il tipo a prendere l'iniziativa e a fallire, la situazione si era ribaltata.
Non so aprire le bottiglie con l'accendino, dissi. Potresti farlo tu per me?
Raccolto l'accendino, glielo porsi insieme alla birra. Aveva gli occhialini rotondi e il fatto che met del cranio fosse calva mentre all'altra estremit i capelli rimasti erano molto gonfi e alti, come un'onda ferma sul limitare di una spiaggia sterminata che non riuscir mai a ricoprire d'acqua, gli conferiva un'aria quasi disperata. Almeno era quella l'impressione che fece a me. La parte esterna delle dita, che si strinsero in quel momento sull'accendino, era coperta di peli. Al polso aveva un orologio con un cinturino d'argento.
Il tappo salt con un piccolo schiocco.
Ecco fatto, disse porgendomi la bottiglia. Dopo averlo ringraziato, attraversai il soggiorno, dove stavano ballando quattro, cinque persone, e poi uscii in giardino. L, davanti all'asta della bandiera, c'era un gruppetto di persone, ognuno aveva un bicchiere in mano e mentre parlavano, guardavano verso la valle.
La birra aveva un sapore fantastico. In Danimarca avevo bevuto tutte le sere, comprese la sera e la notte precedenti, quindi ce ne sarebbe voluto prima che fossi riuscito a ubriacarmi nuovamente. Del resto non volevo. Se fosse successo, sarei entrato in un certo senso a far parte di quel mondo, mi avrebbe fagocitato e non sarei stato pi capace di vedere la differenza, forse avrei cominciato addirittura a desiderare qualcuna di quelle donne. Era l'ultima cosa che volevo.
Lasciai vagare lo sguardo sul paesaggio che si schiudeva davanti a me. Sul fiume, che scorreva lento formando un'ansa intorno alla lingua di terra erbosa, dove c'erano le porte di calcio, e tra i possenti alberi che crescevano lungo la riva e che ora si stagliavano neri sulla superficie dell'acqua grigia e lucida. Le colline, che si ergevano sull'altro lato e da l proseguivano fino al mare simili a onde, erano completamente nere. Le luci che provenivano dal gruppetto di case che si trovavano tra il fiume e la collina brillavano intense e luminose, mentre in cielo le stelle, grigiastre nel punto pi vicino al paesaggio, azzurrognole pi in alto, erano appena visibili.
Il gruppo vicino all'asta della bandiera stava ridendo per qualcosa. Erano a solo pochi metri di distanza da me, ma i lineamenti dei loro volti erano indistinti. L'uomo con l'accenno di pancia spunt da dietro l'angolo, sembrava quasi che scivolasse in avanti con il suo incedere. La foto della mia cresima era stata scattata proprio l, davanti all'asta, tra mamma e pap. Bevvi un altro sorso di birra e mi diressi verso l'altra estremit del giardino, dove a quanto pare a nessuno era venuto in mente di andare. Mi sedetti l, accanto alla betulla, a gambe incrociate. La musica era pi lontana, cos anche le voci e le risate, i movimenti in fondo al giardino si fecero ancora pi vaghi. Le sagome scivolavano come spettri intorno alla casa illuminata, avvolte nel buio. Pensai a Hanne. Era come se lei occupasse un posto dentro di me, come se esistesse alla stessa stregua di un luogo vero, reale, dove io sarei voluto stare tutto il tempo. Potermici recare quando lo desideravo, la sentivo come una grazia che mi era stata concessa. La notte prima eravamo rimasti seduti sugli scogli a parlare durante la festa di classe. Non era successo niente, soltanto quello. Lo scoglio, Hanne, lo stretto con gli isolotti bassi, il mare. Avevamo ballato, giocato, sceso le scale del molo e fatto il bagno nel buio. Era stato meraviglioso. E quella sensazione fantastica era indistruttibile, era rimasta viva dentro di me per tutta quella giornata e viveva adesso dentro di me. Ero immortale. Mi alzai, percepivo l'energia che possedevo in ogni singola cellula del corpo. Indossavo una maglietta grigia, un paio di pantaloni corti verde militare, scarpe da pallacanestro bianche dell'Adidas, era tutto, ma abbastanza. Non ero muscoloso, ma slanciato, agile e bello come un dio.
Potevo chiamarla?
Quella sera sarebbe rimasta a casa.
Ma doveva gi essere quasi mezzanotte. E anche se non aveva niente in contrario a essere svegliata, forse non la pensava cos il resto della sua famiglia.
E se la casa era bruciata? E qualcuno era morto carbonizzato?
Cazzo, cazzo.
Attraversai il prato mentre cercavo di lasciarmi quei pensieri alle spalle, feci scorrere lo sguardo lungo la siepe, la casa, il tetto, fino ai grossi cespugli di lill, con i loro fiori pesanti, violacei, il cui profumo era percepibile fino in fondo alla strada, bevvi l'ultimo goccio di birra mentre camminavo, vidi i volti arrossati di un paio di donne che sedevano sulla scala, le ginocchia serrate, le sigarette strette tra la punta delle dita, le riconobbi, prima erano sedute al tavolo, abbozzai un sorriso mentre passavo, entrai in casa, andai prima in soggiorno, poi in cucina, che adesso era vuota, presi un'altra bottiglia di birra, salii le scale diretto in camera mia, dove mi accomodai sulla sedia sotto la finestra, appoggiai la testa all'indietro e chiusi gli occhi.
Cos.
Le casse dello stereo in soggiorno erano proprio sotto di me e l'acustica della casa era tale che ero in grado di sentire ogni nota in modo chiaro e distinto.
Cosa stavano suonando?
Agnetha Fltskog. La hit dell'estate scorsa. Com' che si intitolava?
C'era qualcosa di poco dignitoso negli indumenti che mio padre indossava quella sera. Quella camiciola bianca o casacca o come diavolo si chiamava. Per quanto riuscivo a ricordare, si era sempre vestito in modo semplice, corretto, piuttosto tradizionale. Il suo guardaroba era composto di camicie, abiti, giacche, molte di tweed, pantaloni in terilene, velluto, cotone, maglioni di angora o lana. Pi simile a un insegnante di vecchio stampo che a uno in camiciola con il colletto alla coreana del nuovo tipo, ma non all'antica, la differenza non consisteva in quello. La differenza era tra morbidezza e flessibilit da un lato e durezza e rigidit dall'altro, tra ci che eliminava le distanze e ci che cercava di mantenerle. Era una questione di valori. Quando adesso si presentava con quelle camiciole rustiche cucite a mano e con tanto di ricami o con le camicie ornate di piegoline, come gli avevo visto indosso quell'estate, o calzava scarpe di pelle informi che probabilmente soltanto un sami avrebbe avuto il piacere di avere ai piedi e trovare comode, sorgeva un enorme contrasto tra ci che lui era, quello che io conoscevo bene e che sapevo era lui, e ci che voleva mostrare di essere. Personalmente ero dalla parte della morbidezza, ero contro la guerra e l'autorit, le gerarchie e tutte le forme di rigidit, a scuola non volevo imparare niente a memoria, ma pensavo che il mio intelletto dovesse svilupparsi in modo pi organico; politicamente parlando ero molto a sinistra, la ripartizione iniqua delle risorse della Terra mi mandava in bestia, volevo che il benessere fosse alla portata di tutti e dunque il capitalismo e la plutocrazia erano il nemico. Secondo me tutti gli esseri umani avevano lo stesso valore e le qualit interiori del singolo erano sempre pi importanti dell'esteriorit. In altre parole ero per la profondit e contro la superficialit, per il bene e contro il male, per la morbidezza e contro la durezza. E allora non sarei dovuto essere contento del fatto che mio padre fosse passato dalla parte dei sostenitori della morbidezza, della flessibilit? No, perch disprezzavo l'espressione di questa morbidezza, e cio occhialini rotondi, pantaloni di velluto, un certo tipo di calzature, maglioni fatti a mano, perch oltre al mio ideale politico ne avevo altri legati alla musica, dove in maniera del tutto diversa bisognava cercare di apparire belli, cool, cosa che a sua volta era connessa all'epoca in cui vivevamo, ma che non riguardava certo le hit list, i colori pastello e il gel perch questo aveva a che fare con la vendita, con la superficialit e l'intrattenimento, no, ci che andava espressa era la musica innovativa, ma consapevole della tradizione, sentita nel profondo ma arguta, intelligente, ma semplice, ostentata ma pura che non si rivolgeva a tutti, che non vendeva molto, ma che al contempo era capace di esprimere le esperienze e i vissuti di una generazione: la mia. Ah, il nuovo. Io stavo dalla parte del nuovo. E Ian McCulloch degli Echo and the Bunnymen ne era l'incarnazione assoluta, l'ideale per eccellenza. Cappotti, giacche militari, scarpe da basket, occhiali da sole neri. Tutto questo era lontano anni luce dalle camiciole ricamate e dalle scarpe alla lappone di mio padre. D'altro canto non poteva trattarsi di questo perch mio padre apparteneva a un'altra generazione e il pensiero che quella generazione cominciasse a vestirsi come Ian McCulloch, sentire la musica indie britannica, interessarsi a quello che stava succedendo sulla scena americana, accorgersi degli album d'esordio dei Rem o dei Green on Red e magari introdurre poco alla volta nel proprio guardaroba una cravatta di cuoio, era un pensiero da incubo. La cosa pi importante era che quella camiciola ricamata e quelle scarpe alla sami non fossero lui. E che lui ci fosse finito dentro, ritrovandosi impigliato in qualcosa di informe e inconsapevole, come se avesse perso il contatto con se stesso. Persino la durezza della sua voce era scomparsa.
Aprii gli occhi e mi girai in modo da poter vedere attraverso la finestra il tavolo al limitare del bosco. Adesso c'erano sedute soltanto quattro persone. Pap, Unni, quella che aveva chiamato Bodil e un'altra. Dietro ai cespugli di lill, nascosto alla loro vista, ma non alla mia, un uomo stava pisciando mentre guardava verso il fiume.
Pap alz la testa e diresse lo sguardo verso la finestra. Il mio cuore si mise a battere pi velocemente, ma non mi spostai, perch se mi stava davvero guardando, cosa di cui non ero certo, era come ammettere che li stavo spiando. Attesi invece qualche istante fino a quando non ebbi la certezza che avesse visto che avevo visto che lui mi stava guardando, ammesso che fosse quello che stava facendo, prima di ritrarmi e andare a sedermi alla scrivania.
Non era possibile osservare pap, se ne accorgeva sempre, registrava tutto, aveva sempre visto tutto.
Bevvi alcuni sorsi di birra. Adesso ci stava giusto una sigaretta. Non mi aveva mai visto fumare, e forse se lo avessi fatto, sarebbe scoppiata una tragedia. D'altro canto non mi aveva appena esortato ad andarmi a prendere una bottiglia di birra?
La scrivania, mia da quando ero in grado di ricordare, arancione come lo erano stati il letto e le ante degli armadi della mia vecchia camera da letto, era completamente vuota a parte il portacassette. Avevo fatto sparire tutto non appena era finito l'anno scolastico e ci tornavo molto poco ed esclusivamente per dormire. Appoggiai la bottiglia e feci ruotare alcune volte il portacassette mentre leggevo i titoli, scritti sulla costola in stampatello con la mia calligrafia infantile. BOWI - HUNKY DORY. LED ZEPPELIN - I. TALKING HEADS - 77. THE CHAMELEONS - SCRIPT OF THE BRIDGE. THE THE - SOUL MINING. THE STRANGLERS - RATTUS NORVEGICUS. THE POLICE - OUTLANDOS D'AMOUR. TALKING HEADS - REMAIN IN LIGHT. BOWIE - SCARY MONSTERS (AND SUPER CREEPS). ENO BYRNE - MY LIFE IN THE BUSH OF GHOSTS. U2 - OCTOBER. THE BEATLES - RUBBER SOUL. SIMPLE MINDS - NEW GOLD DREAM.
Mi alzai, presi la chitarra che era appoggiata al piccolo amplificatore Roland Cube e suonai qualche accordo, la rimisi a posto, guardai di nuovo in giardino. Erano ancora l seduti, sotto il buio prodotto dalle corone degli alberi che le due lampade a paraffina non erano riuscite a contrastare, ma almeno ad attenuare, nel senso che i loro volti avevano acquisito in parte il colore della luce. Una tonalit scura, quasi ramata.
Bodil doveva essere la figlia dell'altro fratello del nonno, che io non avevo mai visto. Per qualche motivo era stato allontanato dalla famiglia, molto tempo addietro. Avevo sentito parlare di lui per la prima volta un paio di anni prima, per caso, quando c'era stato il matrimonio di alcuni parenti e la mamma aveva detto che era presente anche lui e che aveva tenuto un discorso infuocato. Svolgeva la funzione di predicatore laico all'interno di una comunit di Pentecostali. Meccanico. Era diverso in tutto e per tutto dagli altri due fratelli, persino nel nome. Infatti gli altri, d'accordo con la loro elegante e maestosa madre, e in concomitanza con il loro debutto nel mondo accademico perch avrebbero iniziato a studiare all'universit, avevano deciso di cambiare il cognome, passando dal comunissimo Pedersen al pi inusuale Knausgrd. Forse era stato quello il motivo della rottura?
Uscii dalla camera e scesi le scale. Quando arrivai in anticamera, pap era nella stanza dove c'erano i guardaroba, la luce era spenta, mi guard.
Eccoti qui, disse. Non vuoi venire a sederti con noi?
S, certo. Ho fatto solo un giro di ricognizione".
 una bella festa, comment.
Scosse leggermente la testa e si mise a posto i capelli lisciandoseli e aggiustandoseli con la mano. Aveva sempre fatto quel gesto, ma quella movenza, ora che aveva indosso quella camiciola e quei pantaloni cos estranei a lui, acquis un che di effemminato. Come se quel tocco di tradizione e correttezza che aveva sempre caratterizzato il modo in cui si vestiva avesse in un certo senso catturato quel gesto neutralizzandolo.
Tutto bene, Karl Ove? chiese.
S, certo. Nessun problema. Vado a sedermi fuori".
Quando uscii, si lev una brezza leggera. Le foglie degli alberi al limitare del bosco si mossero appena, quasi controvoglia, come se fossero state risvegliate da un sonno profondo.
Oppure era solo perch era ubriaco, pensai. Non ci ero abituato. Mio padre non aveva mai bevuto. La prima volta che l'avevo visto alticcio, era stata una sera di due mesi prima quando ero andato a trovare lui e Unni nell'appartamento in Elvegaten e avevamo mangiato la fonduta, cosa che mai si sarebbe sognato di preparare e servire a casa sua un venerd sera. Avevano bevuto prima che arrivassi e bench lui fosse la cordialit fatta persona, avvertivo tutto questo come una minaccia, non diretta, ovviamente, perch non avevo paura di starmene l seduto, ma indiretta perch non ero pi in grado di leggere mio padre. Era come se tutte le conoscenze che avevo acquisito su di lui durante la mia infanzia e che mi avevano permesso di essere sempre preparato ad affrontare quello che sarebbe successo, di colpo non contassero pi. E cosa contava allora?
Quando mi girai e proseguii verso il tavolo, incrociai lo sguardo di Unni, mi fece un sorriso che io ricambiai. Si alz una nuova folata di vento, questa volta pi forte. Le foglie dei cespugli che arrivavano ad altezza uomo e crescevano davanti alla scala del fienile frusciarono. I rami pi leggeri degli alberi che si stagliavano sopra il tavolo presero a oscillare.
Tutto bene? mi domand Unni quando fui davanti a loro.
S, risposi. Sono solo un po' stanco, credo che tra poco andr a letto".
Ma riesci a dormire con tutto questo baccano?
Baccano? Ma dove?
Stasera tuo padre ha parlato di te con grande affetto, sai, intervenne Bodil chinandosi in avanti. Non sapevo cosa dire, cos abbozzai un sorriso.
Vero, Unni?
L'interpellata annu. Aveva i capelli lunghi e completamente grigi, anche se aveva passato da poco la trentina. Pap era stato il suo tutor mentre lei faceva il tirocinio per diventare insegnante. Indossava dei pantaloni verdi, larghi e una camiciola simile a quella di pap. Portava una specie di collana di perle di legno al collo.
In primavera abbiamo letto uno dei tuoi temi, disse. Forse non lo sapevi? Spero che non ti dia fastidio che me lo abbia fatto leggere. Tuo padre era cos orgoglioso di te, sai".
No, questa era veramente una situazione assurda. Che cazzo c'entrava lei con i miei temi?
Ma ne rimasi anche lusingato, ovviamente.
Assomigli a tuo nonno paterno, Karl Ove, asser Bodil.
Al nonno?
S. La stessa forma della testa. Stessa bocca".
E tu sei la cugina di pap?
S, disse. Passa a trovarci qualche volta. Guarda che anche noi abitiamo a Kristiansand!
Non lo sapevo. Prima di venire qui, non ero neppure a conoscenza della sua esistenza. Avrei dovuto dirglielo. Invece mi limitai a commentare che mi avrebbe fatto piacere, poi le chiesi di cosa si occupasse e dopo un po' persino se avesse figli. Stava parlando di quello quando ritorn pap. Si sedette e la guard mentre ascoltava, come per capire quale fosse l'argomento della conversazione e intervenire, ma subito dopo si appoggi allo schienale della sedia, con un piede in bilico sul ginocchio, e si accese una sigaretta.
Mi alzai.
Adesso che sono arrivato, te ne vai? disse.
No. Vado solo a prendere una cosa, risposi. Aprii la sacca che avevo lasciato vicino alla porta, presi le sigarette, me ne infilai una in bocca, mi fermai un attimo per accenderla in modo da aver gi cominciato a fumare prima di rimettermi a sedere. Pap rimase in silenzio. Vidi che aveva pensato di dire qualcosa perch sulle labbra gli comparve una leggera smorfia di disapprovazione, ma dopo una occhiataccia rapida e cattiva scomparve tutto, come se avesse detto a se stesso che adesso lui non era pi cos.
Almeno fu quello che pensai.
Allora cin cin, esclam alzando il bicchiere di vino verso di noi. Poi dopo aver guardato Bodil, aggiunse: E un brindisi a Helene.
Per Helene, disse Bodil.
Bevvero mentre si guardavano negli occhi.
Chi cazzo era Helene?
Non hai niente da bere per brindare con noi, Karl Ove? mi chiese pap.
Scossi la testa.
Prendi quel bicchiere, continu.  pulito. Vero, Unni?
Lei annu. Pap prese la bottiglia di vino bianco dal tavolo e me lo riemp. Brindammo di nuovo.
Chi  Helene? domandai guardandoli.
Helene era mia sorella, spieg Bodil. Adesso  morta".
Helene era... s, eravamo molto uniti da piccoli. Stavamo sempre insieme, intervenne pap. Fino a quando eravamo adolescenti. Poi si  ammalata".
Bevvi un altro sorso. Dal retro della casa arriv la coppia di prima. La donna robusta con il vestito bianco e l'uomo con un inizio di pancia. Li seguivano altri due uomini, uno lo riconobbi, era quello della cucina.
Ecco dove siete, comment l'uomo con la pancia. Ci stavamo chiedendo dove foste finiti. Devo dire che non ti prendi molta cura dei tuoi ospiti". Appoggi la mano sulla spalla di pap. Siamo venuti fin quass per vedere te".
 mia sorella, mi disse Bodil a voce bassa. Elisabeth. E suo marito Frank. Abitano gi a Ryen, lungo il fiume. Lui fa l'agente immobiliare".
Avevamo sempre avuto intorno a noi tutte quelle persone che conosceva pap?
Si sedettero al tavolo e l'atmosfera si ravviv subito. E quelli che al mio arrivo erano stati soltanto volti privi di significato e contenuto e che di conseguenza avevo valutato unicamente in base all'et e al tipo, pi o meno come se si fossero trattati di animali, un bestiario formato da quarantenni, con tutto ci che questo implicava di occhi smorti, labbra contratte, seni cadenti, pance tremolanti, rughe e cuscinetti di grasso, adesso invece li vedevo come singoli individui, perch ero imparentato con loro, il sangue che scorreva nelle loro vene era lo stesso di quello che scorreva nelle mie, e all'improvviso era importante sapere chi fossero.
Stavamo parlando di Helene, disse pap.
Helene, s, ripet quello che si chiamava Frank. Non l'ho mai conosciuta. Ma ho sentito molto parlare di lei. Che peccato quello che  successo".
Ero al suo capezzale quando  morta, disse pap.
Lo fissai. Cosa stava succedendo?
Per me lei era una persona cos importante, la stimavo tantissimo. Cos tanto".
Era la ragazza pi bella che tu possa immaginare, continu a bassa voce Bodil, rivolgendosi a me.
E poi  morta, disse pap. Ohh".
Stava piangendo?
S, piangeva. Aveva i gomiti appoggiati sul tavolo e le mani intrecciate davanti al petto mentre le lacrime gli rigavano il viso.
Ed era primavera. Fuori c'era la primavera quando  morta. Fuori era tutto fiorito. Ohh. Ohh".
Frank abbass lo sguardo mentre rigirava il bicchiere tra le mani. Unni mise una mano sulla spalla di pap. Bodil li guard.
Tu le eri cos vicino, disse lei. Eri la persona a cui teneva di pi".
Oh. Oh, gemette mio padre che chiuse gli occhi e si copr il volto con le mani.
Una folata di vento soffi in quel momento in cortile. I lembi della tovaglia presero a sollevarsi. Un tovagliolino fu trascinato via sul prato. Le foglie sopra di noi frusciarono. Alzai il bicchiere e bevvi, ebbi un fremito quando quel sapore asprigno mi riemp il palato e avvertii nuovamente quella sensazione chiara, nitida che provavo quando sentivo avvicinarsi la sbronza, che per non era ancora arrivata, il desiderio di inseguire quello che immancabilmente sarebbe successo dopo.
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FINE Parte 1.